In
questo tempo il tema del “fine vita” è argomento scottante, del quale
se ne parla a proposito e un po’ fuori delle righe, più su un piano
ideologico, o come puro argomento teorico. Nel pratico, quello di tutti i
giorni che si vive e si consuma all’interno delle corsie ospedaliere, o
nelle case di riposo, nelle stesse case, si presenta in modo diverso, per
certi aspetti più drammatico, ma anche più sereno e naturale.
Ciò che maggiormente spaventa è il dolore, sia quello fisico, che
quello “spirituale”: si teme che il proprio congiunto soffra, si ha
paura del proprio soffrire di fronte al pensiero della perdita di un
congiunto, di un amico. Questa paura del “nostro” soffrire ci porta,
alle volte, a proiettare sull’ammalato un’idea di “rispetto”, di
“pietas”: non fare soffrire l’ammalato innescando un acceleratore,
quasi un voler “correre incontro” il più rapidamente possibile al
culmine del dolore, per poi andare oltre e poterlo dimenticare. Manca
un’autentica visione del volere il vero bene dell’ammalato a
prescindere dalla fatica che noi dobbiamo pagare.
Credo che questa sia la cornice di riferimento del tema
“fine vita”. Se da una parte ci sono punti comuni e condivisi: la
morte celebrale come definizione di morte, il rifiuto di ogni forma di
accanimento terapeutico (anche questa serve più per chi sta attorno al
paziente che non al malato, convincendosi di avere fatto tutto il
possibile), il tema si fa scottante di fronte ad un vivere “vegetale”,
e siccome le funzioni fondamentali, che sono garantite da quella parte del
nostro cervello funzionante (non c’è quindi la morte celebrale) si
punta a riflettere se la idratazione ed il nutrimento siano funzioni
terapeutiche. Se per “terapeutico” intendiamo quell’azione di cura
rivolta al non abile e/o al disabile, che garantisce dignità e rispetto,
credo che lo siano. Ciò non ci autorizza a pensare che queste cure vanno
sospese perché rimane determinante anche la prospettiva, il tempo che
rimane in avanti. Se così non fosse, come molti dicono, la cosa mi
preoccuperebbe: anche ad un bambino devo prestare le cure per il suo
nutrimento e la sua idratazione, la sua igiene e quant’altro serve per
dargli condizioni di vita dignitose. Ciò vale anche per una persona
inabile, con handicap, menomata, ecc.. Perché questo dovrebbe non essere
valido per una persona allo stato vegetativo? O per un ammalato terminale?
Credo che una società o uno Stato che non tuteli le fasce deboli si pone
su un crinale pericoloso che può portare alla selezione della specie
umana, al non voler più “vedere il dolore”.
La nostra Carta Costituzionale, all’art. 32, afferma “la tutela
della salute come fondamentale diritto dell’individuo” e dall’altra
che “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento
sanitario”. L’idratazione ed il nutrimento sono un trattamento
sanitario? Generalmente no, sono funzioni fondamentali, riconosciuti
universalmente come beni da condividere, tanto che ci battiamo perché non
ci siano più persone nel mondo che muoiono di sete o di fame e perché
l’acqua sia un diritto di tutti! E perché, chi non può scegliere, non
deve vedere rispettati i suoi diritti fondamentali? Ecco l’idea del
testamento biologico: uno sceglie a quali trattamenti non vuole essere
sottoposto, e questo è nel rispetto della Costituzione, ma può scegliere
anche di non essere nutrito o dissetato? Io credo di no, sia perché se la
scelta è fatta in un tempo lontano rischia di poggiare solo su una
visione teorica che molte volte con la malattia muta, sia quando si è
dentro la malattia perché il dolore o la paura porta a delle scelte
condizionate. Sarà il nostro corpo che arriverà al punto che non
accetterà più né cibo né acqua perché avrà spontaneamente concluso
il suo ciclo vitale.
Siamo chiamati, allora, ad avere un approccio diverso al
dolore ed alla morte: quello della tenerezza, che va oltre alla lettura
strettamente medica, ma che coniuga l’attenzione all’altro con la cura
medica, l’amore del gratuito con il coraggio dell’accompagnamento, il
silenzio alle parole vuote che non sanno colmare il dolore.