Patriarcato di Venezia - Ufficio per la Pastorale della Salute

    Alla fine di una vita

Direttore:  Mons Dino Pistolato

 

 

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11 febbraio 2011

XIX Giornata Mondiale

del Malato

La preghiera

 

 
Mons Dino PIstolato, Direttore Caritas e Pastorale Salute, Diocesi di Venezia

Alla fine di una vita. 

 

            In questo tempo il tema del “fine vita” è argomento scottante, del quale se ne parla a proposito e un po’ fuori delle righe, più su un piano ideologico, o come puro argomento teorico. Nel pratico, quello di tutti i giorni che si vive e si consuma all’interno delle corsie ospedaliere, o nelle case di riposo, nelle stesse case, si presenta in modo diverso, per certi aspetti più drammatico, ma anche più sereno e naturale.

            Ciò che maggiormente spaventa è il dolore, sia quello fisico, che quello “spirituale”: si teme che il proprio congiunto soffra, si ha paura del proprio soffrire di fronte al pensiero della perdita di un congiunto, di un amico. Questa paura del “nostro” soffrire ci porta, alle volte, a proiettare sull’ammalato un’idea di “rispetto”, di “pietas”: non fare soffrire l’ammalato innescando un acceleratore, quasi un voler “correre incontro” il più rapidamente possibile al culmine del dolore, per poi andare oltre e poterlo dimenticare. Manca un’autentica visione del volere il vero bene dell’ammalato a prescindere dalla fatica che noi dobbiamo pagare.

Credo che questa sia la cornice di riferimento del tema “fine vita”. Se da una parte ci sono punti comuni e condivisi: la morte celebrale come definizione di morte, il rifiuto di ogni forma di accanimento terapeutico (anche questa serve più per chi sta attorno al paziente che non al malato, convincendosi di avere fatto tutto il possibile), il tema si fa scottante di fronte ad un vivere “vegetale”, e siccome le funzioni fondamentali, che sono garantite da quella parte del nostro cervello funzionante (non c’è quindi la morte celebrale) si punta a riflettere se la idratazione ed il nutrimento siano funzioni terapeutiche. Se per “terapeutico” intendiamo quell’azione di cura rivolta al non abile e/o al disabile, che garantisce dignità e rispetto, credo che lo siano. Ciò non ci autorizza a pensare che queste cure vanno sospese perché rimane determinante anche la prospettiva, il tempo che rimane in avanti. Se così non fosse, come molti dicono, la cosa mi preoccuperebbe: anche ad un bambino devo prestare le cure per il suo nutrimento e la sua idratazione, la sua igiene e quant’altro serve per dargli condizioni di vita dignitose. Ciò vale anche per una persona inabile, con handicap, menomata, ecc.. Perché questo dovrebbe non essere valido per una persona allo stato vegetativo? O per un ammalato terminale? Credo che una società o uno Stato che non tuteli le fasce deboli si pone su un crinale pericoloso che può portare alla selezione della specie umana, al non voler più “vedere il dolore”.  La nostra Carta Costituzionale, all’art. 32, afferma “la tutela della salute come fondamentale diritto dell’individuo” e dall’altra che “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario”. L’idratazione ed il nutrimento sono un trattamento sanitario? Generalmente no, sono funzioni fondamentali, riconosciuti universalmente come beni da condividere, tanto che ci battiamo perché non ci siano più persone nel mondo che muoiono di sete o di fame e perché l’acqua sia un diritto di tutti! E perché, chi non può scegliere, non deve vedere rispettati i suoi diritti fondamentali? Ecco l’idea del testamento biologico: uno sceglie a quali trattamenti non vuole essere sottoposto, e questo è nel rispetto della Costituzione, ma può scegliere anche di non essere nutrito o dissetato? Io credo di no, sia perché se la scelta è fatta in un tempo lontano rischia di poggiare solo su una visione teorica che molte volte con la malattia muta, sia quando si è dentro la malattia perché il dolore o la paura porta a delle scelte condizionate. Sarà il nostro corpo che arriverà al punto che non accetterà più né cibo né acqua perché avrà spontaneamente concluso il suo ciclo vitale.

Siamo chiamati, allora, ad avere un approccio diverso al dolore ed alla morte: quello della tenerezza, che va oltre alla lettura strettamente medica, ma che coniuga l’attenzione all’altro con la cura medica, l’amore del gratuito con il coraggio dell’accompagnamento, il silenzio alle parole vuote che non sanno colmare il dolore.

 

 

 

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Aggiornato il: 14 settembre 2009