Prima di entrare nel
vivo della tematica proposta occorrono due premesse.
Prima premessa
Trattando di problemi etici, volendo suggerire delle linee etiche, in ogni
campo, ma in modo particolare nel campo dell’assistenza al morente,
occorre mantenere l’attenzione non solo sulle norme: quello che si deve
fare e quello che non si deve fare, ma prima ancora sui valori che sono
coinvolti.
La dialettica tra
norme e valori deve essere di sinergia, cioè dobbiamo scavare le norme
tenendo sempre presenti i valori. Altrimenti l’etica diventa una
precettistica arida e talvolta senza anima e senza giustificazione. Ciò
è particolarmente doveroso nell’assistenza al malato terminale,
morente: in esso sono coinvolti i valori supremi della persona e della
società: vita e morte. E’ il momento dell’incontro tra il termine
ella vita, e quindi l’istante della morte, e la società, attraverso la
famiglia, la chiesa che porta il suo aiuto al morente o la comunità
religiosa di qualunque religione si tratti. Anche la solidarietà sociale
ed ecclesiale si sentono in questo momento chiamate e coinvolte. In altre
parole tutti i valori che sono propri della persona umana confluiscono
attorno al momento che stiamo per esaminare.
Seconda premessa.
La persona umana (quella del morente, del medico, degli infermieri, dei
parenti, ma soprattutto in questo caso quella del morente) va considerata
con un duplice sguardo. Non dobbiamo soffermarci semplicemente
sull’aspetto fenomenologico, cioè a quello che si vede, che si avverte
con i sensi, empiricamente. Poiché se considerassimo la persona umana
soltanto sotto l’aspetto fenomenologico perderemmo la parte più
qualificante, preziosa di essa, e saremmo portati a delle conclusioni
nella nostra azione che potrebbero essere catastrofiche.
Pensiamo quanta
diminuzione del potenziale umano si verifica nel morente: un mezzo uomo,
con un potenziale ancora più basso di vigore umano. Pensiamo anche
all’handicappato, al malato mentale, all’embrione dentro l’utero
della donna: fenomenologicamente ai nostri occhi appare una umanità
diminuita, fortemente dipendente e di peso alla società. Chi ha guardato
alle persone solo sotto l’aspetto fenomenologico ha potuto concludere
con Goebels: “individualità prive di vigore vitale”. Il gerarca
nazista definiva così in una circolare quelli che dovevano essere
eliminati con una iniezione dai medici di base, cioè i malati mentali, i
malati cronici, i vecchi. Settantamila persone furono eliminati in
Germania durante la seconda guerra mondiale in base a questo principio:
“individualità prive di vigore vitale”.
Questo significa
fermarsi all’aspetto fenomenologico.
Certamente non va
trascurato tale aspetto: il dolore, la malattia, la sofferenza. Ma lo
sguardo deve acuirsi più sull’aspetto ontologico e sull’aspetto
assiologico: quanto vale ciò che è “dentro” quest’uomo ? Che cosa
c’è “dentro” a questa creatura umana ? Quale è lo spessore reale,
l’essenza, nonostante le apparenze ?
Dalla riflessione su
queste domande scaturisce la risposta: è una persona umana. Essa
ha una trascendenza sul tempo, è oltre la malattia, è oltre la
sofferenza, è oltre quel passaggio che prende il nome di morte. E’ un
soggetto dotato di una grandezza quasi infinita – per usare un termine
di S. Tommaso -, degna di stare al cospetto di Dio, a immagine di Dio
creatore, figlio di Dio e fratello di Cristo, secondo la nostra concezione
religiosa. Ma per chiunque persona umana deve significare centro
dell’universo, valore supremo della società
Questa necessità di non fare del riduzionismo fenomenologista
davanti al morente è una esigenza imprescindibile, per chiunque e in modo
speciale per chi lo assiste in quel momento. Altrimenti si perde la
capacità criteriologia, cioè la capacità di misurare i valori, di dare
giudizi. Quest’ultimi devono essere misurati sulla realtà, sul
vero valore che non sta in ciò che si vede, ma che è al di là di ciò
che si vede.
Linee
di comportamento etico: i documenti
Le linee di comportamento etico derivano anzitutto da una
riflessione etica e bioetica, particolarmente sviluppata in questi anni,
ma anche consolidate in molti documenti secondo quattro categorie:
Documenti ecclesiali (cfr. allegato n.
1)
Raccomandazione del Consiglio
d’Europa del 1976 (cfr. allegato n. 2)
Principi di etica medica
europea del 1987 (cfr. allegato n. 3)
Codice italiano di deontologia medica
del 1989 (cfr. allegato n. 4)
Sono documenti tra
loro perfettamente coincidenti per cui si possono trarre indicazioni non
in contrasto tra di loro.
Le linee etiche desunte da questi documenti si possono riassumere
in nove punti.
1.
Prima di tutto il no alla eutanasia
sia attiva che passiva.
“Omissiva”
è un termine più preciso rispetto a “passiva”, perché quest’ultimo
può indurre a confusioni verbali e concettuali. “Omissione” significa
tralasciare un atto dovuto e come tale si traduce in un comportamento
eutanasiaco e quindi
colpevole.
La definizione più
precisa di “eutanasia”, desunta dal documento della sacra
Congregazione per la dottrina della fede, dice: “ Per eutanasia si
intende una azione o una omissione che di natura sua, o nelle intenzioni
di chi opera, procura la morte allo scopo di eliminare ogni dolore”
(Dichiarazione sulla Eutanasia, 5.5.1980)
L’eutanasia
presuppone una soppressione voluta della vita, sia che questa si ottenga
attraverso un gesto di uccisione, o attraverso l’omissione di una
terapia valida a sostenere la vita. Sulla
sua illiceità il pronunciamento è unanime anche da parte dei Codici
deontologici.
La vita non è un bene
disponibile, ma inviolabile e sacro a tutti, e particolarmente per chi sa
che essa è dono del Creatore, e immagine del Cristo Verbo incarnato.
Sia per chi si ispira
ad un’etica razionale, sia per chi si ispira ad un’etica religiosa,
per gli uni e per gli altri il sopprimere la vita, o la propria con il
suicidio, o l’altrui con l’eutanasia, l’omicidio, l’aborto,
rappresenta una violazione del valore fondamentale “vita”, su cui si
incarnano e crescono tutti gli altri valori della persona.
L’eutanasia oggi si
articola in diversi modi:
Il “il testamento
biologico” con cui si lega le mani al medico perché non intervenga
attraverso le cure di sostentamento vitale nella fase terminale della
vita, ma lasci morire-
“Do not resuscitate
order”: “non rianimare”. Non rianimare nella fase agonica può
essere un dovere; ma se l’arresto delle funzioni vitali è provocato da
un fattore momentaneo, il non rianimare perché l’ammalato ad una
distanza più o meno lunga certamente morirà, perché già affetto da
malattia inguaribile, rappresenta una eutanasia. Questa forma attraverso
una sigla D.N.R., apposta sulla cartella clinica, sta entrando in vari
luoghi del mondo. Il suggerimento di non rianimare ammalati inguaribili,
avanzato da alcuni medici canadesi, sta godendo il favore di molti altri
anche in Italia.
L’eutanasia
legalizzata: la legge stabilisce ciò che il medico deve fare o non fare.
E’ quanto si propone di legiferare il legislatore in Italia.
La criptoeutanasia:
che si pratica mascherando una eutanasia attiva sotto forma di una terapia
del dolore, cioè con dosi maggiorate di analgesici. Secondo una
statistica olandese alcune migliaia sarebbero i casi accumulati in pochi
anni in quello Stato.
Nella condanna
dell’eutanasia occorre comprendere sia quella che si pratica sui malati
terminali, sia quella che si pratica sui neonati malformati o sottopeso
lasciandoli morire, come alcuni gruppi sostengono; sia l’eutanasia
sociale che consiste nel non dare da parte della società i mezzi per
assistere categorie di persone.
E’ serpeggiante
anche in Europa l’idea che per certe categorie di persone, per esempio
per chi ha superato una certa età, non si devono fare certe spese per la
cura perché non c’è l’utilità sociale ed economica: ci sarebbe
sproporzione tra i costi economici ed i benefici.
Il principio della
solidarietà e della socialità, in base al quale si deve spendere di più
per chi sta male o è più debole, è irrinunciabile.
Se applicassimo il
principio che si deve spendere soltanto quando c’è un conveniente
ritorno economico e produttivo, molti sarebbero i malati che dovremmo
condannare a morte attraverso l’eutanasia attiva o omissiva. Un’idea
questa che spunta oggi nell’ambito della economia sanitaria e che va
fermamente condannata.
2
No all’accanimento terapeutico.
La motivazione per cui
si è contrari all’accanimento terapeutico è la stessa per cui si dice
“no” all’eutanasia: il rispetto della persona umana, della vita e
della morte del paziente. L’accanirsi sarebbe un’offesa alla dignità
reale del paziente, un distaccare l’esercizio tecnico della
strumentazione e dell’assistenza medica dalla persona destinataria delle
cure.
3.
La proporzionalità degli
interventi terapeutici.
Questo
concetto è stato formulato dai documenti della Chiesa cattolica e
specialmente dalla Dichiarazione sull’Eutanasia, integrando quanto aveva
detto già Pio XII sul concetto e la distinzione tra cure ordinarie e cure
straordinarie.
Pio XII aveva
ricordato ai medici che le cure ordinarie andavano sempre prestate, mentre
le straordinarie potevano in certi casi essere anche omesse. Siccome la
dizione “ordinario” o “straordinario” si riferisce ai mezzi più
che altro ( e i mezzi a disposizione sono diversi da un Paese all’altro,
da uno stadio dell’esperienza medica all’evoluzione successiva), più
esattamente il documento sull’eutanasia parla di “proporzione” e
“sproporzione”.
L’espressione
“proporzionalità terapeutica” significa che l’intervento medico
messo in atto deve essere giustificato dal bene per la vita e per la
qualità di vita del paziente; quindi un intervento, per essere legittimo,
deve avere un’efficacia positiva. Se tra il costo umano
dell’intervento e il risultato umano dello stesso vi è una estrema
sproporzione, tale intervento si configura come accanimento terapeutico.
Il criterio della
“proporzionalità terapeutica” dovrebbe essere esteso a tutta la
pratica medica, e tenuto
presente anche dai medici di base per cui non dovrebbero prescrivere
medicine se quest’ultime si preveda non possano ottenere un
proporzionato risultato .
Nel caso particolare
dei malati terminali il criterio della “proporzionalità terapeutica”
acquista una particolare urgenza e delicatezza. La “Dichiarazione
sull’Eutanasia” aggiunge che in questi casi la coscienza del medico e
la sua esperienza hanno un peso fondamentale, perché chi è in grado di
misurare la proporzionalità terapeutica
è e rimane soltanto il medico.
4.
Opzionalità delle terapie a
rischio.
Il documento più
volte citato richiama alla volontà del paziente, o di chi lo rappresenta,
tutte le volte che la terapia che si vorrebbe proporre fosse ad esito
dilemmatico, cioè potrebbe migliorare la situazione clinica, ma potrebbe
anche farla precipitare; potrebbe avere un esito positivo, ma anche
drammaticamente negativo. In questo caso il medico non può decidere da
solo, ma deve scegliere insieme con il paziente o con chi lo rappresenta.
Ciò vale anche e soprattutto in previsione di interventi chirurgici.
5.
Le cure normali vanno sempre date.
Idratazione,
alimentazione, igiene, sostegno della respirazione fanno parte non tanto
delle terapie in senso strettamente medico, ma delle cure in generale.
Sono gesti di umanizzazione che alleviano la sofferenza, l’avvicinasi
della morte, pertanto vanno sempre prestate.
Definendo
l’alimentazione, specialmente quando è parenterale o attraverso sondino
naso-gastrico, e la idratazione come forme di accanimento terapeutico, si
disumanizza il momento della morte, si praticano forme di criptoeutanasia.
6.
Le
terapie del dolore.
Sono
opportune e lecite, rispettando però alcune condizioni.
Queste terapie possono
togliere la consapevolezza, la lucidità mentale
in maniera permanente, per cui prima di praticarle occorre il
consenso del paziente. Quando il paziente ha ancora dei doveri da compiere
nell’esprimere le proprie “volontà finali”, prima di indurre lo
stato di sopore occorre dare al malato l’opportunità ed il tempo per
assolverle. Queste volontà finali possono essere di carattere
testamentario, possono essere riconciliazioni con i parenti, necessità di
reincontrare persone care, ecc.
A tutto ciò il
documento della Chiesa aggiunge un’altra motivazione: il paziente
potrebbe rifiutare il trattamento analgesico, potrebbe anche lucidamente
voler soffrire di più, pur di essere lucidamente in grado di mantenere la
sua relazione con i parenti, o anche la sua capacità di dare alla morte
il suo pieno senso, il suo valore in piena consapevolezza.
“Divinum est sedare
dolorem”, purché si rispettino le condizioni indicate.
7.
L’informazione al paziente.
E’ questo un compito da gestire
con tanta delicatezza.
Il malato ha il
diritto di conoscere la verità, ma l’informazione deve essere data per
il suo maggior bene, e quindi nell’esprimersi si deve tener conto della
psicologia del paziente, del presumibile decorso della malattia e dello
stato di coscienza. Si deve tener conto degli eventuali doveri non ancora
compiuti. L’informazione in ogni caso deve essere completa nei confronti
dei parenti più prossimi al malato.
Affinché
l’informazione venga data al momento opportuno, tenendo in
considerazione il bene del paziente, è opportuno tener conto, secondo lo
studio compiuto dalla Kubler-Ross, delle varie “fasi psicologiche del
morire” che attraversa il malato terminale.
L’informazione è
come una medicina, ne va data quanta può far bene al paziente.
L’informazione va data perché non esiste eticità senza verità, ma la
dose della verità, il modo con cui viene offerta questa verità deve
tener presente l’evoluzione dello stato psicologico del paziente.
Le cinque fasi
(cfr. allegato n. 5) descritte dalla Kubler-Ross, anche se non
sempre in tutti i malati si verificano puntualmente, vanno conosciute
perché non si intervenga, per esempio, nel momento in cui c’è massima
depressione, ma accompagni il paziente a far superare il suo stato di
rifiuto, il suo stato di collera, di rivolta.
Occorre guidare e
pilotare il suo momento di patteggiamento col medico (quanto mi manca,
cosa mi fate, ma perché questo ? In una contesa in cui il paziente vede
nel medico qualcuno che si oppone alle sue aspirazioni, qualcuno che gli
sta di fronte quasi come un avversario).
Sapere e conoscere
queste fasi è necessario per poter gestire soprattutto la informazione al
paziente.
Il guidare il paziente
verso l’accettazione, dopo aver superato la fase della depressione,
rappresenta uno dei compiti più delicati e più importanti propri del
medico, ma non esclusivamente suoi, bensì anche del personale
infermieristico, anche dei parenti, anche della Chiesa naturalmente.
8.
L’assistenza umana e religiosa.
E’ un diritto del
paziente. Anche quando non si può guarire perché l’iter della malattia
ha raggiunto la fase terminale, anche quando le cure hanno raggiunto il
loro massimo di possibilità di azione sanante oltre il quale non è
possibile andare, si può e si deve sempre assistere. Possono esistere
malati inguaribili, mai malati incurabili.
Assistenza umana vuol
dire lo stare vicino. I codici deontologici stessi, oltre che i documenti
della Chiesa, ricordano che è dovere del medico e degli infermieri essere
presenti nel momento finale.
L’inumanità della
morte in ospedale è uno dei motivi del grido di allarme nei confronti
delle ospedalizzazioni, è una delle ragioni per cui si cerca di
sostituire alla morte in ospedale la morte a domicilio tutte le volte che
ciò è possibile. In ogni caso per la umanizzazione della morte occorre
questa presenza. Sappiamo che talvolta gli stessi parenti fanno fatica ad
essere presenti, e si defilano adducendo scuse fasulle. Ciò avviene
perché dentro di noi vi è il rifiuto della morte, della nostra morte.
E’ stato giustamente
osservato dagli psicologi che affinché
il medico, o l’infermiere, sia in grado di assistere bene il morente è
necessario che lui stesso abbia fatto pace con la propria morte, cioè
abbia fatto sintesi dentro di se sul problema della morte, abbia accettato
che tutti noi siamo chiamati a varcare questa soglia per una vita più
piena, abbia dato una soluzione positiva al problema della morte. Chi non
ha fatto pace con la propria mote futura mantiene dentro di sé uno stato
di conflitto, il quale scatena meccanismi di compensazione, di difesa.
Il medico o
l’infermiere che non ha fatto pace con la propria morte scappa
facilmente di fronte al morente, oppure lo aggredisce: fuga e aggressione
sono meccanismi di difesa in presenza di un conflitto che non è stato
risolto dentro di sé.
Lo stesso meccanismo
di fuga e di aggressività scatena atteggiamenti irragionevoli molto
spesso anche nei parenti e nelle persone che stanno vicino al malato. Per
cui medici ed infermieri non possono esercitare rispettivamente la
professione medica e l’assistenza al morente senza contemporaneamente fa
r crescere la propria umanità e la propria spiritualità.
Non è possibile un
trattamento neutro della morte e del morente. Si è obbligati e
interpellati a far evolvere in se stessi la crescita umana. Lo stare
vicino al morente, “il tendergli la mano”, non fa bene soltanto al
morente che in quel momento soffre, o può soffrire per quel tanto di
lucidità che gli rimane, di solitudine, ma fa bene anche a chi sta
vicino, perché il tenere la mano a chi muore significa che si accetta di
percorrere la stessa strada, chiamati a questa solidarietà nel cammino
verso la stessa direzione.
9.
L’elaborazione del lutto.
E’ un compito
importante e delicato che va assolto con umanità sia da parte del corpo
assistenziale, sia e soprattutto dalla pastorale dei morenti. I parenti,
dopo la morte del proprio congiunto, rimangono in uno stato di
prostrazione, per cui devono essere aiutati a superare positivamente la
crisi. Si richiede soprattutto una grande umanità.
Allegati
Allegato n. 1
DOCUMENTI DELLA
CHIESA CATTOLICA
Interventi di Pio XII
(dieci discorsi durante il suo pontificato)
Periodo conciliare:
vari interventi sulla condanna dell’eutanasia e sull’assistenza al
morente di Giovanni XXIII; Paolo VI (
cfr. enciclica “Humanae vitae”); Concilio (cfr.
Costituzione “Gaudium et Spes”, n. 27)
Lettera del card.
Villot 3.11.70 diretta ad un convegno medico e di condanna
dell’accanimento terapeutico.
Sacra Congregazione
per la dottrina della fede: “Dichiarazione sull’Eutanasia”,
5.5.1980, riconosciuto da tutti come il documento più equilibrato.
Giovanni Paolo II:
Enciclica “Salvifici Doloris”, 11.2.1984, è un documento base sul
piano dei valori.
Pontificio Consiglio
“Cor Unum”: “Questioni etiche relative ai malati gravi e ai
morenti”, 27.6.1981
Documenti episcopali:
più di 30, tra i quali quello della Conferenza Episcopale Tedesca (1978);
C. E. Francese (1979); C. E. Spagnola (1987), della Consulta della
Conferenza Episcopale Italiana per la Pastorale della Sanità (1989)
Allegato n. 2
CONSIGLIO D’EUROPA
“ Raccomandazione
sui diritti dei malati e dei morenti “ , 7.9.1976.
Punto 7
“ Il medico deve sforzarsi di placare la sofferenza e non ha il
diritto, neppure nei casi che sembrano disperati, di affrettare
intenzionalmente il processo naturale della morte “.
Punto 8
“ Il prolungamento della vita con mezzi artificiali dipende, in
larga misura, da fattori quali l’attrezzatura disponibile; i medici
operanti negli ospedali in cui gli impianti tecnici consentano di
prolungare la vita per un periodo particolarmente lungo, si trovano
spesso in una situazione delicata circa il proseguimento del trattamento,
nel caso ove la cessazione di tutte le
funzioni cerebrali di una persona è irreversibile”.
Punto 9
“ I medici devono agire in conformità con la scienza e
l’esperienza medica annessa, e nessun altro medico o altro membro delle
professioni mediche potrebbe essere costretto ad agire contro la propria
coscienza in correlazione con il diritto del malato di non soffrire
inutilmente “.
Allegato n. 3 PRINCIPI
DI ETICA
MEDICA EUROPEA
( Conferenza degli Ordini dei Medici della C.E.E., Parigi 6.1.1987)
Art. 12
“ La medicina comporta in ogni circostanza il rispetto costante
della vita, della autonomia morale, e della libera scelta del paziente.
Tuttavia il medico può, in caso di malattia incurabile e in fase
terminale, limitarsi a lenire le sofferenze fisiche e morali del paziente
fornendogli i trattamenti appropriati e conservando per quanto è
possibile la qualità di una vita che si spegne. E’ dovere imperativo
assistere il morente sino alla fine ed agire in modo da consentirgli di
conservare la sua dignità “.
ASSEMBLEA
PLENARIA DEL COMITATO
PERMANENTE DEI
MEDICI DELLA CEE,
Berlino 20-21.11.1987.
“ Ogni atto mirante
a provocare deliberatamente la morte di un paziente è contrario
all’etica medica” (
Emendamento proposto dalla delegazione italiana ).
Allegato n. 4
NUOVO CODICE
ITALIANO DI
DEONTOLOGIA MEDICA –
1989
Art. 20
“ Il medico deve astenersi dal cosiddetto “accanimento”
diagnostico-terapeutico consistente nell’irragionevole ostinazione in
trattamenti da cui non si possa fondatamente attendere un beneficio per il
paziente o un miglioramento della qualità della vita “.
Art.
21 “
I trattamenti che comportino una diminuzione della resistenza fisica o
psichica del malato possono essere proposti previo rigoroso accertamento
delle necessità terapeutiche al fine di procurare un concreto beneficio
clinico al paziente o di alleviarne le sofferenze “.
Art.
32 “
Il medico non può abbandonare l’ammalato ritenuto inguaribile, ma deve
continuare ad assisterlo anche al solo fine di lenire la sofferenza fisica
o psichica, di aiutarlo e confortarlo “.
Art. 39
“ Il medico ha il dovere di dare al paziente, tenendo conto del
suo livello di cultura e delle sue capacità di discernimento, la più
serena informazione sulla diagnosi, la prognosi, le prospettive
terapeutiche e le loro conseguenze, nella consapevolezza dei limiti delle
conoscenze mediche, nel rispetto dei diritti della persona, al fine di
promuovere la migliore adesione alle proposte terapeutiche.
Ogni quesito specifico posto dal paziente deve essere accolto e
soddisfatto con chiarezza.
Il medico potrà valutare, segnatamente in rapporto con la
reattività del paziente, l’opportunità di non rivelare al malato o di
attenuare una prognosi grave o infausta, nel qual caso dovrà essere
comunicata ai congiunti. In ogni caso la volontà del paziente,
liberamente espressa, deve rappresentare per il medico elemento al quale
ispirare il proprio comportamento. “
Art.
41 “ Il
procedimento diagnostico ed il trattamento terapeutico suscettibili di
porre in pericolo l’incolumità del paziente, debbono essere intrapresi
solo in caso di estrema necessità e previa informazione sui reali rischi,
cui dovrà far seguito una opportuna documentazione del consenso “.
Art.
43 “ In nessun caso,
anche se richiesto dal paziente, il medico porrà in essere trattamenti
diretti a menomare l’integrità psichica e fisica del paziente e, a
maggior ragione, azioni capaci di abbreviare la vita del malato. Ogni atto
mirante a provocare deliberatamente la morte di un paziente è contrario
all’etica medica “.
Art.
44 “
In caso di malattie a prognosi sicuramente infausta e pervenute alla fase
terminale il medico, nel rispetto della volontà del paziente, potrà
limitare la sua opera all’assistenza morale e alla terapia atta a
risparmiare inutile sofferenza, fornendogli i trattamenti appropriati e
conservare per quanto è possibile la qualità di una vita che si spegne.
Ove si accompagni difetto di coscienza, il medico dovrà agire secondo
scienza e coscienza proseguendo nella terapia finché ragionevolmente
utile.
Trattandosi di un malato in condizioni di coma, il sostegno vitale
dovrà essere mantenuto sino a quando non sia accertata la morte nei modi
e nei tempi stabiliti dalla legge.
E’ ammessa la possibilità di prosecuzione del sostegno vitale
anche oltre la morte clinica stabilita secondo le modalità della legge
solo al fine di mantenere in attività organi destinati a trapianto e per
il tempo strettamente necessario “.
Allegato n. 5
PSICOLOGIA DEI
MALATI INGUARIBILI
( E. Kubler-Ross, “
La morte e il morire “,
Assisi: Cittadella, 1977. )
Le cinque fasi:
Rifiuto:
“ Non è vero, i medici hanno sbagliato “
Collera:
“ perché proprio
io ? “
Patteggiamento :
- fase meno nota;
- breve durata
Depressione :
- reattiva alla perdita; - preparatoria ala morte; - solitamente
silenziosa:
Accettazione.