TESTAMENTO
BIOLOGICO
4.
NUOVA
ALLEANZA DEL CUORE
Mons.
Gianfranco Ravasi, biblista
“ Darò loro un cuore nuovo, uno spirito nuovo immetterò
in loro. Strapperò dal loro
petto il cuore di pietra e darò loro un cuore di carne “ (
Ezechele 11,19 )
Il profeta Ezechele, mentre pronunciava questo oracolo di speranza
davanti agli ebrei esuli “lungo i fiumi di Babilonia”, ove erano stati
deportati dal re Nabuccodonosor, si riferiva alla dichiarazione di un
altro profeta a lui contemporaneo, anche se antecedente alla sua missione,
Geremia, il quale aveva riportato queste parole del Signore: “Porrò
la mia legge nel loro animo, la scriverò nel loro cuore” (31, 33).Non
più, quindi, la lapide incisa dal dito di Dio al Sinai col Decalogo, come
si dice nella Bibbia, bensì una tavola viva, scritta da Dio, quella del
“cuore”, ossia della coscienza.
E’ ciò che proclama Ezechele con forza, immaginando il
Signore all’opera come per una nuova creazione. Eccolo, infatti,
squarciare simbolicamente il petto dell’uomo e strapparvi un cuore ormai
inerte, divenuto simile ad un sasso, principio di morte e di male, per
trapiantarvi un cuore pulsante e palpitante, capace di riportare in azione
il flusso vitale. Ecco, anzi, un altro atto che Dio compie. Se il cuore
era bloccato, il cuore umano si era ormai ridotto a
un cadavere. Il Creatore, allora, come era accaduto agli inizi
dell’esistenza della sua creatura, insuffla ancora il suo spirito
vitale, così che quel cadavere ritorni a respirare e palpitare.
Un’immagine potente, quindi, che segnala in modo esplicito una
vera e propria “resurrezione” che dà il via a quella che Geremia –
nel passo a cui rimanda Ezechele – aveva chiamato la “nuova
alleanza”, la nuova relazione d’amore e di intimità tra Dio e
l’umanità, una relazione fondata sul “cuore”, che nel linguaggio
biblico indica la coscienza
e l’interiorità. Non più
tavole esterne da rispettare nella paura della pena in caso di violazione,
non più un’imposizione legale estrinseca, bensì un’adesione
personale e libera del “cuore”, cioè nella volontà,
nell’intelligenza, nell’affetto e nell’azione.
Come affermava lo scrittore ebreo tedesco praghese Franz Werfel,
nella sua biografia romanzata del profeta Geremia, Ascoltate
la voce ! (1937), l’originalità assoluta della fede biblica è
tutta in questa “nuova alleanza”
del cuore che fa vivere l’uomo della stessa vita di Dio, con un cuore
che batte all’unisono con quello divino.
LO
SPIRITO DA’
VITA, LA
LETTERA UCCIDE
“Siamo ministri non della
lettera, ma dello Spirito: la lettera, infatti, uccide, è lo Spirito che
dà vita”. ( 2Corinzi 3,6)
Questa frase paolina,
così icastica e divenuta quasi un proverbio, è stata rinverdita
soprattutto ai nostri giorni per definire il vizio che sta alla
base del cosiddetto “fondamentalismo”. Aggrappati alla”lettera”
del testo sacro, alcuni mussulmani o indù, ma anche cristiani,
brandiscono asserti delle loto Scritture quasi fossero spade, un po’
come si ha in un Salmo biblico “marziale”: “L’oracolo
di Dio nelle loro gole e la spada a due tagli nelle loro mani per compiere
vendetta tra i popoli e punire le genti” (149,7).
Una via paradossalmente più facile per testimoniare la loro
religione di quanto sia la fede genuina. Diceva giustamente uno scrittore
agnostico argentino, Jorge Luis Borges: “ E’
più facile morire per una religione che viverla con fedeltà ogni giorno”.
C’è, dunque , una profonda verità nel detto paolino così come suona a
prima vista.
Ma le parole di Paolo, ritmate sul contrasto “lettera-
Spirito”, mirano ad altro, come si intuisce
nel contesto di questa frase così incisiva e suggestiva. Infatti,
l’Apostolo condanna una religiosità che si àncora all’osservanza
rigida e frigida della Legge biblica, nella convinzione che essa ci meriti
la salvezza: in pratica, Dio sarebbe solo un notaio che deve certificare
che noi abbiamo punti sufficienti per essere ammessi alla felicità del
suo Regno. In realtà, la salvezza che egli ci offre è molto più alta
rispetto a quanto noi riusciamo a raggiungere con la nostra osservanza
“letterale” dei precetti morali. Si tratta, infatti, dell’adozione a
figli, della partecipazione alla sua stessa vita divina, alla sua eternità
luminosa. Ora, tutto questo va ben oltre la nostra capacità, è per
eccellenza “grazia”, è appunto dono dello “Spirito
che dà vita”. Tocchiamo,
quindi, con questa dichiarazione così folgorante il cuore del pensiero
paolino, il centro della religione cristiana, che vede il primato della
grazia a cui, certo, deve rispondere la scelta libera dell’adesione di
fede.
A questo punto
vogliamo, però, aggiungere un’altra frase paolina omogenea, anch’essa
molto viva e palpitante, riportata poche righe prima nello stesso scritto
indirizzato da Paolo ai Corinzi: “La
nostra lettera siete voi, lettera scritta nei nostri cuori …, lettera di
Cristo composta da noi, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del
Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei vostri
cuori.” (3,2-3).
L’accostamento che abbiamo fatto è libero perché in greco sono
diversi i due vocaboli: la “lettera” che uccide è detta gramma
(parola che dà origine al nostro termine “grammatica”), mentre la
“lettera” vivente che è costituita dai fedeli di Corinto e che è
scritta nei loro cuori e in quello di Paolo, è chiamata epistolé.
E’, però, comune il ricorso allo Spirito che è vivente e che dà
vita e rende il cristiano una sorta do Bibbia viva e parlante, proprio
attraverso la sua testimonianza di vita.