QUALITA’
E UMANIZZAZIONE:
UN BINOMIO
INSCINDIBILE PER LA
CURA
dr. Olmo
Tarantino
Riassunto:
“ Le istituzioni sono molto
importanti ed indispensabili: tuttavia, nessuna istituzione può da sola
sostituire il cuore umano, la compassione umana, l’amore umano,
l’iniziativa umana, quando si tratti di farsi incontro alla sofferenza
dell’altro “ (Giovanni
Paolo II, Salvifici doloris, n. 29, 1984)
Nella
nostra società è giustamente molto viva la domanda e l’attesa di qualità
nel servizio sanitario. Viene posta, in fondo, una domanda di umanizzazione:
che nei servizi di accoglienza, di degenza, di informazione sia data la
giusta importanza alla correttezza del rapporto umano. Anche , e
soprattutto agli operatori
sanitari (medici, infermieri), operatori pastorali, ai volontari che
visitano i malati in ospedale e a domicilio è chiesto un supplemento di
sensibilità e di paziente attenzione alle persone.
1. 1.
INTRODUZIONE
“ Se
non sapete con certezza dove volete andare…… rischiate di
ritrovarvi altrove e di non accorgervene
!”. Questo
ammonimento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, raccomanda di
avere sempre ben chiaro gli obiettivi, gli scopi,
i fini che si vogliono raggiungere nella Sanità e nel gestire
i servizi socio-sanitari, se non si vuole deviare, venir meno, totalmente
o parzialmente, alle ragioni, ai compiti fondamentali, alla “mission”
che definisce il servizio stesso e per la cui funzione è stato
istituito.
In
realtà il servizio sanitario, come qualsiasi altro servizio, Istituzione,
Ente, Organizzazione, Associazione, non è qualcosa di anonimo, ma viene
espletato da persone con compiti specifici e ruoli ben definiti per cui il
servizio progredisce o regredisce, migliora o
peggiora a seconda di come le persone che vi lavorano lo
gestiscono, interpretando il loro ruolo.. Ciò vale anche per la Chiesa
che, pur essendo di istituzione divina, è una comunità di uomini
battezzati ma non per questo perfetti. Nel caso della sanità essa viene
gestita non soltanto da medici, infermieri,
tecnici, cioè dagli operatori che sono immediatamente a contatto
con il pubblico (e che il pubblico vede e giudica), ma anche dai politici,
dagli amministratori, dagli amministrativi. A queste categorie di persone
oggi bisogna aggiungere altre persone esperte in umanità, figure
indispensabili, purché siano adeguatamente preparate, competenti
secondo le esigenze dei nostri tempi, intimamente convinte
dell’importanza del ruolo
che incarnano.
Scopo
di questa relazione è, pertanto, offrire degli spunti di riflessioni sul
ruolo che oggi viene richiesto
agli esperti in umanità, ovvero ai “buoni samaritani”, siano essi
religiosi/e, operatori sanitari o pastorali,
volontari ospedalieri o a domicilio. Ciascuno poi riflettendo
singolarmente o nella propria comunità,
in incontri ecclesiali o associativi potrà ulteriormente
approfondire gli argomenti proposti per arricchire il proprio patrimonio
culturale e quindi attuare un servizio più incisivo nell’ambito della
pastorale della salute, ovvero in campo socio-sanitario
2.
LA NOSTRA SOCIETA’ OGGI
La
nostra società attuale è segnata da complessità, frammentazione,
consumismo ed esasperata invasione della tecnologia. Per quanto riguarda
il consumismo, sembrerebbe che l’attuale crisi economica provochi
un’inversione di tendenza, ma è ancora prematuro per esserne
completamente certi. E’ una società la nostra che censura la
dimensione del significato e del senso dell’agire, che sfratta i
fenomeni cui non si può porre rimedio con una risposta tecnica, come la
malattia inguaribile, la disabilità, la vecchiaia e soprattutto la morte.
Essi appaiono come eventi da gestire nel privato, poiché estranei alle
possibilità dell’incrementare consumo e della possibilità tecnica di
recupero.
Negli ultimi
decenni si è avuto un allungamento della vita media con il
conseguente progressivo invecchiamento della popolazione; fenomeno questo
irreversibile. Se tale fenomeno da un lato è positivo, dall’altro
ha consentito l’evidenziazione di malattie proprie dell’età adulta e
presenile, malattie sempre esistite, ma mascherate nella loro evidenza,
dalla presenza di una elevata mortalità in età relativamente giovane.
L’invecchiamento della popolazione ha rappresentato il presupposto per
una maggiore diffusione di quelle che vengono definite malattie
“cronico- degenerative”: le cardiopatie ischemiche, le vasculopatie
cerebrali, le malattie dismetaboliche (ad es. il diabete), i tumori, le
broncopatie croniche, la demenza senile, ecc.
Attualmente
sono le malattie muscolo-scheletriche, come le artriti e le osteoartriti
(termine quest’ultimo più corretto rispetto a quello di artrosi) che
dopo i 75 anni colpiscono almeno il 75% della popolazione e che creano
notevole disabilità.. Le
malattie cronico degenerative non sono malattie totalmente invalidanti, ma
possono ridurre l’autosufficienza di una persona. Quest’ultima è la
situazione che caratterizza una persona che, pur mantenendo naturalmente
una propria parte di continuità nella condizione di vita, di azione e
relazione, necessita di un aiuto e che, quindi in ultima istanza, dipende
dagli altri.
Questo
è già un primo fattore che ci fa intuire l’aumento dei malati sul
territorio e quindi nelle nostre comunità.
.
Un secondo fattore è costituito dal fatto che gli ammalati, appena si
esaurisce la fase acuta della cura, vengono subito dimessi
dall’ospedale; questo perché il pagamento riguarda la tipologia del
malanno e non più i giorni di degenza. Perciò sono aumentati e
aumenteranno sempre più i malati che avremo nelle nostre comunità:
malati oncologici, malati in fase terminale, malati psichici, anziani
della terza e quarta età, specialmente non autosufficienti
Ma la sofferenza maggiore del
nuovo secolo è la solitudine.
Solitudine
della vecchiaia che nasce dall’abbandono del ruolo professionale,
sociale e famigliare; solitudine della morte ritenuta un evento da
censurare e da rilegare in spazi neutri e tecnici.
Solitudine
dei malati. Nell’ospedale oggi non incontriamo più, come
problema principale, il dolore fisico, perché questo è efficacemente
alleviato dai farmaci; incontriamo soprattutto la sofferenza, che è
dolore dell’anima, e la solitudine. I progressi scientifici hanno
progressivamente spostato l’attenzione sulla durata della vita e quindi
sul quantitativo dell’esistenza, relegando in secondo piano la qualità
di questa, soprattutto quando si passa nella stagione terminale.
Solitudine
relazionale per mancanza di affetti. Anni fa, una signora ospite
di una casa per anziani mi disse: “ vede qui sto tanto bene, non sono
mai stata tanto bene in vita mia, non manco di nulla, sono come una
regina…veramente. Ma per i miei figli (e ne ho quattro) è come se non
esistessi. Anzi esisto, ma solo a Pasqua e Natale. E’ vero, non mi fanno
mancare nulla… ma non comprendono che mi manca
la cosa essenziale… il loro affetto “.
A Napoli vi è un proverbio che dice: “ Si può vivere
senza sapere il perché, ma non si può vivere senza sapere per
chi “
Solitudine esistenziale di chi ha un bisogno disperato
di confidarsi di condividere la sua sofferenza con chi nella vita ha
subito la stessa sorte. Cito ad esempio la donna che ha dovuto sottoporsi
ad un intervento chirurgico al seno.:“Mi fermo, mi guardo. Molto è
cambiato. Cosa è cambiato? Solo il mio corpo?Non lo so. Non mi trovo più.
Sono sola con questi pensieri. E lei, una donna come me che ha percorso il
mio cammino,cosa pensa ?Voglio abbattere le barriere della solitudine,voglio
incontrarmi con le altre e andare verso un nuovo equilibrio.”
La solitudine dei bambini e degli adolescenti che
genera paura e disagio. La solitudine interessa l’8,5 % della
popolazione; una percentuale che aumenta fortemente nelle regioni
settentrionali italiane dove raggiunge il 24%. Di fronte a questo dramma,
ammoniva madre Teresa di Calcutta: “ Noi crediamo che la povertà
consista solo nell’aver fame di pane, nell’essere nudi per mancanza di
vestiti, nell’essere privo di una abitazione di mattone e di cemento.
Esiste una povertà più grande: quella di non sentirsi amati, non
sentirsi desiderati; sentirsi emarginati. “
Il
concetto di povertà, dunque, non si deve restringere alla sola
mancanza di cose. In realtà povero è chi manca di sé, di vita,
di amore, di fiducia, di coscienza, di umanità, di speranza, di
solidarietà; povero è chi non ha rapporti con sé, con la realtà, con
gli altri.
L’Organizzazione
Mondiale della Sanità (O.M.S.) negli anni 90 del secolo scorso aveva
sintetizzato il proprio programma in espressione molto significativa: “Dare
anni alla vita, dare vita agli anni”. Non basta
“dare anni alla vita” con l’allungamento della vita media,
dovuta ad una migliore alimentazione, a condizioni igieniche più
salutari, a stili di vita migliori, ma
occorre che questa vita abbia una sua “qualità”. Ciò fa riferimento
non all’assenza del fatto episodico di malattia, ma ad una situazione
che consenta precostituiti livelli di benessere. Il “benessere” è più
dello “stare bene”: con esso s’intende anche l’equilibrio
psicologico, la soddisfazione emotiva, la capacità di assolvere alla
propria vita di relazione. In questo senso si tratta di un elemento
positivo, soprattutto se si tiene conto che ha spinto la medicina a porsi
nuovi traguardi, come quello di curare anche nell’impossibilità di
guarire, ossia di assicurare una qualità di vita migliore a un malato
cronico o terminale.
Tuttavia
la nozione di “qualità di vita” ha il suo polo negativo e mette in
discussione il valore della vita stessa. In nome di una pretesa “qualità
della vita”, si può mettere in dubbio che un’esistenza segnata da un
handicap valga la pena di essere vissuta o negare che una malattia cronica
renda ugualmente possibile una vita felice. Ad esempio, la qualità della
vita di un giovane paralizzato agli arti inferiori può sembrare
inaccettabile a chi lo osserva, e chi lo guarda può pensare che sia
inaccettabile anche per il giovane malato. Ma se questi è, per continuare
l’esempio, un musicista e la sua malattia gli consente di suonare il
violino, egli può considerare la sua vita, malgrado la grave menomazione
motoria, ancora sopportabile e degna di essere vissuta
“La
nostra società oggi interpreta la cosiddetta
“qualità della vita” in modo prevalente o esclusivo come efficienza
economica, consumismo disordinato, bellezza e godibilità della vita
fisica, dimenticando le dimensioni più profonde – relazionali,
spirituali e religiose – dell’esistenza. In un simile contesto la
sofferenza, inevitabile peso dell’esistenza umana, ma anche fattore di
possibile crescita personale, viene “censurata”, respinta come
inutile, anzi combattuta come male da evitare sempre e comunque. Quando
non la si può superare e la prospettiva di un benessere almeno futuro
svanisce, allora pare che la vita abbia perso ogni significato e cresce
nell’uomo la tentazione di rivendicare il diritto alla sua soppressione”
( Giovanni Paolo II, Evangelium vitae, n. 23 )
3.
LA
PASTORALE DELLA
SALUTE
Nei
suoi 2000 anni di storia
la Chiesa ha avuto sempre cura pastorale degli ammalati, avvertendo che
“il servizio ai malati è parte integrante della sua missione”,
e tutti gli operatori sanitari, ognuno nel suo specifico ruolo,
partecipano all’azione pastorale ed evangelizzatrice della Chiesa.
La
Chiesa italiana, in questo settore della cura pastorale degli ammalati,
nel 1989 ha offerto agli operatori sanitari e alle comunità ecclesiali
delle linee operative attraverso una Nota semplice e breve, ma essenziale,
facendone un punto di riferimento per la Pastorale sanitaria, affidandone
loro la responsabilità di esecuzione, con un atto di profonda fiducia.
In questi decenni, certamente la pastorale sanitaria ha cercato di
adattarsi alle nuove situazioni createsi con il sistema dell’aziendalizzazione
degli ospedali e del territorio, raccogliendone le sfide e le provocazioni
di carattere politico, legislativo, etico e morale. Come la Sanità
è uscita progressivamente dagli ambiti ristretti dell’ospedale per
radicarsi e allargarsi sul territorio là dove la gente vive e lavora
(distretti socio-sanitari), anche la stessa azione e presenza della Chiesa
accanto ai sofferenti ha perduto la sua limitata connotazione di pastorale
ospedaliera e si è configurata come pastorale della salute.
In
questo contesto la Chiesa è chiamata ad offrire un valido contributo
culturale, morale ed etico, perché le trasformazioni in atto si risolvano
in autentico progresso non solo tecnologico e scientifico, ma altresì
nell’offrire servizi
qualificati che rispettino la dignità dell’uomo dal suo nascere
alla morte naturale. Occorre,
quindi, riaffermare con forza che la salvezza evangelica passa unicamente
tenendo conto del senso e del valore della persona umana nella sua totale
integrità psicofisica. E’ un compito arduo che certamente oggi
non è più possibile consegnare e delegare solo al ruolo e alla
responsabilità del “Cappellano”.
Seguendo
le direttive della citata “Nota”, è la Comunità ecclesiale il
soggetto primario della pastorale della salute (n. 23), la comunità
direttamente coinvolta in tutte le sue componenti, dal Vescovo, al
Presbiterio, al Diacono, all’Accolito, al Ministro del’Eucaristia,
all’Operatore pastorale, al Volontario, ai laici cristiani.
Soprattutto
per quanto riguarda il prendersi cura degli ammalati nel
territorio, a domicilio, che sono la stragrande maggioranza come
precedentemente dimostrato, la comunità parrocchiale ha l’obbligo non
solo di ritenersi, ma essere una Comunità sanante, identificandosi
nel modello di diakonia che, nella pastorale della salute, esprime
pienamente l’impegno evangelico e missionario “Guarite gli infermi,
sanate i lebbrosi….” ( Mt. 10,8 ).
Di
fronte a problemi ingravescenti nel tempo come ci indicano tutte le
statistiche, la società italiana, pur vivendo un drammatico periodo di
transizione culturale e socio-politica, ulteriormente aggravato
dall’attuale crisi economica, chiede un l’azione coraggiosa
condotta con impegno che sia voce del debole, speranza del
disperato, coraggio del pauroso, sicurezza del dubbioso.
Di fronte a queste attese non è sufficiente “fare il bene” e fermarsi
all’opera buona, alla generosità e all’elemosina, regalando un euro o
più attraverso un messaggino telefonico; serve pensare il bene ed
essere avanguardie, protagonisti del cambiamento se vogliamo che questo si
realizzi.
In
questa prospettiva la Parrocchia, casa posta al centro del territorio, a
servizio di tutti come accoglienza cordiale e come fermento
nell’ambiente, , diviene soprattutto luogo dove la pastorale della
salute offre l’occasione privilegiata di evangelizzazione e di
promozione umana, incarnandosi strettamente nel vissuto sociale e civile.
4.
IL CONCETTO DI
“QUALITA’ “
Oggi in tutti i contesti e a tutti i livelli, si parla con
insistenza di qualità : qualità della vita, qualità del lavoro,
qualità del servizio, qualità del prodotto, qualità totale,
miglioramento continuo della qualità, verifica e revisione della qualità.
E’ questa una metodologia che tocca molteplici aspetti ed è la chiave
del successo in molti settori, anche in quello sanitario.
4.1. Il concetto di “qualità”. Nell’industria,
nel commercio, nell’artigianato la qualità è la “capacità di
un prodotto di rispondere completamente agli scopi per i quali è stato
progettato e costruito, al più basso costo possibile”.
Con
il termine “qualità” si deve intendere un concetto globale e
unificatore che ingloba tutto quanto riguarda l’obiettivo di
“eccellenza” al quale deve tendere l’azienda. E,
nel caso della sanità si deve intendere “il grado con cui i servizi
sanitari incrementano la probabilità per i singoli individui e per una
popolazione di ottenere i risultati sanitari desiderati, coerenti con lo
stato attuale delle conoscenze professionali.”
4.2. Il nuovo significato di “qualità”. Alla
base della Qualità Totale, vi è un nuovo e più ricco significato
della parola Qualità.
I
contenuti di questa parola sono i seguenti:
Qualità è soddisfazione
del cliente. La soddisfazione di colui che è giudice senza
appello di quanto i prodotti/servizi raggiungono le aspettative
Qualità e prevenzione.
Dare soluzione ai problemi prima che essi si verifichino e progettare
l’eccellenza dentro il prodotto/servizio.
Qualità e attenzione ai
clienti interni che sono a valle. I rapporti all’interno
dell’azienda (reparto, unità operativa, laboratorio, radiologia, ecc.)
vanno visti come un insieme di rapporti cliente-fornitore e ciascuna
persona o ente deve ricercare la massima soddisfazione di coloro che
ricevono gli output del proprio lavoro.
Qualità è produttività.
Ottenuta dal personale che percepisce l’addestramento, gli
strumenti e le istruzioni di cui ha bisogno per svolgere il proprio
lavoro.
Qualità è flessibilità.
La disponibilità a cambiare per far fronte alle richieste.
Qualità è efficienza.
Fare le cose rapidamente e in modo corretto.
Qualità è processo.
per un continuo miglioramento che non deve avere mai fine.
Qualità è investimento.
Che dà grandi ritorni in quanto, nel lungo andare, fare le cose giuste la
prima volta è meno costoso che correggerle successivamente.
Qualità è immagine verso
l’esterno. Curando la qualità in tutti i suoi aspetti
l’immagine dell’azienda viene ad essere
potenziata e si viene a guadagnare il più importante capitale che
possa avere l’azienda: la fiducia dei suoi clienti.
Tutti
questi significati di qualità prendono consistenza soltanto se
alla base di tutti vi è la qualità delle risorse umane,
ovvero degli uomini, dei professionisti che operano nelle strutture
sanitarie così come è stato detto nell’introduzione.
Viene
a proposito un’osservazione: oggi si parla molto di
“eccellenza” anche nella sanità. Conviene dunque precisare che
cosa si debba intendere per “eccellenza” in quest’ambito.
Spesso
si confonde l’alta specializzazione con l’eccellenza, ma si tratta di
due cose diverse. L’alta specializzazione è un sistema basato anche
sulla tecnologia, l’eccellenza è legata invece al talento di un medico,
di una equipe, di un reparto. Si tratta in questo secondo caso di un di più
che si guadagna sul campo, grazie alla competenza e all’efficacia delle
cure. L’ ”eccellenza,” dunque, riguarda, ancora una volta, la qualità
delle risorse umane. E, come vedremo, poiché tra le risorse umane
vanno annoverati anche gli operatori pastorali, i volontari, dipende anche
dalle loro doti di mente e di cuore il
rendere di qualità “eccellente” il loro servizio in aiuto del
prossimo
Da
queste precisazioni si evince che la qualità riguarda l’organizzazione
di un servizio, l’immagine sul mercato, oltre l’attività
dell’operatore. E la finalità e: la
soddisfazione del cliente.
La
qualità è l’insieme delle caratteristiche di un prodotto che
permettono di soddisfare le aspettative e le esigenze espresse o sottese
del cliente. E dato che queste si modificano nel tempo, è importante un
revisione periodica dei vari processi. Questo processo riguarda anche, lo
ripeto, gli operatori pastorale e i
volontari. Con
queste sottolineature sono state rilevate le basi delle diverse
insoddisfazioni del settore sanitario: la mancanza di identificazione
del concetto di qualità tra operatori e pazienti.
In
ospedale, l’operatore sanitario, utilizzando tutte le risorse che le
scienze mettono a disposizione, percepisce la qualità prevalentemente da
un punto di vista tecnico, mentre il paziente la chiede rivendicando,
oltre l’accettazione dei suoi valori in quanto persona e della
sua autonomia, anche un buon aspetto relazionale e un soddisfacente
confort alberghiero. Il
personale di un albergo, di un negozio, di una compagnia aerea…., nella
maggioranza dei casi, presta la massima attenzione al cliente e al suo
concetto di qualità mediante un approccio educato, una sensibilità nel
percepire i suoi desideri e i suoi valori. In ospedale questo avviene
poche volte, ritenendo che il malato debba adattarsi ai ritmi della
struttura complessa e non questa ai desideri del cliente-paziente. Un
esempio emblematico è l’assurdo orario del pranzo e della cena vigente
in parecchi Enti. La
mancanza di convergenza sui parametrici qualità, la poca attenzione ai
bisogni e ai desideri del sofferente dimostrano che il paziente, in vari
casi, non è percepito come “il cliente” o meglio “il datore di
lavoro” cui offrire il massimo.
Le
metodologie che fanno riferimento alla Qualità
Totale sono presenti, da decenni, nel contesto lavorativo
giapponese che deve all’applicazione di queste la rinascita
economico-industriale del dopo-guerra e la posizione di leadership in
molti ambiti del mercato mondiale. Proprio
le leggi 502/92 e 517/93, che hanno trasformato radicalmente il nostro
sistema sanitario, hanno previsto sistemi di verifica e di revisione della
qualità, dalla medicina di base al ricovero ospedaliero e a tutti gli
ambiti della prevenzione, cura e riabilitazione
4.3. Le
metodologie della Qualità
4.3.1. Aspetti della metodologia della qualità
I cambiamenti previsti dalla metodologia della Qualità totale
richiedono un nuovo modello organizzativo e uno specifico atteggiamento
nei confronti del cliente. Per il settore sanitario i punti di intervento
sono i seguenti:
La centralità del malato Tale
valore esige, da un lato, che tutta la dinamica organizzativa dei servizi
debba proporsi come obiettivo l’uomo o la donna che soffrono, nel corpo
e nello spirito, le più svariate conseguenze dell’infermità e,
dall’altro, che il malato sia considerato nella totalità del suo essere
bio-socio-psico-spirituale. Un
servizio sanitario non dovrebbe essere concepito per far fronte ad un
“bisogno”, ma piuttosto per rispondere ad una persona
per la quale, in un determinato momento della vita, un
“bisogno” assume un’importanza relativamente maggiore. Di fronte ad
un sevizio, infatti, sta sempre una persona, non un “bisogno”. La
separazione tra la persona e le sue necessità, fino a dare
artificialmente vita al “bisogno” in forma quasi indipendente dalla
persona che ne è portatrice, pone certamente in pericolo l’integrità
del malato. Il
rispetto di questo valore comporta anche la lotta alla marginalizzazione
di alcune categorie di malati
come i morenti, i diversamente abili, i malati mentali.
La partecipazione responsabile del paziente
al processo terapeutico . Essa comporta una distribuzione più
adeguata del sapere e del potere tra personale e ammalato in modo che
quest’ultimo possa passare da una docile passività ad una presa di
responsabilità nei confronti della propria malattia e delle conseguenze
che essa provoca. In questo contesto rientra l’obbligo del “consenso
informato”
Il rispetto della persona degli operatori
Il mondo della sanità si trasforma in un ambiente disumano per il
personale quando quest’ultimo è costretto a sopportare modalità di
lavoro che offendono la sua dignità, obbligandolo a comportamenti che
eviterebbe volentieri o che sono contrari al suo modo di concepire
l’assistenza ai malati. In alcune situazioni, che fanno appello alla
coscienza individuale, va rispettata “l’obiezione di coscienza”.
Fondamento etico dell’umanizzazione
Si può quindi concludere che il fondamento etico
dell’umanizzazione è costituito dal riconoscimento della dignità della
persona umana in tutti e in ciascuno, nel paziente, nel medico,
nell’infermiere, nell’amministrativo,
nel volontario. Tutto
ciò non è sentimentalismo, ma è il sentimento che va posto
accanto all’intelligenza e alla volontà nell’esercizio dell’arte
sanitaria.
5.2 Il
processo dell’umanizzazione
L’umanizzazione
non è un’operazione di facciata, ma uno stile di comportamento che
coinvolge gli operatori socio-sanitari, i responsabili
politico-amministrativi, la comunità cristiana, le Associazioni dei
malati e dei loro famigliari, le organizzazioni di volontariato, tutte le
forme di rappresentanza sociale che nascono e crescono nel territorio, e
tutti i cittadini che sentono il dovere civico di dare il loro contributo
Coinvolge i politici
nell’individuare strategie rispondenti sia ai bisogni di salute che di
cura dei cittadini.
Coinvolge gli amministratori
nell’impostare corretti modello organizzativo-gestionali,
superando logiche burocratiche, rifuggendo da risposte preconfezionate e
da prestazioni standardizzate, provvedendo ad una equa distribuzione delle
risorse anche per creare condizioni logistiche adeguate
Coinvolge le figure apicali facendosi
carico della fatica psicologico-relazionale che investe ogni professione
di aiuto alla persona, assicurando adeguate gratificazioni ed incentivi,
non solo economici, ma anche orientati ad una crescita professionale ed
umana. Infatti, un clima umanizzato può nascere solo da operatori che si
sentano essi stessi valorizzati e rispettati.
Coinvolge tutti
i cittadini che intendano trasformarsi da “consumatori
passivi” dei servizi sanitari in “attori corresponsabili e
partecipi” di un bene che è comunitario, quello della salute.
(legge di Riforma Sanitaria n. 833/’78, art. 1)
Anche
ad un esame sommario della situazione ambientale e sociale ci si accorge
che, se si vogliono ottenere risultati nelle medicina preventiva, nel suo
momento territoriale, è necessario fare appello alla corresponsabilità
dei cittadini e dare spazio alla loro partecipazione.
Peraltro il termine socializzazione che caratterizza il
modello di riforma sanitaria italiana sarebbe una parola vuota se non
volesse dire partecipazione sociale in
senso attivo e non soltanto in
senso beneficiario e consumistico.
In
particolare:
Coinvolge i “buoni samaritani” Se
la pastorale è l’azione della Chiesa intera, di tutta la Chiesa e di
tutti nella Chiesa, per nessuno l’azione pastorale deve essere atto
individuale. Questo in ogni ambito, anche in quello sanitario. Tutti
devono prendersi cura dei malati a domicilio con efficienza ed efficacia.
Naturalmente l’efficacia non va ritenuta fine a se stessa, ma una
condizione da non trascurare nell’azione caritatevole.
“L’efficientismo
– scrive il Card. Giacomo Biffi, già arcivescovo di Bologna – non è
una virtù evangelica, ma non sta scritto da nessuna parte che
l’inefficienza sia dono dello Spirito Santo. Senza dubbio le nostre
opere non sono gradite al Signore a misura della loro perfezione esecutiva
e del successo mondano; ma è difficile ritenere che Dio si compiaccia
dell’impreparazione, del pressapochismo, della trascuratezza”.
Vivere
e diffondere la cultura e lo stile dell’umanizzazione per i “buoni
samaritani”sono impegni prioritari che si concretizzano mediante la
testimonianza e il sevizio offerto con grande disponibilità gratuita.
Nei corsi di formazioni al Volontariato moderno organizzato da
parecchie benemerite Associazioni del Patriarcato si chiarisce che fare
volontariato non è manovalanza a costo zero, non è dilettantismo, non è
improvvisazione, ma implica quasi una professionalità che si acquisisce
sviluppando certe capacità destinate al servizio degli altri. Si tratta
di sviluppare nel senso letterale del verbo di
“togliere dal viluppo, liberare, accrescere, sprigionare “ le
nostre doti innate di mente e
di cuore per un servizio pertinente, mirato e di qualità nel portare
aiuto a chi è nel bisogno.
Questa presa di coscienza, questa maturazione interiore, denominata
“saper essere”, è un dovere da parte di
chi vuole assumere il ruolo di volontario per un atto di giustizia
commutativa nei confronti del prossimo, prima ancora che per un atto di
solidarietà. Giustizia commutativa significa che come io vorrei essere
trattato sempre in ogni circostanza della vita, ma soprattutto se dovessi
trovarmi in situazioni di bisogno, così
io devo trattare gli altri.
In particolare per chi si professa cristiano, Paolo VI raccomandava
un “supplemento d’anima” inteso come supplemento di sensibilità e
di paziente attenzione alle persone sofferenti, rammentando altresì che
“la nostra società è più
disposta ad ascoltare i testimoni che non i maestri; e se ascolta i
maestri lo fa perché essi sono testimoni.”
Se avremo la
pazienza di riflettere sui valori di seguito descritti, ci accorgeremo che
già esistono in noi. Sono risorse che attendono solo di essere portate
alla luce, armonizzate, confluenti ad un unico fine:
l’affinamento della sensibilità
e della personalità di ciascuno di noi come volontario
6.
ALCUNI VALORI
ISPIRANO E IDENTIFICANO
COLUI CHE
“SI PRENDE
CURA” DEL SOFFERENTE
OGGI
Tali valori sono:
6.1
La riservatezza e il segreto professionale
Le parole riservatezza e segreto
professionale sono sinonimi. La prima viene definita “la condizione di
ciò che deve essere tenuto segreto o comunicato soltanto a una cerchia
ristretta di persone.” Il segreto indica notizie, fatti, circostanze che
uno conosce e che non deve divulgare. Il segreto professionale indica
tutto ciò che ad un professionista viene confidato con l’intendimento
che non lo palesi ad altri. I concetti di riservatezza e di segreto professionale
si riferiscono al diritto di ogni persona alla sua intimità ( in inglese privacy)
ossia al diritto che i suoi più intimi pensieri, sentimenti, desideri,
aspirazioni, non vengano divulgati e trasmessi ad altri. La “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo” (1948)
recita all’art. 12 che “nessun individuo può essere sottoposto ad
interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella
sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesioni del suo onore e della
sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato contro tali
interferenze o lesioni.” La
norma della riservatezza è dunque universale e non è limitata al segreto
professionale. Chi si fa prossimo ad un malato ha l’obbligo della
riservatezza, così come gli operatori sanitari hanno l’obbligo del
segreto professionale, la cui violazione può comportare sanzioni penali.
6.2. L’empatia
Al singolo “samaritano”si richiede soprattutto una competenza
umana e umanizzante che si estrinseca attraverso l’”empatia”
nell’assistere il prossimo sia esso malato, anziano, bambino. L’atteggiamento empatico è fondamentale in tutte le professioni
di aiuto comunicando in modo semplice, efficace, trasparente,
personalizzato. Empatia non è solamente capacità di capire, comprendere,
ascoltare, rendersi conto…. ma in profondità significa condividere,
mettersi nei panni dell’altro, evidentemente non per compiangerlo,
quanto piuttosto per attivare delle risposte di aiuto veramente
pertinenti, mirate ed efficaci.
Un esempio chiarirà il concetto. Per un
medico dire ad un paziente:
“Tu hai il cancro, ma oggi la medicina ti permetterà di vincerlo”, può
non essere sufficiente per ottenere la collaborazione del paziente.
Dire allo stesso paziente: “ Comprendo quanto sei preoccupato del
tuo futuro e di quello che ti attende, ma sappi che ti starò vicino e ti
suggerirò come affrontare l’intervento o la terapia, perché ti
assicuro che ne trarrai tanti benefici e tu dovrai lottare insieme a me
per vincere il male che ti fa soffrire”, questo sì potrebbe essere più
convincente come modo di comunicare per ottenere la necessaria
determinazione e collaborazione da parte del malato.
Occorre tener presente anche la comunicazione del corpo, dello
sguardo, della propria postura. Noi vediamo gli altri, ma loro ancor più
vedono noi e la nostra immagine nel suo complesso. Questo vuol dire che se
noi non ci poniamo in modo convincente di fronte al nostro interlocutore
potremmo fallire nell’intento di comunicare un concetto in modo
significativo e penetrante. Se invece vogliamo far comprendere in modo
personale quello che diciamo e rendere la nostra comunicazione condivisa
dobbiamo tenere conto anche di come e dove comunichiamo ed in
quale modo ci poniamo. Gli esseri umani in una situazione di grande dolore hanno bisogno
di altri esseri umani per rimettersi in piedi e la mano loro tesa non sarà
rifiutata. Condividere il tempo, il sapere, la capacità di ascolto e
di vicinanza, come raccomandava San
Vincenzo de Paoli, fondatore delle Conferenze di San Vincenzo. Il
servizio esprime pienamente l’amore e la solidarietà, quando diventa
condivisione di vita.
6.3. Il senso della solidarietà e della
responsabilità . Ulteriori valori qualificanti la vita dei
volontari sono il senso di solidarietà e della responsabilità.
La
responsabilità morale deve essere definita come la capacità di
prendere coscienza delle conseguenze delle proprie azioni e sentire
l’impegno interiore di non rifiutarle o rinnegarle. La
parola responsabilità deriva dal verbo latino “respondére”
che in un altro verbo latino “spondére” ha il suo corrispondente. Significa
“promettere”, “impegnarsi”. E’ responsabile chi risponde
delle proprie azioni, assumendosi anche le conseguenze di questa risposta.
E’
facile trovare persone che fanno professione di principi etici, ma che per
superficialità o per poca chiarezza e coerenza, lasciano agli altri –
alla famiglia, alle strutture, alla società civile – il compito di
portare il peso delle loro azioni. Se
non si riesce a recuperare e ad educare i cittadini al senso della
responsabilità, difficilmente uno Stato o una istituzione sociale potrà
perseguire l’obiettivo del “bene comune”, perché sarà frammentato
in tanti beni individuali spesso contrapposti fra di loro.
Maturato
il senso della responsabilità potrà poi maturare il senso della
solidarietà . Ci
chiediamo: in che modo il volontario si fa portatore di questo valore ?
L’attenzione
agli ultimi esige una continua vigilanza da parte del volontario: gli
ultimi, infatti, non sono una categoria specifica di poveri, ma
attraversano, per così dire tutte le stratificazioni sociali. Ciò
risulta di tutta evidenza se si considera “povero” non solo chi manca
di cose o di mezzi economici, ma “povero” è anche chi manca di sé,
di vita, di salute, di amore, di fiducia, di coscienza, di umanità, di
speranza, di solidarietà; povero è chi non ha rapporti con sé, con la
realtà, con gli altri. E la solidarietà non è un’etichetta che il
volontario si applica entrando in una struttura o in una casa, ma il
valore che deve interiorizzare e trasmettere nella quotidianità in
famiglia, nella professione, nel sociale.
La
solidarietà è il crocevia dell’autentica relazione
umana. E’ il sentirci tutti, noi e chi richiede aiuto, legati alla
stessa cordata e, pertanto, partecipi dello stesso dramma psicologico,
familiare e sociale.
6.4.
La condivisione è molto più del “dare”, più
anche dello “spendere generosamente” per gli altri. Esprime insieme la
gioia del dare e del ricevere..
La
condivisione suppone di sentirci tutti, noi e gli emarginati, parte
dello stesso corpo, legati alla stessa cordata. Suppone il credere che la
società è come mutilata se si priva della cultura dei poveri, se
rinuncia alla loro partecipazione fattiva e responsabile, giacché ogni
persona ha qualcosa da dare e senza l’apporto di ognuno la comunità non
cresce
La
condivisione è sincera se considera tutti gli uomini
importanti: diversamente diventa paternalismo, privilegio dei ricchi, dei
sani, delle persone che possono più degli altri.
Il
“buon samaritano”, sia esso ministro straordinario della Comunione, o
accolito, o volontario non è un benefattore nel senso tradizionale, né
un assistente sociale. Non è il copione di un professionista. Se entra in
ospedale non farà l’infermiere o il medico. Il suo è un compito
diverso, di condivisione della condizione umana della persona
che incontra perché essa esca dalla sua solitudine, dalla sua povertà.
Ciò è possibile solo se colui che si incontra è stimolato ad essere
protagonista, non un assistito, non un oggetto di iniziative passivizzanti,
per preziose che siano. Questo esige che si addotti un metodo che conduca
progressivamente la persona a “stare in piedi da sola”, a scoprire e a
volere – notate bene a volere – tutta l’autonomia che gli
è consentita.
In
tal senso viene accentuato il concetto di lavorare “con chi richiede
aiuto”, più che lavorare “ per chi richiede aiuto “..
Condivisione è anche “saper ascoltare.”
6.5. Il calore umano
Amare ed essere amati costituiscono due dei bisogni
fondamentali dell’uomo. Il calore umano è l’energia affettiva che
indirizziamo verso l’altro. Lo strumento principale di questa
trasmissione è il nostro corpo: attraverso la corporeità, vale adire
l’espressione del nostro volto, dei nostri occhi, delle nostre mani, dei
nostri gesti, della nostra voce, si trasmette calore, vicinanza e
accoglienza. In
determinate situazioni, le parole non servono. Anzi, se pronunciate,
infastidiscono. Ad esempio, quando una persona ha ricevuto una diagnosi
infausta o è straziata da un violento dolore o vive una perdita
improvvisa. Sono momenti carichi di drammaticità. La sofferenza esige
rispetto, non prediche. Una presenza silenziosa, una stretta di mano, un
gesto di appoggio, possono esprimere più di mille parole.
6.6. L’ascolto
Un grave difetto
della nostra epoca è quello di non saper ascoltare, che deve
essere corretto e superato, invertendo l’abitudine molto diffusa di
voler soprattutto parlare. Si deve riconoscere che su questo punto
ci furono gravi carenze nell’educazione che noi abbiamo ricevuto. Ci
insegnarono tante cose: a scrivere, a leggere, parlare, cantare, amare, ma
mai nessuno ci insegnò ad ascoltare. Mai nessuno ci disse che regalare
ascolto è un gesto d’amore raffinato, che l’atteggiamento
d’ascolto è tanto difficile quanto prezioso che può diventare dono.
Così ci siamo convinti che parlare è più urgente che ascoltare e ciò
che noi abbiamo da dire è sempre più istruttivo ed interessante di ciò
che hanno da dire gli altri. E’ proprio questo aspetto educativo
sull’importanza dell’ascolto che va coltivato.
Ascoltare
la voce di chi è nel bisogno è, prima di tutto, mettersi in
atteggiamento di disponibilità interiore, di apertura d’animo, di
capacità di empatizzare con lui. L’ascolto
è arte difficile: non è solo un gesto fisico, ma capacità di capire e
di “accogliere” l’altro
così com’è e non come vorremmo che fosse. L’ascolto
comincia con il fare silenzio dentro di noi, dimenticando l’importanza
di noi stessi, della nostra persona. Ancora: significa essere disponibile,
non essere troppo occupato o vuoto, non lasciarsi soffocare dalle ansie
quotidiane. Ascoltare
non è un atteggiamento passivo, bensì attivo, che ti coinvolge. Ascoltare
è scoperta di una verità che non viene da noi. Una verità che bussa
alla nostra porta e desidera entrare un relazione con noi.
Come
volontari siamo chiamati a “regalare ascolto”, in una
società dove la persona è portata a mettere in mostra solo se stessa. E
l’ascolto deve avvenire con viva
partecipazione, con tutta la fioritura
dei sensi. Solo prestando grande attenzione si potrà cogliere
anche la comunicazione non verbale, talora espressa soltanto dallo sguardo
di un malato oncologico, di un anziano che ha difficoltà ad esprimersi,
di un bambino chiuso in un mutismo ostinato per mancanza di affetto, di un
adolescente in situazione di disagio esistenziale.
Ma
ancora non basta. Meglio ancora della condivisione e dell’ascolto è
l’amore.
6.7. L’amore
La parola amore, oggi, è inflazionata, logorata,
strumentalizzata, banalizzata e soprattutto non compresa nella sua
essenza. Cosa
significa amare ? Come dobbiamo amare ? Dove nasce l’amore ?
L’amore
ha origine nel cuore dell’uomo, ma è una dote che va coltivata e
curata. Classica
è l’affermazione attribuita al Ferency, celebre discepolo di Freud,
“non sono le tecniche del terapista, ma l’amore del terapista, che fa
guarire “. La
definizione che Hagermann dà di amore nell’ambito del rapporto
assistenziale è la seguente: “L’amore è un modo di rispondere agli
altri che esprime una coscienza e un rispetto della persona, che riconosce
e considera i suoi bisogni specifici e che richiede una reciproca
partecipazione “.
Questa
definizione di amore, che si riferisce in modo specifico al
Nursing, cioè all’assistenza infermieristica personalizzata basata
sull’analisi dei bisogni, è paragonabile alla descrizione che Erich
Fromm fa dell’amore maturo: “ L’amore è una forza attiva
presente nell’individuo, una forza che spezza le barriere che separano
l’individuo dai suoi simili, che lo unisce agli altri; l’amore gli
consente di vincere il senso di isolamento e di individualismo e al tempo
stesso gli consente di essere sé stesso e di conservare la propria
integrità”. Per
combattere le crisi sempre più sconvolgenti dell’umanità Fromm
suggerisce di “mobilitare l’amore per la vita, unica forza che possa
sconfiggere l’amore per la morte “.
Nell’accostar
il sofferente occorre un amore
autentico che conosca le necessità dell’uomo d’oggi. Dietro
gli sguardi spenti, i visi spaventati, c’è l’universo
di un essere umano con le sue percezioni, le sue idee, i suoi
sogni, e quindi i suoi bisogni specifici. Federico
Shiller diceva: “Se vuoi comprendere gli altri, guarda prima nel tuo
cuore. Siamo tutti della stessa pasta umana. La capacità di capire gli
altri è innata in noi, è primaria, istintiva; è iscritta nella nostra
struttura biologica e psichica; è una qualità o dotazione naturale, che
si affina al ritmo della crescita di ciascuno, sotto l’influenza
dell’interazione sociale e dell’addestramento. E’ il
retaggio della comune esperienza umana. All’origine è un talento di
base, un’attitudine iscritta nell’essere, una risonanza primitiva fra
gli esseri umani, che la vita sociale stimola e affina”
Ha
scritto un grande teologo cattolico che “un autentico servizio umano è
già un servizio divino” e che”non la parola, ma l’azione fa luce su
cosa è l’amore” (H. Kung, Essere Cristiani, Ed. Mondadori,
1976). Il
nostro “saper essere”, il nostro impegno di operatori pastorali
o volontari socio-sanitari, la nostra personalità matura deve
estrinsecarsi nel nostro agire quotidiano con un atteggiamento, con un
comportamento, con un “modo di essere”, nel rapporto con la
persona bisognosa di aiuto, basato
su di una vicinanza fatta di
ascolto, di rispetto, di interesse. Deve
essere un autentico incontro fra due uomini liberi o, come è stato detto
da Giovanni Paolo II, fra una “fiducia” e “una coscienza”.
Ciò consentirà al malato di sentirsi accolto e capito per quello che
veramente egli è : un individuo, meglio una “persona” che ha
delle difficoltà nell’uso del proprio corpo e nell’esplicazione delle
sue facoltà, e quindi nel soddisfacimento dei suoi bisogni fisici,
psichici, sociali, spirituali, ma che conserva intatta l’essenza della
sua umanità che si attende di vedere rispettata.
7 7.
LA
MOTIVAZIONE
ALL’INCONTRO
CON IL
SOFFERENTE.
Le
motivazioni che inducono ad accostare il sofferente sono fondamentali
perché dalla loro identificazione e verifica dipende, in massima parte,
la qualità del servizio. La motivazione è il
motore propulsore che accende il dinamismo della persona, infonde
entusiasmo nella vita, spinge a compiere gesti e servizi di donazione e di
altruismo.
Due
sono gli ingredienti che sostengono una solida motivazione: una buona dose
di umiltà, che scaturisce dalla disponibilità ad affrontare il
proprio disagio e la propria povertà dinanzi alla sofferenza; umiltà
intesa come ricerca, non umiltà nel senso di tirarsi indietro o
del dire che siamo incapaci di affrontare questa realtà; questa non è
umiltà, questo è disimpegno, è non riconoscere le energie che lo
Spirito non cessa di mettere in noi. L’umiltà dice anche che nessuno,
fosse anche il più bravo, fosse anche il più dotato, nessuno potrà mai
rispondere da solo nel prendersi cura del malato, consapevoli che il
proprio contributo è parziale e che è necessario coinvolgere altri per
offrire un’assistenza adeguata.
Ecco
allora il “noi” della Chiesa, che rimane fondamentale; un “noi”
della Chiesa che non è un noi di ghetto, né di roccaforte; è il noi
dell’umanità perché è il noi del “Padre nostro” e dunque del
Vangelo. “ Nell’approccio ai malati e ai sofferenti, la Chiesa è
guidata da una visione precisa e completa della persona umana, creata a
immagine di Dio e dotata di dignità e di diritti umani inalienabili.”
( Giovanni Paolo II, Messaggio pontificio per la GMM 2002).
L’espressione
“dignità dell’uomo” non vuol dire nulla se non significa che per
legge naturale, l’uomo, la persona umana ha il diritto di essere
rispettata e possiede dei diritti. In una parola vi sono cose dovute
all’uomo per il fatto stesso che è uomo dal concepimento alla morte
naturale.
Ecco
il “noi” delle associazioni di volontariato che si ispirano al Vangelo
o più semplicemente a valori umanitari. l
secondo ingrediente è una buona dose di coraggio, che nasce dalla
pazienza di fronte alle prove e dalla capacità di non arrendersi dinanzi
alle difficoltà. Le
migliaia di buoni samaritani che ogni giorno percorrono le corsie degli
ospedali d’Italia per visitare gli anziani, i portatori di handicap, i
malati di AIDS, i malati di mente in centri di riabilitazione o nelle loro
case, sono mossi da ragioni o da motivazioni diverse. Il
buon samaritano che svolge il proprio servizio all’interno di gruppi
autonomi o di associazioni confederate può avere una varietà di motivazioni
sociologiche, motivazioni psicologiche, motivazioni pedagogiche. ( La
motivazione, intesa come “conoscenza di sé”, è descritta in Appendice
a pag. 21 )
8.
8.
LA VISIONE GLOBALE DELLA
PERSONA SOFFERENTE
Oggigiorno
registriamo una forte domanda di salute sia sul versante della medicina
tradizionale che della medicina alternativa, come pure nella cura del
corpo e nella ricerca del benessere, avendo assunto i concetti di salute e
di malattia un’accezione più vasta che in passato.
Il concetto di salute
ha acquisito nuove e importanti connotazioni. Non si rapporta
unicamente a fattori fisici e organici, ma coinvolge le dimensioni
psichiche, spirituali e sociali della persona. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nella dichiarazione di
Alma Ata (1978), ha affermato
che la salute è “uno stato di completo benessere fisico,
mentale e sociale, e non soltanto assenza di malattia e infermità”.
Il termine “salute”, dunque, non è più inteso come semplice
assenza di disturbi fisici ed organici, ma
coinvolge le dimensioni psichiche, mentali, spirituali della
persona, estendendosi all’ambiente fisico, affettivo, sociale e morale,
in cui la persona vive ed opera; inoltre è avvertito un profondo rapporto
tra salute, qualità della vita e benessere dell’uomo.
Oggi non ci si accontenta più di vivere , ma si vuol vivere
pienamente.
Il
concetto di malattia In
analogia con quello di salute, anche il concetto di malattia si
è ampliato. Perché non è solo presenza di disturbi fisici ed organici,
ma è “intesa come
malessere esistenziale, conseguenza di determinate scelte di vita, di
spostamento di valori e di errori di gestione dell’ambiente materiale e
umano”
. Questa
nuova visione evidenzia che la salute o la malattia non interessano una
sola dimensione dell’uomo, ma la persona nella sua globalità. Solo
quando tutte queste trovano equilibrio e stabilità, l’uomo può
affrontare difficoltà e avversità. Di conseguenza, è necessario
superare, da una parte, il limite presente in molti di considerare le
varie dimensioni della persona come giustapposte e non inscindibilmente
unite, ricordando che ogni distinzione tra corpo, psiche, spirito,
affetti, sentimenti contribuisce a creare divisione e malessere.
Dall’altra è opportuno correggere la forte accentuazione che,
soprattutto nella cultura odierna, è assegnata al corpo. Dietro
gli sguardi spenti, i visi spaventati e i corpi dolenti c’è
l’universo di un essere umano con le sue percezioni, le sue idee. I suoi
sogni, e quindi i suoi bisogni specifici.
La
visione di globalità è indispensabile accostando il sofferente, perché
la malattia, l’evento traumatico improvviso o l’invalidità provocano
un cambiamento degli stati esistenziali, coinvolgendo tutta la persona.
Il coinvolgimento fisico od organico, si
manifesta mediante il dolore dell’organo ferito.
Il coinvolgimento psichico si esterna con la
paura, l’ansia, la depressione e mediante interrogativi: “Che cosa
avrò ? Mi diranno tutta la verità ? Riuscirò a guarire ? “
Il coinvolgimento spirituale rende
problematico il rapporto con Dio e con se stesso: “Che cosa ho fatto di
male perché Dio mi castighi duramente ? Ho vissuto onestamente, perché
ora mi trovo in questa situazione ? “
Il coinvolgimento sociale nasce dall’aver
sospeso, anche solo temporaneamente, una professione e una rete di
rapporti interpersonali per cui ci si chiede: “ Potrò tornare al mio
lavoro ? E se non potrò, chi si preoccuperà della mia famiglia ? Quanto
tempo mi ci vorrà per guarire ? I
miei amici mi dimenticheranno ? I miei clienti cercheranno altri rapporti,
escludendomi ? “
9.
L’UOMO – PERSONA DI FRONTE
ALLA MALATTIA
Il
malato vive un grossa difficoltà; è bloccato nella sua attività
quotidiana, spesso è totalmente dipendente dagli altri, in molti casi ha
perso i suoi diritti, non è più padrone di sé
e dei significati della sua vita. Non
è più padrone di sé perché
è ricoverato in un luogo estraneo, con regole precise e sostanzialmente
caratterizzato da una neutralità affettiva e da un orientamento
settoriale e specialistico. Non
è più padrone di sé perché, forse, è affetto da malattia cronica, da
menomazione permanente o handicap invalidante, conseguente un grave
incidente, che non gli
permetteranno in futuro di riprendere le attività quotidiane ed un ruolo
sociale conquistato con sacrifici e fatica. Di conseguenza dovrà
abituarsi a vivere da malato in un mondo di sani. Non
è più padrone di sé perché è terrorizzato dalla morte che, in alcune
situazioni, si avvicina velocemente. E di fronte a questa
“espropriazione”, può assumere vari atteggiamenti, diversi secondo
l’età, la personalità, la gravità della patologia, la modalità
d’insorgenza, la capacità della famiglia e dell’ambiente
sociosanitario di rispondere alle sue esigenze.
I
bisogni del malato.
“Ho bisogno di…”, “Sento il bisogno di…”,
“Voglio…”, “Desidero…”, “Mi manca…” Parole e pensieri di
questo genere, accompagnati da particolari condotte ed emozioni,
solitamente rivelano uno stato particolare: il bisogno.
Il
bisogno è uno stato soggettivo di carenza, uno stato di perdita di
equilibrio, una mancanza di qualcosa (risorsa) che ottenuta farebbe
ritornare l’equilibrio entro livelli di tolleranza. La reale possibilità
di poter soddisfare i bisogni e di mantenere l’equilibrio in un momento
così difficile come quello di un ricovero, soprattutto se resosi
necessario per una patologia severa dipende dalla reale capacità del team
ospedaliero (medico, infermiere, ausiliario) di saper riconoscere i
bisogni. Focalizzare i bisogni vuol dire mettere al centro sia il malato
che i familiari, utilizzando al meglio le risorse disponibili. Vuol dire
massimizzare la qualità di vita nonostante la sofferenza; e tutto
ciò aumenta le probabilità che la persona sperimenti un vissuto di
“sollievo”, anche e soprattutto nel senso spirituale del termine. “ Quando
entrerete in una casa, sarà per il sollievo dei malati. “,
raccomandava già 2500 anni fa Ippocrate, medico greco, padre della
medicina.
Il
malato può manifestare dei bisogni che, all’occhio della persona sana
che lo assiste, possono sembrare contraddittori. Ha dei parametri diversi
con cui confrontarsi, per cui gli stessi concetti di spazio e di tempo
vanno modificandosi dando un senso diverso agli eventi che si susseguono.
Il alato ha bisogno di dialogare con i sanitari e con i familiari in modo
chiaro e aperto. Può volere sapere la verità, ma forse non tutta la
verità. Può voler sapere la gravità della situazione e sentirsi
consapevole del termine della vita, ma non avere piacere che questo gli
venga detto in modo esplicito. Durante tutto il decorso della malattia, la
persona ha il diritto di conoscere le terapie che gli vengono praticate e
di decidere il tipo e la quantità delle cure a cui intende sottoporsi.
Anche nella fase terminale ha bisogno di mantenere il controllo della
propria situazione, continuando a partecipare alle scelte terapeutiche.
Proprio
nei momenti più difficili, come quello di un ricovero ospedaliero,
l’uomo percepisce che ha bisogno di “qualcosa” che va al di là di
se stesso, che dia senso alla sua vita, e che sia capace di dare respiro,
motivazione e spiegazione al suo desiderio di felicità. La spiritualità
rappresenta per l’uomo, insieme, motivazione e obiettivo che trascende
la limitatezza della singola persona e lo apre all’infinito.
Per
accompagnare e sostenere adeguatamente il sofferente, e non soltanto nella
fase del ricovero ospedaliero, dobbiamo comprendere i moventi dei suoi
comportamenti (motivazione) e il significato di alcune sue reazioni
specifiche (atteggiamenti). All’atto
pratico tutti coloro che sono chiamati ad assistere un malato,
direttamente o indirettamente, possono e devono farsi carico della relazione
d’aiuto e devono favorire al massimo le opportunità di dialogo. La
parola e la vicinanza sono i legami che permettono di unire, cancellando
la distanza e il silenzio; tolgono dall’isolamento. Operatori sanitari,
familiari, amici, religiosi, operatori pastorali e volontari possono
rassicurare mandando messaggi positivi in diversi modi: scegliendo un
luogo ed un momento adatti alla conversazione, presentandosi, toccando,
sedendosi accanto al malato con tranquillità, rimuovendo gli ostacoli che
potrebbero interferire nel rapporto.
10.
LA CONTINUITA’ DELLA
CURA
Allorché ciascuno
di noi si trova di fronte alla malattia, come primo impatto prova
una sensazione di sgomento, se non di paura. Le reazioni personali
successive dipendono dai valori, dalla fede, dalle risorse che ciascuno
possiede e, ultimamente, anche dalle risorse economiche a sua disposizione
per poter affrontare la situazione. Molte persone anziane vivono sole o
per scelta o perché rimaste vedove. I figli, se ci sono, abitano lontano
in altre città e devono lavorare. Non tutti hanno disponibilità
finanziarie per potersi permettere il costo di una badante.
Sicuramente
la malattia rappresenta una realtà che non possiamo affrontare da soli.
Per cui l’essere curati in caso di malattia, oltre ad essere un diritto
dell’individuo ed interesse della comunità, sancito per legge (
Costituzione italiana, art. 32
), rappresenta un momento privilegiato di incontro, di relazione. Subentra
la necessità non solo di
essere informati, curati, assistiti, ma anche di essere accompagnati in
tutto ciò che può conseguire ad essa.
Uno
dei problemi più gravi che oggi ci troviamo ad affrontare nel nostro
territorio è l’assicurare “la continuità della cura” al
momento della dimissione dall’ospedale, soprattutto delle persone
anziane. Oggi in ospedale vengono ricoverati solo malati affetti da
malattie acute o da patologie che necessitano di indagini diagnostiche
complesse e di una terapia altamente specialistica, per cui non possono
essere curati ambulatorialmente o in regime di day hospital. Comunque in
ospedale si rimane il tempo
strettamente necessario per tornare, il più presto possibile e nelle
migliori condizioni possibili, al proprio domicilio. A fronte di questo
nella realtà veneziana sono numerosissime le persone anziane e sole che,
superato l’evento acuto, non sono immediatamente in grado di riprendere
a vivere senza alcun aiuto poiché magari abitano al terzo piano di una
casa con scale impossibili e con la necessità di comperare le medicine,
andare dal medico di famiglia, fare le spese e portarle a casa, cucinare,
provvedere autonomamente agli atti comuni della vita.
Il
Comune di Venezia fa sicuramente già molto, ma vi è necessità di
collaborare più strettamente e soprattutto più velocemente con le
strutture sanitarie, per “proteggere” le dimissioni di questi
pazienti, per i quali tra l’altro ogni giorno in più passato in
ospedale non solo crea disagio e disorientamento, ma aumenta molto il
rischio di contrarre un’infezione ospedaliera, che per loro , data la
fragilità commessa all’età avanzata oltre che agli esiti debilitanti
dell’eventuale interevento chirurgico od ortopedico, cui sono state
sottoposte di recente, può essere anche fatale.
L’approccio
complessivo alla malattia ha come importantissima conseguenza la necessità
di instaurare la relazione con gli altri e, dunque, con la società.
Ecco
la necessità di una “rete per l’umanizzazione” nel
territorio (quartiere, sestiere, parrocchia, strada, ecc.) dove viviamo.
Occorre un cambiamento culturale profondo: un cambiamento che faccia sì
che tutte le figure interessate, medico ospedaliero, medico di famiglia, e
ammalato collaborino in modo più stretto, unitamente alla famiglia,
quando c’è, con i buoni samaritani, con i vicini di casa. Occorre una
maggior fiducia e disponibilità reciproca; con la convinzione di fondo,
che tutte le figure nel campo socio-assistenziale operino per un unico
fine, ovvero la salute del singolo, della sua famiglia,e della società
intera.
Il
vero salto in avanti non si ottiene solo con le leggi e regole migliori; e
neppure attraverso l’impiego di maggiori risorse.
Il
vero salto di qualità si ottiene solo attraverso un cambiamento
culturale che ci renda tutti più aperti e disponibili alle esigenze
del prossimo, sia esso l’ammalato, la sua famiglia, il medico o la
struttura. Il
progressivo diffondersi della consapevolezza che non possiamo “passare
oltre” alle richieste di aiuto solidale da parte degli anziani e di
chi ha bisogno, favorirà il passaggio da un atteggiamento di passività e
di delega ad un attivo coinvolgimento e corresponsabilità di tutti: le
famiglie, i gruppi spontanei di buoni samaritani, le associazioni.
La presenza e l’azione di buoni samaritani a domicilio deve
diventare volàno di solidarietà nella società. Cioè i valori di cui
essi si fanno portatori devono diventare valori di tutti. Occorre creare
“reti amicali” nel territorio. Bisogna aiutare le famiglie ad
aprire gli occhi sui vicini, a collegarsi fra loro, perché soltanto
questa rete consentirà alle persone che vivono sole con grossi problemi,
di salvarsi in caso di necessità.
Non vogliamo più leggere nei giornali o ascoltare nei telegiornali
“morto da 10 giorni, e ne accorgono dopo che i Vigili del fuoco hanno
abbattuto la porta di casa “. Nei condomini il non preoccuparsi dei
bisogni di chi abita nell’appartamento di fronte, soprattutto se
anziano, non è segno di “buona educazione” e di rispetto della
“privacy”, è semplicemente inciviltà
Il buoni samaritani non possono ignorare queste realtà, ma
devono dare il meglio di sé fungendo da raccordo, da cerniera, da ponte
tra ospedale e territorio.
Qui si pone il problema della riservatezza, della privacy. La
domanda cruciale è: il buon samaritano ospedaliero che comunica al sui
omonimo che fa servizio a domicilio la prossima dimissione di una persona
ricoverata, che ha bisogno gli sia garantita la “continuità delle
cure”, viola la riservatezza, la privacy ? Può andare incontro a delle
sanzioni ?
La risposta è insita nella definizione di riservatezza già
illustrata (vedi pag. 9) Essa
è “la condizione di ciò che deve essere tenuto segreto o
comunicato soltanto a una cerchia ristretta di persone”
Come l’operatore sanitario (medico, infermiere, tecnico) non
viola il segreto professionale nel comunicare, per
ragioni professionali, notizie riservate riguardante un paziente, così
il volontario che comunica, per ragioni di servizio, ad un altro
volontario (esso pure tenuto al vincolo della riservatezza) notizie
riguardanti un malato di cui ci si “prende cura”, non viola
l’obbligo di rispettare la privacy. In una parola: è vietato
“squaccherare” senza una preciso e giustificato motivo, ma bisogna
sempre e comunque salvaguardare l’intimità e la dignità della persona.
Ovviamente, prima di prendere qualsiasi iniziativa, è doveroso
informare adeguatamente il malato che l’associazione, il gruppo
parrocchiale cui si appartiene è in grado di offrire una “continuità
di assistenza” a domicilio. Per
cui se egli acconsente, potrà essere predisposto questo prezioso
servizio. Il “bisogno di sicurezza” rende giustamente diffidente la
persona anziana, ragione per cui soltanto se il volontario avrà saputo
instaurare un rapporto di fiducia con la qualità del suo
servizio attento, premuroso, educato, profondamente umano,
la proposta con ogni probabilità potrà essere accolta.
11.
LA RELAZIONE D’AIUTO
Le relazioni col malato sono l’alfa e l’omega, il punto di
partenza e il punto di arrivo dell’attività diagnostica, curativa ed
assistenziale. Queste relazioni influenzano lo stato d’animo del
malato e quello delle persone che lo curano e lo assistono, possono
provocare nei vari casi e indipendentemente dalla natura della malattia,
gioie o dolori, collaborazione o dissenso, comprensioni o incomprensioni.
Il
“buon samaritano”entra in relazione con l’altro e risponde ad un
bisogno fondamentale della nostra epoca, quello di avere una persona
accanto. Ed il termine “assistenza”, che deriva dal verbo
latino “ad-sisto” ha proprio questo significato: “sto accanto” per
sostenere, aiutare sia materialmente che psicologicamente. I
nostri contemporanei, soprattutto i sofferenti, sentono imperioso il
bisogno di parlare, di uscire dal proprio isolamento, di partecipare il
proprio vissuto e il proprio tormento.
Lo
spazio sempre maggiore che i giornali dedicano alle lettere dei lettori,
il successo della comunicazione via Internet
attraverso le comunità virtuali e lo “chattare”, le varie
trasmissioni televisive dove si raccontano anche gli aspetti più intimi
della propria vita, addirittura lo scrivere slogan sui muri, ci dimostrano
questa forte esigenza che per il sofferente diventa “bisogno
terapeutico”. Ma
perché si possa parlare occorre qualcuno disposto ad ascoltare.
E oggi è molto difficile trovare che ne abbia voglia, tempo e
disponibilità. La
nostra società non ha inteso questa necessità e, di conseguenza, esalta
chi sa parlare bene, comparire, apparire, vendersi, fare di se stesso in
prodotto.
La
“relazione” è soprattutto presenza, saper entrare nel campo di
conoscenza, nei problemi e nel vissuto dell’altro partecipando alle sue
ansie e condividendo le sue speranze. La relazione chiesta al volontario
è composta sia da elementi “tecnici”: l’accoglienza, l’ascolto,
il non giudicare, il contatto continuo con la propria interiorità,
l’utilizzare il tempo necessario, ma soprattutto da convinzioni che
possiamo riassumere nel rispetto e nell’accettazione della diversità.
Gli
esseri umani in una situazione di sofferenza
hanno bisogno di altri esseri umani per rimettersi in piedi e la mano tesa
di un medico, di un operatore sanitario o pastorale, di un volontario non
sarà rifiutata. I malati e i sofferenti si aspettano attenzione, tempo e
una parola di incoraggiamento, un atto umano. Il colloquio personale potrà aiutare il malato a trovare un senso
a ciò che sta vivendo e a trovare risposta alle domande sul senso della
vita, sul significato del dolore,
Nella
stagione della sofferenza e della vulnerabilità si ha bisogno di dare
voce ai propri pensieri e sentimenti, alle proprie ansietà e
scoraggiamenti. Si ha necessità di confidare a qualcuno il racconto della
propria storia cambiata. La relazione sanante non comporta solo la cura
della parte malata della corporeità, ma anche il dialogo con la persona
per comprenderne la storia, recepirne i meccanismi di difesa, avvertirne i
pensieri e le preoccupazioni, accoglierne
sentimenti, individuarne le risorse e i valori.
Per
i “ buoni samaritani”, soprattutto per quelli che operano a domicilio.
andare dall’ammalato, tenergli compagnia, aiutarlo a mangiare, fare una
passeggiata con lui, occuparlo in qualche attività diversiva, svolgere
dei piccoli servizi (telefono, scrivere…), vuol dire amarlo con un
servizio concreto che è più che amarlo soltanto con le intenzioni e il
pensiero.
Benedetto
XVI nel Messaggio pontificio in occasione della XVI Giornata mondiale del
malato (2007) si
è così espresso: “E’ importante non lasciare i malati
nell’abbandono e nella solitudine mentre si trovano ad affrontare un
momento tanto delicato della loro vita. Meritevoli sono pertanto coloro
che con pazienza e amore mettono a loro servizio competenza professionale
e calore umano. Penso ai medici, agli infermieri, agli operatori sanitari,
ai volontari, ai religiosi e alle religiose, ai sacerdoti, ai diaconi,
agli operatori pastorali che senza risparmiarsi si chinano su di essi,
come il buon Samaritano, non guardando alla loro condizione sociale, al
colore della pelle o all’appartenenza religiosa, ma solo a ciò di cui
abbisognano “.
Occorre,
dunque, un’alleanza esistenziale tra il malato, i suoi familiari, il
personale sanitario, i volontari disponibili, l’assistente religioso in
ospedale, il parroco a domicilio e i loro collaboratori laici per la
pastorale della salute, che permetta un approccio globale alla persona
malata e consenta il passaggio dalle molteplici prestazioni ad una vera
“relazione d’aiuto”, umana, solidale, adeguata ad un integrale
accompagnamento della persona malata. Ricordando sempre che ogni relazione
è unica e irripetibile, come unica e irripetibile è la persona che
incontriamo.
12.
RUOLO DEI
“BUONI SAMARITANI”
OGGI
Ciascuno di noi nella propria vita si trova a svolgere ruoli
diversi in ambito familiare (figlio/a, padre, madre, sorella, zio,
nonno/a, ecc), professionale, lavorativo (dirigente, collaboratore,
operaio), sociale, politico, sportivo, religioso, ecc. La sua riuscita
“eccellente” in ciascun ruolo dipende dal suo talento, dalla sua
volontà, dalla sua motivazione, dall’interpretazione ottimale del
proprio ruolo, dalla sua appassionata dedizione.
A tutti noi è richiesta una coerenza di vita. Non è coerente e
credibile che nella professione tratta con sufficienza chi a lui si
rivolge per aiuto, consiglio, e poi, fuori dal servizio, entra nella casa
dell’anziano della porta accanto pieno di attenzioni e di premure.
Con l’individuazione dei rapporti personali i “buoni
samaritani” sanno farsi stimare dalla struttura in cui operano ed
acquistano la fiducia degli altri operatori siano essi sanitari,
pastorali, volontari. Nello svolgimento del proprio ruolo divengono
persone credibili che non dànno l’impressione di vivere il
servizio come ripiego nel tempo libero o come ricerca di gratificazione.
Il ruolo dei “buoni samaritani” nell’ambito del sistema
socio-sanitario è destinato ad assumere un’importanza sempre maggiore
sia che il servizio venga svolto in ospedale, sia e soprattutto quando
viene svolto al domicilio della persona bisognosa di aiuto.
1.
In ospedale sono cresciute nel paziente
le giuste aspettative di professionalità, umanità, rapidità,
efficienza, alta specializzazione e di un ambiente di ricovero
funzionalmente adatto e confortevole. Tutto ciò mette a dura
prova l’impegno degli operatori sanitari e la pazienza dei degenti. In
un ospedale che diventa sempre più tecnologico ed attento alle procedure
ed in cui la durata della degenza è sempre più breve, si sente acuta,
infatti, la difficoltà del dialogo tra paziente ed operatori sanitari. I “buoni samaritani”
ospedalieri possono rappresentare figure fondamentali di intermediazione,
di ascolto dei bisogni dei malati e, mettendo in atto la “relazione
d’aiuto”, vengono a costituire il fiore all’occhiello di un
processo di umanizzazione dell’ospedale . L’ospedale è una
macchina fragile e costosa per cui bisogna averne cura. Il “buon
samaritano” in ospedale, in quanto non è né paziente né operatore
sanitario, costituisce una testimonianza non solo cristiana, ma
anche di impegno civico e di coinvolgimento diretto del cittadino nel
processo assistenziale. Nell’espletare la “relazione d’aiuto” il
“buon samaritano” ospedaliero svolge il ruolo di intermediario,
garante di una assistenza umana e umanizzante.
2.
Territorio. Il Servizio
Sanitario di un paese moderno deve essere basato sul concetto di
“rete assistenziale”, costituita da familiari, medici, infermieri,
fisioterapisti, assistenti sociali, badanti, ma
di cui anche i “buoni
samaritani” sono parte integrante e necessaria per poter garantire la
“continuità della cura” che
è una delle caratteristiche basilari di un Servizio Sanitario efficiente
ed efficace.
Se
si accettano queste premesse, è chiaro che l’opera dei “buoni
Samaritani” non può essere vista come una componente opzionale
dell’assistenza sanitaria, ma deve invece integrarsi a pieno titolo tra
i soggetti ad essa istituzionalmente deputati.
Ciò
comporta la necessità che la comunità cristiana e le associazioni di
volontariato si facciano parte attiva per garantire che il “buon
samaritano” svolga il suo lavoro con competenza e professionalità, non
essendo più sufficienti, per quanto sempre necessarie, la dedizione e la
motivazione. Competenza e professionalità si acquisiscono attraverso una
adeguata formazione di base e poi una formazione continua.
La delicatezza del servizio, le difficoltà che si incontrano,
esigono che non si agisca a “schiere sparse” e a “briglie
sciolte”, ma implicano avere
una strategia condivisa da perseguire passo dopo passo. Ciò implica che
le realtà associative e i gruppi parrocchiali,
pur mantenendo la propria autonomia, stabiliscano un coordinamento
per un proficuo scambio di esperienze e reciproco sostegno, cui
l’Ufficio per la pastorale della salute offre
la propria collaborazione sia attraverso il sito internet, sia con
periodici incontri, sia in preparazione della Giornata Mondiale del Malato
che in altre occasioni che il coordinamento stesso potrebbe suggerire.
Giovanni
Paolo II nell’Enciclica “Salvifici doloris”, di cui
quest’anno celebriamo il venticinquesimo dalla sua pubblicazione, è
estremamente esplicito circa il ruolo dei “buoni Samaritani”: “L’eloquenza
della parabola del buon Samaritano, come anche di tutto il Vangelo, è in
particolare questa: l’uomo deve sentirsi come chiamato in prima
persona a testimoniare l’amore nella sofferenza. Le istituzioni sono
molto importanti ed indispensabili; tuttavia, nessuna istituzione può da
sola sostituire il cuore umano, la compassione umana, l’amore umano,
l’iniziativa umana, quando si tratti di farsi incontro alla sofferenza
dell’altro. Questo si riferisce alle sofferenze fisiche, ma vale ancora
di più se si tratta delle molteplici sofferenze morali,, e quando, prima
di tutto, a soffrire è l’anima “
( n. 29 )
Sempre
vera ed attuale l’espressione di Paolo VI: “Il mondo moderno è più
disposto ad ascoltare i testimoni che non i maestri “ Oggi con il
proprio esempio occorre promuovere modi di pensare, atteggiamenti mentali
nuovi da cui derivino nuovi comportamenti, pur
sempre ispirati al
modello del “buon samaritano” della parabola evangelica.
13.
CONCLUSIONE
Ogni convegno rappresenta una tappa che poi deve continuare,
proseguendo il cammino in seno alla propria associazione, al proprio
gruppo ecclesiale, nel discernere di come attuare messaggi ed indicazioni
che sono emersi durante questo nostro incontro
.
La risposta alla sfida dell’Umanizzazione della sanità sia
negli ospedali che nei distretti socio-sanitari, nelle case dei malati,
degli anziani non autosufficienti, dei diversamente abili, non può essere
che uno sforzo collettivo per trovare vie nuove, agganciandole ad una
concezione della vita capace di ispirare relazioni personali autentiche e
di piegare l’opera delle Istituzioni nel senso di un più grande
rispetto dell’uomo.
Riumanizzare la medicina, la sanità significa pertanto lottare per
riconfermare una moralità basata sulla dignità della persona. Oggi
occorre ricollocare il malato al centro dell’attenzione
dell’organizzazione ospedaliera, e più in generale della sanità,
prendere consapevolezza che il vero protagonista, la ragione d’essere di
tutta la struttura è lui, la persona malata
Quanto
è stato detto vuole essere una proposta orientativa, utile ad impostare
il servizio accanto a chi soffre, ed a guidarne lo svolgimento. L’invito
della vita è di offrire un contributo personale, anche se umile, per
migliorare un mondo che soffre. Per come debbano comportarsi
gli operatori sanitari, medici, infermieri esistono i Codici
deontologici scritti da rispettare; per i “buoni samaritani” non
esiste un codice scritto sulla
carta, ma deve essere scritto nel cuore.
L’esercizio
dell’azione di accompagnamento, sollievo, aiuto, conforto, esplicata dai
“buoni samaritani” rappresenta una visione diversa da quella che,
tuttora, esiste nella nostra società: una concezione che evidenzia
l’importanza del passaggio dal “fare” all’ “essere”, per
creare la prassi e la cultura della solidarietà e della credibilità
dell’azione gratuita.
“L’amore non ha confini, se non quelli che gli diamo “,
ha scritto Italo Calvino.
Questa
deve essere la Vostra presenza e la Vostra sfida in una società che ha
bisogno di riscoprire il valore del “farsi prossimo”, e
che ha bisogno di rivitalizzarsi con il protagonismo intelligente e
costruttivo di tutti e di ciascuno.
APPENDICE
14.
LA
MOTIVAZIONE COME “
CONOSCENZA DI
SE’ “
Il
discorso riguardante le motivazioni che inducono ad intraprendere una relazione
d’aiuto o come operatorie pastorale o come volontario è complesso,
entrando in azione vari fattori e diverse situazioni, ma fondamentalmente
perché dalla loro identificazione e verifica dipende, in massima parte,
la qualità del servizio. La
loro genuinità e la loro trasparenza potranno essere riconosciute solo
mediante in percorso all’interno della propria personalità.
14.1.
La motivazione. Il termine motivazione copre una serie di altre parole
del linguaggio comune: intenzione, desiderio, fine, interesse, movente,
scelta, preferenza. Tutti termini indicanti che il comportamento segue una
direzione che gli è stata impressa prima che si manifestasse.
La
motivazione è ciò che è capace di “muovere” il soggetto. Indica
l’insieme dei motivi e delle attese che spingono ad agire.
La
motivazione, dunque, non è un fatto osservabile ma un insieme di forze
che ispirano, dirigono e sostengono il comportamento nei confronti di una
determinata scelta o realtà in seguito all’azione di stimoli esterni o
sulla base di particolari itinerari interiori e risponde alla domanda:
“Perché compio questa azione? “ e, nel nostro caso,“Perché
decido di scegliere di fare il volontario o l’operatore pastorale
(accolito, ministro straordinario della comunione) ?
”
14.1.1.
La motivazione al servizio di assistenza a chi è nel
bisogno
La
motivazione è il motore propulsore che accende il dinamismo della
persona, infonde entusiasmo nella vita, spinge a compiere gesti e servizi
di donazione e di altruismo.
Due
sono gli ingredienti che sostengono una solida motivazione: una buona dose
di umiltà, che scaturisce dalla disponibilità ad affrontare il
proprio disagio e la propria povertà dinanzi alla sofferenza; e una buona
dose di coraggio, che nasce dalla pazienza di fronte alle prove e
dalla capacità di non arrendersi dinanzi alle difficoltà; umiltà intesa
come ricerca, non umiltà nel senso di tirarsi indietro o del dire
che siamo incapaci di affrontare questa realtà; questa non è umiltà,
questo è disimpegno, è non riconoscere le energie che lo Spirito non
cessa di mettere in noi
Le
migliaia di buoni samaritani che ogni giorno percorrono le corsie degli
ospedali d’Italia per visitare gli anziani, i portatori di handicap, i
malati di AIDS, i malati di mente in centri di riabilitazione o nelle loro
case, sono mossi da ragioni o da motivazioni diverse.
Spesso
essi stessi non si sono mai soffermati ad interrogarsi sul perché o sulle
ragioni che li hanno portati ad accostarsi a chi soffre.
Alcuni
hanno la presunzione di fare tanto, ispirati dalle più nobili intenzioni
e dallo spirito della più genuina carità, che non richiede ricompense di
alcun tipo. In
realtà ogni azione altruistica porta in sé il carattere
dell’ambivalenza: mentre è tesa a soddisfare i bisogni del prossimo è
anche una opportunità per la realizzazione di sé e risponde
all’esigenza di sentirsi amato, gratificato e apprezzato.
Il
volontario che svolge il proprio servizio all’interno di gruppi autonomi
o di associazioni confederate può avere una varietà di motivazioni
sociologiche, motivazioni psicologiche, motivazioni pedagogiche.
14.1.2
Motivazioni sociologiche
Le motivazioni sociologiche
che potrebbero indurre le persona ad entrare a far parte di una
associazione di volontariato socio-sanitario, e a lavorare insieme in un
programma di formazione, includono:
·
Il desiderio di dilatare il proprio mondo per aprirsi
ad una realtà più vasta.
Gli obiettivi e ambizioni
dell’uomo comune non soddisfano il volontario. C’è in lui il
desiderio di contribuire ad una più vasta società. Il sentirsi coinvolto
con altri, nel tessuto vivo di problematiche umane, lo aiuta a trovare
nuove dimensioni alla sua esistenza, a divenire voce per chi non ha
voce, coscienza critica all’interno della società.
·
L’apporto degli altri alla propria crescita.
Ogni persona è unica nel
suo stile e nel suo modo di leggere la realtà. Quando persone diverse si
riuniscono insieme per collaborare ad un progetto comune, il gruppo si
arricchisce con il contributo di esperienze umane distinte: c’è la
casalinga, lo studente, l’impiegata, il professionista, il pensionato.
C’è il celibe e lo sposato, il giovane e l’anziano. Lavorando insieme si
apprezza il valore dell’unità nella diversità e ci si arricchisce con
l’apporto che gli altri offrono al proprio modo di vedere e di sentire.
·
Il contatto con diversi mondi.
Ogni volontario svolge il
suo servizio in un ambiente diverso: chi in ospedale e chi a domicilio,
chi in case per anziani e chi in centri per handicappati, chi in comunità
di recupero di tossicodipendenti e chi in carcere. Dato che per il singolo
non esiste la possibilità di inserirsi in tutti questi contesti sociali,
nel contatto col gruppo si ha l’opportunità di conoscere la realtà e
le problematiche di questi mondi. Ecco la necessità ed insieme il
vantaggio arricchente di periodici incontri in seno all’associazione.
·
Il bisogno di appartenenza.
Un bisogno importante dei
volontari è di sentirsi membri di un gruppo che incarna determinati
valori e principi. All’interno
del gruppo essi svolgono le funzioni e i servizi più rispondenti alle
loro inclinazioni. C’è chi è più propenso a coltivare la componente
umana del volontariato: la comunicazione, l’ascolto e l’appoggio
umano. C’è chi preferisce la
componente pratica dell’assistenza: servizi domiciliari, pratiche
diverse, prestazioni concrete. C’è chi si sente più
portato verso la componente funzionale dell’organizzazione:
programmazione, ricerca di fondi, pubblicità, informazione. La varietà dei carismi,
delle attitudini e contributi rappresenta un principio di forza e di
vitalità del gruppo.
·
Il bisogno di valorizzazione personale.
Il significato della vita
dipende molto dal sentirsi apprezzati sostenuti. Ciò è molto
gratificante e promuove le capacità donative della persona. Queste
capacità contribuiscono a saldare lo spirito di unione e solidarietà,
che si manifestano non solo durante gli
incontri di carattere formativo, ma anche durante iniziative di
natura socio-ricreativa.
Pericoli da evitare
·
Il pericolo del dilettantismo.
Il volontario pratica
interventi frazionati, dispersivi, e discontinui;
·
Il pericolo della disorganizzazione.
Quando manca il
coordinamento si rischia di doppiare i servizi e di non assicurarne la
continuità;
·
Il pericolo di danneggiare il buon nome
dell’organizzazione
Gli sforzi isolati, alle volte impulsivi e imprudenti, possono
nuocere all’immagine stessa del volontariato e della comunità;
·
Il pericolo di indebolire l’identità del gruppo.
Il moltiplicarsi di
iniziative personali, indipendenti da uno sforzo comune, concorre a
mutilare l’identità del gruppo e l’organicità degli interventi.
14.1.3
Motivazioni psicologiche
La competenza che si richiede ai volontari socio-sanitari non è
professionale, ma umana e
umanizzante. Il volontario deve sempre più perfezionarsi nella capacità di
relazionarsi e di trasmettere umanità.
Diverse sono le ragioni che possono spiegare il suo coinvolgimento
con gli altri, tra queste:
·
Coscienza e ruolo dei bisogni personali.
Quando si parla di
volontari c’è la tendenza a sottolineare l’aspetto gratuito del
servizio, la dedizione, il disinteresse.
E’ vero, i volontari non
sono pagati, ma non lavorano per niente. Il volontariato
non è solo un modo per aiutare gli altri, ma sé stessi. Scavando
un po’, sotto le intenzioni più genuine e altruistiche, ci sono
esigenze personali da appagare. Per alcuni il volontariato
gratifica perché dà significato nuovo alla vita, per altri serve ad
alleviare un certo senso di isolamento, per altri ancora offre un certo
protagonismo sociale. Forse non è del tutto
azzardato suggerire che spesso i volontari hanno più bisogno degli
assistiti che non gli assistiti dei volontari.
·
Fiducia di avere qualcosa da offrire
Se è vero che è
doveroso riconoscere la presenza di motivazioni personali da soddisfare,
è pure vero che il volontario è cosciente di avere qualcosa da offrire
al prossimo bisognoso. Il suo servizio risulterà
tanto più efficace quanto più è personalizzato.
Per esempio, il solo sforzo di chiamare le persone per nome può
aiutare a sentirsi meglio. Una base solida per meglio
avvicinarsi agli altri è di coltivare qualità che umanizzano gli
incontri con chi è in situazioni di bisogno quali: la sensibilità,
la pazienza, la gentilezza, il calore umano.
Servire vuol dire partecipare
sé stessi secondo le esigenze del momento. A volte si porta il
dono di una presenza rasserenante, altre volte si offre una fede che
ispira, o un sorriso che allieta.
Servire significa essere
umili nell’offrire il proprio contributo senza imporre le
proprie prestazioni.
Il volontario deve
imparare a “leggere” la situazione e riconoscere dove c’è bisogno
di sostegno, di ascolto, di conforto, di spazio, di attesa.
·
Disponibilità ad apprendere.
Il contatto con la
sofferenza dell’altro porta a guardare alla propria realtà con
un’ottica diversa. Di fronte
all’handicappato, le lagnanze ed i problemi personali perdono la loro
giustificazione. Ogni incontro costituisce
un’opportunità di apprendimento e un incentivo a crescere in
umanità
Pericoli da evitare
·
La tendenza a proiettare
Spesso si proiettano sugli
altri i propri bisogni, come quando, spinti dal proprio entusiasmo, si
rende il prossimo sempre più
dipendente da chi lo aiuta, invece di incoraggiarlo a sviluppare
l’autosufficienza. L’attuazione di
interventi efficaci dipende dalla capacità di distinguere i propri
bisogni da quelli degli altri, riconoscendo dove possono convergere e dove
deviano.
·
La tentazione della messianicità.
Una tendenza ricorrente è
il misurare il valore del proprio contributo in base ai problemi risolti,
ai risultati ottenuti. Il compito del volontario
non è di intervenire come esperto, ma di accompagnare come amico.
·
L’atteggiamento medico.
Un altro pericolo è di
avvicinarsi al sofferente con lo stile del medico dilettante: “come
va il mal di testa oggi ? “, “ Quando è il prossimo trattamento di
chemioterapia ? “, “ Quando ti levano il gesso ? “. L’interlocutore
può sentirsi bombardato da questo esame medico.
Sì, qualche domanda sullo stato di salute può servire per uno
scambio iniziale. Ma non ci si può soffermare soltanto al corpo, il
dialogo deve saper parlare al cuore e all’anima della persona.
·
Il toccasana dell’allegria.
C’è chi è convinto che
la principale missione verso coloro che soffrono è di tenerli allegri. Quando il volontario si fa
paladino di questa filosofia, questo modo di agire, il suo intento e di
“tener su lo spirito”, di sdrammatizzare le preoccupazioni. Senza
dubbio il buon umore, quando appropriato, è sano e tonificante, ma quando
è inopportuno può turbare e irritare.
E’ importante
quindi mettersi in sintonia con la gente e con le situazioni concrete.
14.1.4
Motivazioni pedagogiche
Si
dice spesso che l’ “esperienza insegna”. In realtà tale
affermazione è solo parzialmente vera. Se l’esperienza è veramente
maestra, come mai tanti continuano a ripetere gli stessi errori ?
L’esperienza
da sola non insegna. L’esperienza diventa maestra quando è
accompagnata dalla riflessione e dalla volontà di seguirne gli indirizzi.
Le
opportunità formative e di verifica dovrebbero quindi procedere di pari
passo con l’azione. La
riflessione è importante punto di riferimento per comprendere le
motivazioni e le tecniche pedagogiche su cui è fondato un lavoro
d’insieme e l’impegno a servire meglio gli altri. A
livello pedagogico la riflessione può aiutare a capire alcune basi su cui
è imperniato il volontariato; esse sono:
·
Una esperienza personale del dolore.
L’intuizione cioè che,
spesso, la motivazione di servizio è basata su una esperienza
personale del dolore, a livello fisico, spirituale o psicologico. Questo vissuto personale
matura il desiderio di aprirsi ad altri che soffrono simili crisi. Il dolore non uccide ma
educa e crea le basi per gesti di donazione di sé. Il dolore ha in sé il
potenziale per divenire l’elemento più formativo della vita. Dal dolore
si sprigiona l’amore.
·
La sagacia di riconoscere nei sofferenti i migliori
insegnanti.
Essi offrono lezioni di
pedagogia dal vivo sul come prestare migliore assistenza, sui loro diversi
modi di affrontare le prove della vita. I diversi modelli, che si
presentano al volontario, gli forniscono spunti di riflessione sulle sue
possibili scelte e atteggiamenti di fronte a simili crisi nel futuro.
·
Il servizio promuove la creatività.
Il contatto con gli altri
può portare alla luce qualità insospettate e dare impulso alla propria
immaginazione. C’è chi si industria a far sorridere, chi rasserena col
canto, chi intrattiene con la lettura. Per chi sa mobilitare la propria
creatività non ci sono limiti alle possibilità umane.
·
Il confronto di gruppo.
Il bisogno di migliorarsi
è legato alla necessità di esaminarsi e confrontarsi serenamente.
L’incontro con gli altri
volontari diventa il contesto di verifica del proprio operato. Nella
partecipazione di problemi e approcci alle diverse situazioni umane, una
persona allarga la gamma delle proprie conoscenze, assimila nuovi
stili di intervento, ricava spunti per operare diverse scelte. L’esperienza
di gruppo, quando è condotta con tatto, diventa “luogo” di formazione
e di informazione per attuare un servizio più incisivo.
Pericoli da evitare
·
Preoccupazione di efficientismo.
Questo pericolo è basato
sulla convinzione che la misura del proprio operato è definita da azioni
concrete e toccabili con mano. Si rischia di “fare” senza riflettere,
cioè senza la disponibilità alla verifica e all’autocritica. Collegato
a questo è il rischio di svalutare il significato dell’ “essere”,
della propria presenza umana.
·
Pretese di autosufficienza.
Il volontario presume di
non aver nulla da imparare e di aver assimilato tutto il necessario per un
competente servizio.
·
Il rischio di spontaneità “non guidata”.
Spesso il volontario è
costretto a condurre avanti la sua esperienza come meglio può, perché
mancano le strutture di sostegno, di guida e di scambio. Così, senza il
beneficio di un gruppo di verifica o di un competente che accompagna, il
volontario è lasciato in balia di sé stesso nell’imparare l’arte di
aiutare chi si trova in situazione di bisogno, di aiuto.
Le domande su cui dovremmo interrogarci sono di
questo tenore:
·
In che modo
possiamo approfondire il rapporto con quelli che vivono nella sofferenza
alleviandone il peso ?
·
E in che modo possiamo contribuire nel
creare condizioni positive per lo sviluppo della qualità della
vita dei sofferenti e,quindi, all’umanizzazione dell’assistenza ?
Le
risposte a tali domande dipendono certamente dalla nostra formazione
sociale, etica, culturale, dai valori fondamentali e dalle motivazioni che
ispirano il nostro comportamento. Non esistono risposte precise, ma è
sicuramente possibile soffermarsi sugli spunti di riflessione proposti
durante l’incontro sul tema “Qualità e umanizzazione: un
binomio inscindibile” allo scopo di trarne suggerimenti
operativi per il proprio gruppo di “buoni samaritani” a livello
parrocchiale, vicariale, ospedaliero, associativo.
O.T. 2009