EDUCARE
ALLA SALUTE,
EDUCARE ALLA
VITA
L’educazione alla salute è un capitolo fondamentale dell’educazione
alla vita perché i due beni, salute e vita, sono profondamente interconnessi,
anche se non sovrapponibili: si può, infatti, avere una vita buona con o senza
salute, ma l’equilibrio salute non può prescindere dalle scelte di vita.
Educare alla salute e alla vita significa educare al rispetto della dignità
della persona umana che è caratterizzata dalle sue capacità, dalle sue
abilità, dalle sue fragilità e dalla sua apertura
alla reciprocità.
Educare alla vita comporta
riconoscere, proporre e promuovere il senso del dono della vita e di conseguenza
promuovere, rispettare e valorizzare la vita dal concepimento alla morte
naturale.
Educare alla salute significa
promuovere il pieno e globale sviluppo della persona, la realizzazione delle sue
potenzialità; significa educare al valore della relazione con se stessi, con
gli altri e con Dio e promuovere la cultura dell’accoglienza, il senso del
sacrificio e il valore del dono, come pure adottare stili di vita congrui, che
rispettino tutte le dimensioni della persona: fisica, psichica, familiare e
sociale, spirituale.
Ma è anche educare alla ricerca del bene
comune, in quanto la salute è un bene comunitario. Ed
è perciò stretto dovere di tutta la comunità cristiana educare alla difesa
dei valori della vita e della salute ed impedire che i bisogni fondamentali
rimangano insoddisfatti. Tutto questo rientra in quella “emergenza
educativa” che il Santo Padre
Benedetto XVI ha richiamato in diversi pronunciamenti.
La
cultura del “benessere”
Oggi si sta facendo un “assoluto” della salute, la si presenta come
il valore sociale preminente; si dice che la società deve tutelare la salute,
deve impostare il programma sulla promozione-difesa della salute, sulla
prevenzione delle malattie. Deve , perciò, svolgere una vasta educazione alla
salute al fine di far si che ogni cittadino si senta responsabile della propria
e altrui salute. Questo obiettivo lo si definisce anche in relazione all’altro
concetto, quello della “qualità della vita”. La vita deve avere una sua
dignità ed un suo tenore: casa, lavoro, benessere economico, cultura e
soprattutto tutela della salute. Propositi nobilissimi, ma che sembra siano
accompagnati da contraddizioni numerose e da misure riduttive e controproducenti
a lungo andare: è una contraddizione paradossale parlare di difesa della salute
e di diritto alla salute e non anche di difesa e di diritto alla vita.
Non si può parlare di “qualità della vita” sottintendendo, e talora
dichiarando espressamente, che essa esiga la legittimazione dell’aborto, della
contraccezione, della sterilizzazione volontaria come mezzi per ridurre la
“quantità delle persone”.
C’è poi un insieme di reticenza e di riduzione in questa concezione di
salute: si prescinde da valori morali come coefficienti dell’equilibrio
sanitario individuale e sociale; si tacciono e si censurano realtà come il
dolore, la morte e il sacrificio che sono realtà umane, limiti umani e momenti
in cui la persona va aiutata a dare un senso positivo a questa realtà in un
piano globale della sua salvezza ultraterrena, secondo il nostro Credo
Ad assolutizzare il concetto di “salute” hanno concorso, anche se
certamente questo non era lo scopo voluto, i più recenti sviluppi della scienza
e della tecnica che hanno portato un grande progresso nella medicina come in
tutti i campi: malattie che risultavano incurabili e senza rimedio, ora trovano
vantaggio notevole e decisivo dalle applicazioni tecnologiche: le applicazioni
in campo radiologico, nella medicina nucleare, nella rianimazione, nella
chirurgia dei trapianti, nella diagnosi cromosomica e biochimica sono di grande
e crescente portata. L’industria farmacologica si è giovata delle risorse
della scienza e della tecnica per farmaci sempre più incisivi sui processi
biologici e in una gamma sempre più vasta di patologie.
Si sono venuti a creare così
nuovi modi di pensare, nuovi atteggiamenti, nuovi riti, in una parola una
“nuova cultura” fondata su una interpretazione sempre più allargata di
“benessere” fino ad identificarlo con felicità, cui si aggiunge il mito di
una medicina onnipotente, dove tutto appare possibile e dove risolutamente
vengono scartati i concetti di “rassegnazione” e di “fatalità”
Rileviamo qualche aspetto di questo modo di pensare della società, di
questa “nuova cultura”:
·
La salute fisica, mentale, sociale, è
definita come uno stato ideale, perfetto e normativo dell’uomo;
·
Le diverse disfunzioni che possono
ledere questo stato di sanità individuale e collettivo sono fenomeni
osservabili, analizzabili e spiegabili nell’ordine degli avvenimenti causali.
Ricerca scientifica e dominio tecnologico hanno così chiarito l’origine delle
diverse anomalie, malattie, handicap, disadattamenti… e la conoscenza non
cessa di progredire: la ricerca medica è portatrice di innumerevoli speranze,
di esperienze infinite.
·
La correzione di queste anomalie è
compito del sistema sanitario che interviene per rimediare: sperimentazioni,
manipolazioni, interventi di tutti i tipi (chirurgici, psichiatrici, sociali),
curativi, ma anche preventivi, sono l’espressione del potere che l’uomo ha
conquistato ed acquistato su se stesso
Questo
modo di vedere e di ragionare così consolidato negli spiriti come nelle
strutture determina conseguenze molteplici nei rapporti tra medici e malati.
Dopo la messa a punto di mezzi diagnostici sempre più potenti, utili per
scoprire le disfunzioni, e la scoperta di mezzi terapeutici sempre più
perfezionati per porvi rimedio, ciascuno pretende di averne diritto a
beneficiarne con rapido recupero dello stato di salute: un decorso clinico
fatale e la morte stessa sono guardati some il risultato di una colpa di cui si
deve ricercare il responsabile.
La
medicina dei desideri
Sono
nati nuovi bisogni che obbediscono al solo criterio del desiderio. Il simboli più
eclatante di questa evoluzione è l’esplosione delle tecniche di procreazione
medicalmente assistita che, trattando come malattia la mancata possibilità di
avere un figlio, hanno comportato lo slittamento del concetto di salute verso
quello di benessere. Questa esigenza di avere un figlio è il riflesso invece di
un’altra esigenza, radicale, quella di non avere figli. Ma ancora non basta.
Le derive della salute verso il benessere si accompagnano a slogan equivoci:
aborto = salute delle donne; diagnosi reimpianto = alternativa all’aborto;
ricerca sull’embrione = solidarietà intergenerazionale; bambino medicina =
speranza, ecc.
A
motivo della salute della donna è stato legalizzato l’aborto e, per
realizzare i programmi della cosiddetta “salute riproduttiva”, oltre
all’aborto, si propongono campagne di sterilizzazione, di diffusione della
contraccezione d’emergenza, ecc.; tutto ciò, si dice, allo scopo di tutelare
un bene, la salute, ma di fatto, attraverso la soppressione e la negazione di un
bene più grande che è la vita del figlio
Nella sua esistenza
l’uomo ha bisogni di valori che guidino la sua azione e i suoi sentimenti:
L’uomo di oggi ha bisogno di riscoprirli per sentire nuovamente rispetto verso
la vita.
Il
valore “persona”
Alla base di tutto sta l’”umanizzazione
del sistema” in modo che questo serva allo sviluppo del vero benessere
dell’uomo.
Per quanto riguarda il “mondo della salute” c’è soltanto una
speranza e una sola, prima di parlare di ogni riforma e di ogni struttura di
servizio sociale, che si riconosca il
valore della “persona” E si
ritrovi la gioia di essere persona nella piena consistenza ontologica e vitale
del termine, nella piena espansione delle energie personali e con uguale
incommutabile accezione per ogni uomo, di qualsiasi età e condizione, in
qualsiasi situazione di sanità fisica o mentale. “Umanizzazione” significa prima di tutto ristabilire il primato della persona,
poiché se si smarrisce il senso della persona, l’uomo si ripiega su se
stesso; ecco quindi l’origine degli stati depressivi in continuo aumento.
“Persona è una natura dotata di intelligenza e di volontà libera; e
quindi è soggetto di diritti e di doveri che scaturiscono immediatamente e
simultaneamente dalla sua stessa natura: diritti e doveri che sono perciò
universali, inviolabili e inalienabili. “
(Giovanni XXIII, Pacem in terris, n.5)
Da
notare l’avverbio “immediatamente”, cioè senza mediazioni politiche,
culturali ed anche religiose. E’ nello stesso fatto di esistere che la persona acquista la titolarità dei diritti e dei doveri,
indipendentemente
dalla nazionalità, dalla razza, dallo status sociale, ecc.
La persona umana, ha dei diritti per il fatto stesso di essere
persona: un tutto padrone di se stesso e dei suoi atti, e di conseguenza non
soltanto un mezzo, ma un fine, che deve essere trattato come tale.
L’espressione “dignità della persona
umana” non vuole dire nulla se non significa che, per legge naturale, la
persona umana ha il diritto di essere rispettata, è soggetto di diritto e
possiede dei diritti. In una parola, vi sono cose dovute all’uomo per il fatto
stesso che è uomo. Tale concetto,
sancito nella “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo” (1948), è
stato recepito in tutte le Costituzioni dei Paesi civili, compresa la
Costituzione Italiana (art. 2, 3, 32)
Preme qui sottolineare alcune componenti della persona
in relazione soprattutto ai valori inerenti la vita
e la salute.
Anzitutto la persona dice unità e totalità (unitotalità): la vita
creata da Dio fin dal suo inizio unisce le forze consce ed inconsce, fisiche,
psicologiche e spirituali della persona umana. Questa unità vitale, l’uomo,
è inoltre dotata di autonomia decisionale, che vuol dire autocoscienza e libertà.
Persona vuol quindi dire responsabilità, capacità di rispondere a
sé, ai simili, al suo Creatore.
Persona
vuol dire trascendenza rispetto al mondo fisico, ma non separazione: il mondo è
la persona e la persona è aperta al mondo fisico, ma dal cosmo materiale è
distinta essenzialmente.
Infine
la persona è essere “aperto”: l’apertura è verso il suo Creatore, verso
le altre persone della società, verso il cosmo nell’armonia ecologica con
esso. Un uomo, dunque, è persona.
Il
valore “ vita “ ed i suoi attributi in relazione alla “persona”
Un primo valore da riscoprire per rivalutare la persona
è quello della vita con i suoi
chiaroscuri, la sue generosità e le sue amarezze. Questa deve essere amata per
la sua caratteristica essenziale: la capacità di donarci ogni giorno morivi di
riconquista e di speranza. In effetti se è vero che nascere è già combattere
e che la vita è battaglia e sofferenza, è altrettanto vero che questa è anche
speranza di costruire, edificare, elevare ognuno di noi attraverso l’attiva
ricerca per scoprire e maturare quelle esperienze vitali che si chiamano:
interesse, amore, carità, giustizia, diritto, ecc.
Non si può infatti costruire la propria vita contro qualcuno o contro
qualche cosa. Una vita deve essere vissuta per qualcuno e per qualche cosa;
pertanto vivere è sapere perché si vive, è aprire l’esistenza al mondo, è
credere in sé stessi, è sapere che spirito, volontà e pensiero possono
moltiplicare le forze della vita, è fronteggiare il presente evitando di
seppellirsi nei ricordi, è saper trarre la propria lezione dalla sventura, è
divenire compiutamente ciò che si è, è cercare il proprio mondo in equilibrio
con il mondo che ci circonda, è resistere, amare, accettare anche la sventura
della morte.
Da qui la necessità di considerare la vita
nella sua pienezza e quindi anche nella sua limitatezza poiché, per vivere
meglio, non bisogna forzare il corso degli eventi, ma riconoscere che l’uomo
pur se mortale può continuare la vita oltre la morte, non solo perché ci sono
sempre bambini che nascono, non solo perché ognuno di noi è una parte di un
tutto vivente, tanto che la stessa morte, può essere vinta con la fraternità
degli altri che continueranno sulla strada da noi interrotta, ma perché
crediamo in una vita ultraterrena.
Il secondo valore da scoprire è l’amore
in quanto la vita senza amore non è nulla. E’ l’amore che uccide
l’angoscia e impedisce che insorgano paura e noia perché amare vuol dire
anche ottenere la fiducia del prossimo, sentirsi elemento attivo in modo
responsabile, comprendere che si vive con gli altri, comunicare e non essere
soli.
Tale comportamento necessita però della riscoperta di altri valori: il diritto,
la giustizia
verso se stessi e verso il prossimo, l”interesse”, per noi stessi e per
quanto ci circonda. Il diritto prima di tutto come “diritto
alla vita”. La nostra società tende sempre più ad essere “società
dell’avere”. In questa logica il figlio stesso, e il concepito in
particolare, finisce per diventare, forse come ogni essere umano, certamente
come il più debole degli esseri umani, oggetto del’altrui possesso anziché
soggetto; “cosa”, anziché “persona”.
Nostro obiettivo deve invece essere la realizzazione a tutti i livelli di
una “civiltà dell’essere”, in cui ogni essere umano, non “abbia”; di
una società in cui ogni essere umano, ogni persona, a prescindere da qualsiasi
sua condizione, trovi effettivamente e concretamente garantiti “i
diritti inviolabili dell’uomo”
(art. 2 della Costituzione); in cui veramente siano rimossi quegli ostacoli che
“limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza, impediscono il pieno
sviluppo della persona umana (art. 3 della Costituzione)
L’etica di tutti i tempi ha riconosciuto nel fatto vita
il fulcro dei valori essenziali dell’uomo, così come ha ammesso, in un senso
universale, essere il fenomeno stesso il più splendido il più dominante il più
denso mistero della creazione. La vita è
per l’individuo “coscienza di essere”, fondamento primo dell’io
personale non appena percepisce la propria”corporeità”, riconoscimento poi
di quello dell’altro. Su di essi si sviluppano e si consolidano man mano gli
altri valori come strutture essenziali della coscienza umana. Si compone cioè
nelle sue diverse parti la costruzione etica nel quadro dell’esistenza sia
personale che associativa, con gli attributi della solidarietà,
della fraternità, del rispetto, dell’aiuto,
ecc., in una parola dell’”umanità”
come essenziale dei rapporti interumani
Il
valore “salute” nei suoi multiformi aspetti
La salute è in primo luogo un
bene in relazione alla vita. Non si
sminuisce il pregio della salute definendola un bene in relazione, perché è
proprio da questa molteplice relazione che essa assume invece il massimo valore.
Nel 1948, nel Preambolo della sua Costituzione, l’Organizzazione
Mondiale della Sanità con il definire la salute “ uno
stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non soltanto assenza
di malattia” ci offriva una definizione di carattere quantistico e statico.
Definire la salute come “perfetto benessere
fisico, mentale e sociale” vuol dire presumere che possa esistere una
misura standard come quella di un pilastro di cemento per costruire una casa. In realtà si tratta di concepire
la salute come un’interazione, , un equilibrio tra corpo, psiche e ambiente,
equilibrio che ha il suo punto di riferimento nella persona e che comporta un
continuo dinamismo di stimoli e di risposte, di ricerca continua di nuovi
equilibri relazionali.
Nulla scorre senza lasciare traccia. Non è vero che “passa la
paura”, non è vero che l’ieri non condiziona l’oggi. Si riteneva in
passato che una persona sulla quale si sia abbattuta la scure dello stress nel
fisico, nella mente e nella psiche potesse riprendere, intatto, il suo
equilibrio una volta cessata la causa stressante. Era la classica
“omeostasi” che indica la possibilità di recuperare quello stato di
equilibrio da cui l’uomo era
partito prima di un determinato evento doloroso. In questo momento di crisi di
valori, però, la biologia smentisce questo canone di stasi. Essa attinge alle
fonti primigenie della vita e scopre che ogni atto della vita ha una base
metabolica, una”componente” industriale dove le industrie sono le cellule (Sirtori).
E proprio in questo contesto, so abbandona oggi il concetto di
“omeostasi” per sostituirlo con quello di “omeoressi” che conferma il
concetto di vita apprezzata come un continuo divenire. Durevole è solo la
mutevolezza;nostra sola certezza biologica è l’incertezza. L’uomo in virtù
di questa visione è chiamato e non attendere, ma a precedere
i vari fenomeni, a percepirli come tali già prima che avvengano ed a
svuotarli della forza stressante che contraddistingue gli eventi improvvisi.
Ma per farlo, bisogna che sia educato, che acquisisca la disponibilità a
partecipare, a saper predisporre i meccanismi del proprio io. Ecco quindi
divenire necessaria una “educazione alla salute”
La salute dunque
esprime l’equilibrio dinamico e funzionale della “vita” umana, della
persona
umana.
Da questa affermazione procedono molte conseguenze sul piano pratico.
Anzitutto non si potrà mai parlare di salute o di promozione della salute,
senza prima e anche della promozione e della difesa della vita.. La vita è più
che la salute, poiché l’ontologia dell’uomo vale più ed è più ricca
della sua fenomenologia e della sua funzionalità. Una vita umana ha un grande
valore, un valore quasi infinito anche quando la salute viene meno o manca fin
dalla nascita. Perciò la relazione tra vita e salute è una relazione
diseguale, mentre la salute non può esistere
se non nella vita e per la vita, la vita può esistere e conservare il
suo valore anche senza la perfetta salute. Ed è proprio per il bene prioritario
della vita che bisogna conservare la salute, affinché l’espressione
fenomenologica della vita stessa corrisponda quanto è più possibile al suo
valore ontologico. Questo è un punto estremamente importante: c’è una
mentalità che tenta di insinuare l’idea che la vita va accettata soltanto se
è sana. Ciò accade spesso, ad esempio, quando si fanno le diagnosi prenatali,
pure scientificamente e moralmente valide in sé, con amniocentesi ed ecografia
o quando si parla di eutanasia.
Per
amore della vita dobbiamo curare la salute. Per amore
ella vita dobbiamo accettare la vita non sana, perché gli orizzonti della vita
vanno oltre gli orizzonti della salute. L’anziano, il malato di mente e
l’handicappato devono essere curati e, comunque, accettati anche se
inguaribili.
La
salute è un bene in relazione alla comunità. Ciò vuol
dire che la salute del singolo è anche un bene della società, contribuisce al
benessere ella società, permette di svolgere e di compiere i servizi
professionali e lavorativi nella società. Ciò vuol anche dire che la società
ha il dovere di tutelare e promuovere la salute dei singoli, appunto perché è
un bene sociale. Ma ciò comporta anche riconoscere che l’equilibrio del
singolo, il suo equilibrio di
salute, può essere condizionato da cause sociali o dalla cattiva organizzazione
della società stessa. E’ riconosciuto che molte cause di malattie dipendono
oggi dalla società industriale o meglio dalla sua cattiva organizzazione e dai
suoi aspetti degenerativi. Si pensi al fattore di rischio fisico per la natura
della materia che si lavora per la possibilità degli incidenti sul lavoro che
possono portare a malattie tipiche (traumi, cancro, silicosi, asbestosi, ecc.),
nonché a pericoli di intossicazione. Ma occorre anche tener presente il fattore
collegato con la frustrazione psicologica che è insita in certi tipi di lavoro
in serie mancante di quell’apporto di creatività e di partecipazione che è
nella natura del lavoro umano.
Il fatto che nella
nostra società tecnologica la macchina sostituisca l’uomo nel rapporto con il
prodotto del lavoro, ha creato da una parte una massa di disoccupati,
dall’altra delle persone frustrate, perché il lavoro perde il carattere e
l’impronta della persona, diventa impersonale, non creativo. Ciò comporta la
disaffezione dal lavoro e del suo risultato, invita il lavoratore a cercare
l’evasione o attendere il solo risultato salariale. I fenomeni evasivi come
quello della droga, quelli aggressivi some la violenza sociale, l’incremento
della malattie nervose, possono essere anche interpretati nella chiave di un
tipo di vita e di lavoro che all’uomo risulta provo di significato e di
soddisfazione creativa.
Tutela
della vita e della salute sarà in questo caso creare non solo condizioni di
sicurezza fisica nel lavoro, ma anche e soprattutto si deve tener presente che
l’uomo deve essere studiato e considerato come uomo e non come unità utile
alla società tecnologica. Cioè deve essere preso in
considerazione come essere capace di pensare, partecipare e creare per il suo
bene e per quello dei suoi simili in una dimensione umana di rapporti che
significa comprensione, dialogo, amore, interesse…cioè quei valori che fanno
sentire all’uomo la pienezza della sua responsabilità.
La
salute è in relazione con l’ambiente ecologico.
Da un punto di vista epidemiologico questa affermazione è molto chiara e si
presenta con caratteri drammatici: l’uomo ha un legame di responsabilità, di
equilibrio e di una certa connaturalità con il cosmo materiale e con la
biosfera, al punto che, se viene rotto questo legame, ne soffre la salute e la
sopravvivenza del genere umano; l’inquinamento dell’aria, dell’acqua, dei
cibi; l’inquinamento da rumori e da onde elettromagnetiche, soprattutto il
pericolo della catastrofe atomica, ci fanno intendere la drammaticità di questo
rischio. Ci viene anche detto dagli scienziati che il rischio
dell’inquinamento ecologico è connesso con il rischio dell’inquinamento
biologico e dell’alterazione cromosomica. Si considerino la varie forme di
manipolazione della biologia umana determinate a partire dalla droga all’abuso
dei farmaci e all’abuso dei contraccettivi chimici.
Ma viene qui a
proposito un’altra osservazione: quando diciamo ambiente ecologico non
dobbiamo soltanto intendere l’aria che respiriamo, le piante che sono
necessarie e il verde che deve rimanere nelle città, i cibi che mangiamo e le
acque che consumiamo e beviamo, ma anche il clima psicologico, il clima morale e
culturale: l’inquinamento può ledere il bene della persona più profondamente
sul piano dei mezzi di comunicazione che nell’eventuale scarico di un mefitico
collettore di liquami.
Ed
è su questo terreno che ci accorgiamo come non si possa fare a meno di una
responsabilità e di una
educazione alla responsabilità, non solo del singolo, non solo sul piano
sociale e volontaristico, ma anche sul piano politico e della legislazione.
Sappiamo che ci sono meccanismi economici di tipo mondiale e regionale che
mirano al profitto e producono distruzione non soltanto di una razza rara di
uccelli o di pesci, ma della salute psicologica dell’uomo, i quali non possono
essere sconfitti senza un intervento pubblico. Si pensi al traffico di droga che
fatta giungere nel nostro paese da potenti organizzazioni mafiose, sta fiaccando
la nostra gioventù, speranza del domani.
La salute è un valore
collegato al dolore. La salute proprio perché è un valore relativo,
e non assoluto, ha un suo limite e questo limite si chiama con diversi nomi:
menomazione, handicap, malattia, dolore, morte. Uno degli impegni etici
dell’uomo, uno dei valori stessi della sua salute mentale, psicologica,
consiste nel saper affrontare il dolore e nel sapersi predisporre ad accettare e
valorizzare la malattia o il limite della salute in genere, sia quando tocca
noi, sia quando riguarda gli altri. Per quanto vogliamo curare la salute,
ci sarà sempre la malattia in qualche misura e, per quanto vogliamo
sanare il territorio, avremo sempre bisogno degli ospedali, per quanto vogliamo
parlare di “qualità della vita”, ci sarà sempre una “qualità e
ineluttabilità della morte”. Prepararsi al dolore della morte è sintomo e
coefficiente di salute ed è anche un impegno dell’educazione sanitaria
cristianamente intesa.
La Chiesa ci insegna che l’ottica in cui queste realtà dolorose devono
essere comprese e considerate è quella che si ricollega alla vita che viene da
Dio. La salute e la malattia sono dunque da collegarsi alla vita creazionale
personale e nello stesso tempo alla vita salvata e imperitura. Sono beni
penultimi che sono preceduti dal bene e dal dono della vita senza limiti, nel
passaggio-pasqua attraverso la Croce di Cristo
Tutela
della vita e della salute
Tutela
della vita e della salute significa quindi coinvolgimento globale dell’etica
nella medicina, tanto più necessario in quanto la
salute della persona non si può definire in termini organicistici, considerando
la malattia e non il malato, il corpo e non la psiche, l’individuo e non la
famiglia e la società.
Sta agli operatori
sanitari, ai volontari socio-sanitari, con il comportamento verso gli ammalati,
con l’atteggiamento verso i colleghi, dimostrare che “un cambiamento di
mentalità” è possibile, ponendo al centro dell’attenzione vigile e
premurosa la “persona”.
Occorre
diffondere tra i cittadini una “cultura della vita e della salute”,
attraverso un’adeguata educazione, promozione di essa. Occorre che
questa “cultura della vita e della salute” guidi le azioni degli operatori
sanitari secondo due principi etici irrinunciabili:
·
si
deve difendere la vita e la salute della persona umana nella sua globalità e in
tutto l’arco del suo sviluppo, della sua vicenda storica e sociale. Non si può
difendere la vita nascente e non quella non nata, il fanciullo e non
l’anziano, il malato di cancro e non quello di mente e il tossicodipendente,
ecc.
·
esiste all’interno della persona una
gerarchia di valori che va rispettata: l’esistenza personale viene in primo
luogo; l’integrità della persona è valore subordinato e connesso, l’unità
dell’essere e dell’agire personale è ancora a un terzo livello, la
realizzazione socio-affettiva della persona è a sua volta una espansione dei
valori precedenti.
Questo
fatto è rilevante quando si deve discutere della liceità di certi interventi.
Nessun intervento è giustificato, da nessuna ragione di rischio fisico, di
dolore, di difficoltà sociale, quando si tratta dell’esistenza della persona.
E’ questo il caso dell’aborto, dell’aborto terapeutico o eugenetico, o su
indicazioni sociali.
Un
intervento che interferisca sull’unitotalità dell’essere umano, ad esempio
la sterilizzazione, è giustificato soltanto per ragioni terapeutiche, cioè per
salvaguardare l’integrità della persona, e non è lecito per semplici ragioni
di controllo delle nascite. Un intervento mutilativo di un arto, di un occhio,
ecc., che lede l’integrità è lecito quando è necessario per la
sopravvivenza della persona. E’ il “principio della totalità” già
enunciato da Pio XII e ripreso dall’Enciclica “Humanae vitae” di Paolo VI.
Se
crediamo fermamente nel Vangelo da cui derivano questi punti fondamentali della
concezione cristiana dell’uomo e della convivenza umana, si delinea nettamente
quale debba essere il ruolo o meglio l’impegno dei cittadini di buona volontà,
secondo la loro professione, incarico politico, amministrativo, sociale, e
soprattutto degli operatori sanitari: una
mediazione triangolare per la quale la scienza e la tecnica da una parte,
l’evoluzione sociale dall’altra, devono essere costantemente rapportati al
valore della “persona” e ai valori morali connessi con la vita personale.
Ciò significa uno sforzo continuo per acquisire
quattro qualità: