LA
PASTORALE DELLA
SALUTE
Brevi
cenni di presentazione
Fondamenti
biblici
Il nucleo
costitutivo del programma di evangelizzazione fissato da Gesù, la sua
essenzialità primaria, è “Predicate il vangelo e curate i malati”.
“Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, curate i malati
che vi si trovano e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio”
(Lc 10,9).
Con questo mandato gli apostoli non dovevano pensare ad erigere
nuove barriere ideologiche, ma piuttosto superare gli ostacoli alla
comunicazione tra gli uomini, né a fornirsi di strumenti di aggressione
anche solo ideologica, ma aiutare gli uomini a venirsi incontro, a
intendersi, ad assistersi, considerare gli altri non nemici da combattere,
ma “prossimo” da comprendere. La fraternità doveva trovare subito, in
concomitanza con l’annuncio, un modo ineludibile di esprimersi nella cura
dei malati
Nell’azione di Gesù, nei suoi tre anni di vita pubblica, ha
singolare rilievo la cura dei malati. Una sua giornata tipo ci viene
descritta a più riprese come segue: “ Venuta la sera, dopo il
tramonto del sole, gli portarono tutti i malati e gli indemoniati. Tutta
la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano afflitti
da varie malattie e scacciò molti demoni” (Mc 1,32-34; Mt 8,16; Lc
4,40-41). I passi paralleli a questo di Marco ci presentano quasi in
dettaglio il catalogo delle malattie e degli handicap che colpivano allora
le genti di Palestina. E’ un catalogo che riproduce sostanzialmente le
principali patologie dei nostri giorni, per le quali ci sono oggi
strumenti di cura e strutture di accoglienza che non esistevano ai tempi
di Gesù. Erano “infermi colpiti da mali di ogni genere”
(Lc 4,40). Egli “li guarì tutti” (Mt 8,16). Erano epilettici e
paralitici (neurologia) (Mt 4,24); zoppi e storpi (ortopedia); ciechi
(oculistica); muti e sordi (otorino); molti altri (medicina e chirurgia
generale, geriatria); posseduti da spiriti maligni (psichiatria) (Mt
15,29); lebbrosi (dermopatia, malattie infettive) (Mt 8,2 e ss); disturbi
ginecologici (Mc 5,25) e funzionali (Mt 12,9)
Questa attività sociale, di interessamento e di aiuto alla gente
malata, non era marginale nel suo programma di evangelizzazione; era
voluta e corrispondeva ad un piano mirato. Dei 666 versetti che compongono
il Vangelo di Marco, 209, quasi un terzo, fanno riferimento all’azione
di Gesù tra i malati, disabili, morenti.
Dall’insieme dei comportamenti e dei messaggi che volta a volta
li accompagnavano, si delinea la figura di un evangelizzatore
profondamente umano.
Un esempio così luminoso, e tanto benefico, rappresenta per noi un
invito ad essere umani.
“ L’umanità di
Dio esige l’umanità dell’uomo. Il rapporto religioso con Dio
passa attraverso l’umanità del nostro comportamento. Lo stesso
nostro servizio del culto non è gradito a Dio se non passa attraverso il
servizio umano del prossimo. Il servizio umano del malato è già
servizio a Dio. L’amore di Dio deve farsi amore dell’uomo. L’amore
dell’uomo è il criterio della nostra religiosità”
Questo raccomandava S.
Camillo ai propri confratelli e nella
predicazione.
Questa umanità del cristiano non può esaurirsi in parole
generiche, per quanto stimolanti, e anche belle; deve tradursi in azione
energica, coraggiosa, farsi ripudio dell’egoismo, volontà di dedizione.
Chi è il cristiano oggi ? Il Patriarca emerito di Venezia, card.
Marco Cé, offre questa definizione: “E’ una persona che, in forza
del Battesimo ricevuto, percorre il cammino della propria vita coniugando
il Vangelo con la propria attività professionale e sociale. Le due
componenti non sono separate e neppure semplicemente giustapposte, bensì
il Vangelo permea di sé, vivifica e trasforma l’agire professionale e
sociale della persona”.
Dedizione del cristiano a
chi ?
La risposta ci viene da Lc 10,29 ss., dalla storia del samaritano
compassionevole, più ancora dal comportamento di Gesù, il quale, con
un esempio assolutamente unico e inedito nella storia dei fondatori di
tutte le religioni, ha abbinato l’annuncio della salvezza alla cura dei
malati.
Nei suoi 2000 anni di storia la Chiesa è sempre rimasta fedele a
questo mandato, garantendo una presenza significativa nel mondo della
sofferenza, con istituzioni religiose dedicate a questo scopo, con opere
di assistenza nelle aree più difficili e delicate della sanità, con
significativi apporti nella stessa promozione legislativa dello Stato.
Fondamenti
storici
Già gli Atti
degli Apostoli ci parlano di un abbozzo di organizzazione per il
soccorso ai poveri, agli orfani e agli ammalati, e di una sensibilità per
questi ultimi che ricalca l’esempio di Gesù.
Il culto cristiano trova il suo vertice nella celebrazione
dell’Eucaristia, ma questa doveva avere il suo naturale completamento
nel rapporto di amore per i fratelli bisognosi (Giustino) Ogni
circoscrizione ecclesiastica divideva il suo territorio in zone, affidate
ad un diacono, perché fosse “l’orecchio, l’occhio, il cuore,
l’anima del vescovo” per i malati e per i poveri. Era dovere dei
diaconi essere a servizio, in modo particolare “delle persone anziane
che non hanno più forza, e dei fratelli e delle sorelle malati”
(Didascalia apostolorum). Un’organizzazione capillare, dunque, che
resisteva bene anche durante le persecuzioni, quando i cristiani vivevano
alla macchia.
Un’altra constatazione storica non
priva di significato è che il
lessico, che anche ai nostri giorni indica case di accoglienza e di cura,
è stato introdotto nel linguaggio in seguito alle prime iniziative della
Chiesa: vocaboli come hospitalia (ospedali), nosocomeia (nosocomi,
quest’ultimo termine è di S. Gerolamo) indicano edifici per accogliere
malati vari (nosos = malattia, komein = curare), gestiti dalla Chiesa.
Per secoli l’esercizio della medicina rimane appannaggio dei
monaci e anche del clero secolare. Le prime scuole di medicina risalgono a
loro iniziative e conservarono a lungo l’esclusiva delle pubblicazioni
mediche. Le scuole laiche e le università che via via si formarono ad
opera dei governi, si
avvalsero dell’insegnamento di religiosi medici di fama europea.
Significativa la dislocazione dell’ospedale nel contesto urbano.
E’ storicamente accertato che, in Francia, in tutte le città
episcopali, accanto alla cattedrale e alla residenza del vescovo e dei
canonici c’era l’ospedale, che chiamavano l’Hotel Dieu, casa di Dio.
Sul portale dell’Hotel Dieu di Parigi, che si trova accanto alla
cattedrale Notre Dame, è scolpita la seguente frase: “Vieni per
essere guarito; se non puoi
essere guarito almeno per essere curato; se non puoi essere curato
almeno consolato “. La stessa frase troviamo tuttora sul portale di
un antico ospedale di Roma, il S. Giacomo. Segno di un’attenzione alla
persona del sofferente nella sua globalità: dimensione fisica (corpo), ma
anche psicologica, relazionale, spirituale, trascendente.
Ma la pastorale della salute, in questi ultimi anni, ha fatto un
significativo commino di rinnovamento, dovuto a diversi fattori culturali
e strutturali.
Processo
evolutivo della Pastorale della salute odierna
1) Un primo fattore è stato la promulgazione nel 1978 della Riforma
Sanitaria (legge n. 833/78)
Questa Riforma ha portato
a compimento un processo di socializzazione che era già in atto, e nello
stesso tempo ha comportato un notevole sviluppo dei concetti e servizi
sociali, realizzando uno spostamento di punti di riferimento, anche
culturali. Ha posto in risalto che non è più la malattia l’oggetto
primario dell’assistenza sanitaria, ma la salute: questo fatto ha
determinato uno spostamento di valori; ha messo in primo piano la medicina
preventiva e ha promosso quella riabilitativa; ha allargato l’orizzonte
dell’assistenza nella società nel suo insieme e nei suoi aspetti
patogeni.
L’apertura al territorio ha
avuto lo scopo di togliere l’ospedale dall’isolamento in cui era
rimasto fino ad allora e a trasformarlo da “ente separato” a
“servizio integrato”. Per cui i servizi sanitari sono sempre meno
concentrati entro le strutture di ricovero e cura e sempre più orientati
al territorio, per incontrare e soddisfare i bisogni sanitari della
popolazione lì dove essa vive, nel suo territorio, nei distretti
sanitari, nei quartieri, in famiglia. Ciò ha comportato un ampliamento
del cosiddetto “mondo della salute”, fino alla Riforma Sanitaria del
1978 forse ristretto specificatamente agli ospedali, che con questa legge
è venuto ad abbracciare l’intero tessuto sociale.
Così il concetto di salute si è venuto allargando. Essa è
compresa non più come semplice assenza di malattie, ma come uno stato di
equilibrio e di benessere globale, che coinvolge la dimensione corporea,
psichica e spirituale della singola persona, le relazioni interpersonali,
la salubrità dell’ambiente e così via. La salute così intesa non è
più affidata a pochi responsabili e alle Autorità politiche o sanitarie,
ai vari professionisti, ma viene concepita come compito e responsabilità
dell’intera Comunità sociale ( si veda l’art. 32 della Costituzione
italiana). Tutti sono chiamati a creare le condizioni per il suo migliore
mantenimento e per difenderla quando è minacciata. Ne consegue anche una
visione più ampia della malattia come pure della cura. Questa per essere
rispettosa della persona, deve tener conto dell’insieme delle sue
componenti: fisica, psichica, familiare e sociale, ambientale. Si afferma
sempre più il cosiddetto approccio olistico, che prende in considerazione
tutte le componenti della persona nel tempo della malattia, e il malato
stesso non è più considerato solo come oggetto delle cure e fruitore
passivo di servizi sanitari offerti dalla comunità, ma soggetto
protagonista e responsabile – se adeguatamente educato – della sua
salute e del suo stato di malattia
2)
Di fronte a tale riforma sanitaria, la Chiesa non poteva non
prendere coscienza e consapevolezza.
E’ del 1984 l’enciclica “Salvifici doloris”
di Giovanni Paolo II, espressamente dedicata ai sofferenti e al problema
della sofferenza. “ La famiglia, la scuola, le altre istituzioni
educative, anche solo per motivi umanitari, devono lavorare con
perseveranza per il risveglio e l’affinamento della sensibilità verso
il prossimo e la sua sofferenza, di cui è diventata simbolo la figura del
Samaritano evangelico. La Chiesa ovviamente deve fare lo stesso,
addentrandosi ancora più profondamente – in quanto possibile – nelle
motivazioni che Cristo ha racchiuso nella sua parabola ed in tutto il
Vangelo. L’eloquenza della parabola del buon Samaritano, come anche di
tutto il Vangelo, è in particolare questa: l’uomo deve sentirsi come
chiamato in prima persona a testimoniare l’amore nella sofferenza.
Le istituzioni sono molto importanti ed indispensabili, tuttavia, nessuna
istituzione può da sola sostituire il cuore umano, l’iniziativa umana,
quando si tratti di farsi incontro alla sofferenza dell’altro. Questo si
riferisce alla sofferenze fisiche, ma vale ancora di più se si tratta
delle molteplici sofferenze morali, e quando, prima di tutto, a soffrire e
l’anima. “ ( Giovanni Paolo II, Salvifici doloris, n. 29 )
Nel 1989 la Conferenza Episcopale Italiana con l’emanazione della
Nota “La pastorale della salute nella Chiesa
italiana” rivede il modo di porsi pastoralmente in ambito
sanitario
E’ il primo documento della Chiesa italiana che tratta in modo
breve, chiaro e organico l‘argomento salute, costituendo così
una sorta di testo-base, a cui riferirsi nella elaborazione di ogni
iniziativa pastorale.
In un mondo secolarizzato il sostantivo “pastorale” non è di
immediata comprensione. Ce ne offre un’ampia concezione il Concilio
Vaticano II nella costituzione “Gaudium et Spes” : “ Le gioie e
le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri e
soprattutto di coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le
tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo e nulla vi è di
genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore......”.
In sintesi la pastorale della salute è
presenza e azione della Chiesa finalizzata
·
ad accompagnare quanti soffrono nel corpo e nello
spirito, offrendo loro le risorse di una calda umanità, della Parola e
della grazia (preghiera, sacramenti…);
·
a sensibilizzare la gente ai problemi e bisogni di chi
soffre;
·
a promuovere e difendere la vita e la salute;
·
ad aiutare gli uomini nella ricerca di risposte ai
grandi interrogativi posti dal vivere, soffrire e morire
La pastorale della salute si svolge non solo nelle istituzioni
socio-sanitarie, ma anche nel “territorio” ( distretti
socio-sanitari, parrocchie )
Nella Nota della CEI il punto di partenza per il rinnovamento
pastorale è la presa di coscienza che il soggetto primario, per non dire
esclusivo, della pastorale della salute è la comunità cristiana
nella sua globalità, indicando la necessità di superare l’isolamento
dell’azione pastorale in ambito sanitario per inserirla nella pastorale
ordinaria
E’ la riscoperta della responsabilità di tutti i membri della
comunità di fronte ai problemi pastorali, bandendo il sistema della
delega ad alcune persone e superando ogni forma di particolarismo (cfr.
Nota della CEI, nn. 23-25)
E’ la riscoperta della ecclesiologia di comunione del Concilio
Vaticano II, con la relativa chiamata dei battezzati “ad essere,
ciascuno a modo suo, attivi e corresponsabili” (Christifideles
laici, 18 ss)
La molteplicità e la complessità dei problemi sanitari, che sono
di ordine umano, psicologico, spirituale, etico, pastorale, esigono
l’impegno di molti, non solo di alcuni, e soprattutto richiamano la
necessità di mettere in esercizio i doni e i carismi dei cristiani,
memori dell’insegnamento di S. Paolo che tutti questi doni e carismi
sono dati dallo Spirito per l’utilità comune (cfr. 1 Cor. 12,4 ss)
Soprattutto la Nota invita a rivalutare la linea evangelica e
tradizionale di mettere al centro della
pastorale l’attenzione, la cura e l’assistenza al malato,
sull’esempio del comando di Gesù Cristo.
“ Soggetto primario della pastorale della salute è la comunità
cristiana…nell’attenzione ai problemi della salute e nella cura
amorevole verso i malati; la comunità ecclesiale è coinvolta in tutte
le sue componenti…Pertanto è compito della comunità cristiana
prendere coscienza dei problemi della sanità, della grazia e della
responsabilità che riceve dal Signore nei riguardi dei malati e della
loro assistenza, offrendo loro ogni aiuto e conforto, dalla parola di Dio,
ai sacramenti e all’interessamento fraterno. “ ( Nota pastorale
CEI, “La pastorale della salute nella Chiesa italiana” nn.
23-24, 1989))
3)
A commento delle varie leggi introdotte in Italia dalla Riforma
Sanitaria del ’78 in poi, occorre dire che nel sistema sanitario attuale
i malati sono e saranno sempre più sul territorio (e quindi
nelle parrocchie) e non negli ospedali, almeno per quanto riguarda la loro
assistenza e riabilitazione.
Questo in forza di due fattori:
Circa la filosofia della sanità bisogna tener conto che
oggi si punta più alla prevenzione che alla cura della salute. La
cura è solo un segmento del processo sanitario. Poi ci sono l’aspetto
della riabilitazione e della prevenzione.
Ora in ospedale si svolge solo l’aspetto curativo, gli altri
aspetti – quello della prevenzione e soprattutto quello della
riabilitazione – si svolgono sul territorio. Questo è già un primo
fattore che ci fa intuire l’aumento dei malati sul territorio e quindi
nelle nostre comunità.
L’altro fattore . l’aziendalizzazione – conferma
questa tendenza. Gli ammalati, appena si
esaurisce la fase acuta della cura, vengono subito dimessi
dall’ospedale; questo perché il pagamento riguarda la tipologia del
malanno e non più i giorni di degenza. Perciò sono aumentati e
aumenteranno sempre più i malati che avremo nelle nostre comunità:
malati oncologici, malati in fase terminale, malati psichici, anziani
della terza e quarta età, specialmente non autosufficienti.
4)
Un altro fattore riguardante l’aumento dei malati a
domicilio è l’allungamento della vita media.
Tale
fenomeno ha consentito l’evidenziazione di malattie proprie dell’età
adulta e presenile, malattie sempre esistite, ma mascherate nella loro
evidenza, dalla presenza di una elevata mortalità in età relativamente
giovane. L’invecchiamento della popolazione ha rappresentato il
presupposto per una maggiore diffusione di quelle che vengono definite
malattie “cronico- degenerative”: le cardiopatie ischemiche, le
vasculopatie cerebrali, le malattie dismetaboliche (ad es. il diabete), i
tumori, le broncopatie croniche, la demenza senile, ecc.
Attualmente sono le malattie muscolo-scheletriche, come le artriti
e le osteoartriti (termine quest’ultimo più corretto rispetto a quello
di artrosi) che dopo i 75 anni colpiscono almeno il 75% della popolazione
e che creano notevole disabilità.
Le malattie cronico- degenerative non sono malattie totalmente
invalidanti, ma possono ridurre l’autosufficienza di una persona.
Quest’ultima è la situazione che caratterizza una persona che, pur
mantenendo naturalmente una propria parte di continuità nella condizione
di vita, di azione e di relazione, necessita di aiuto e che quindi, in
ultima istanza, dipende dagli altri.
5) Il progressivo
invecchiamento della popolazione italiana e veneziana ha aumentato
i ricoveri ospedalieri di anziani affetti da
più di una malattia contemporaneamente: disabilità, fragilità e polipatologia.
Per disabilità si intende la difficoltà o dipendenza dagli altri
nel compiere attività essenziali della vita quotidiana: Per fragilità
si intende uno stato di aumentata vulnerabilità ad eventi avversi. La polipatologia
o comorbilità è la presenza contemporanea in una stessa persona
di due o più malattie, che rende ancor più complessa la gestione
medica ed infermieristica del paziente rispetto alla semplice somma di
tutte le malattie per l’effetto moltiplicativo dell’interazione tra le
diverse malattie nel peggiorare l’evoluzione e ridurre la probabilità
di guarigione.
A fronte della complessità della cura dei pazienti anziani, che si
sono fatti maggioritari nella pratica ospedaliera, poiché casi meno
complessi per patologia e/o per età della persona vengono curati in
regime ambulatoriale o di day hospital o di day surgery, vi è scarsità
di risorse disponibili per il finanziamento della pubblica assistenza onde
evitare un’insostenibile lievitazione dei costi per il personale
sanitario. Allo stesso tempo, sono cresciute nel paziente ricoverato in
ospedale le giuste aspettative di professionalità, umanità, rapidità,
efficienza, alta specializzazione e di un ambiente di ricovero
funzionalmente adatto e confortevole. In una parola il paziente oggi
chiede una migliore “qualità” non solo della “cura”, ma anche del
“prendersi cura”.
Tutto ciò mette a dura prova l’impegno degli operatori sanitari
e la pazienza dei degenti. In un ospedale che diventa sempre più
tecnologico ed attento alle procedure ed in cui la durata delle degenze è
sempre più breve, si sente acuta la difficoltà del dialogo tra paziente
ed operatore sanitario.
Il volontariato ospedaliero può rappresentare una figura
fondamentale di intermediazione, di ascolto dei bisogni del malato e
diviene il fiore all’occhiello di un processo di umanizzazione
dell’ospedale.
L’ospedale è una macchina fragile e costosa, per cui tutti
devono averne cura. Il volontario in ospedale, in quanto non è né
paziente né operatore sanitario, è anche una testimonianza di impegno
non solo cristiano, ma anche civico e, pertanto, di coinvolgimento diretto
del cittadino nel processo di erogazione dell’assistenza. Egli a giusto
titolo può essere considerato un intermediario, garante
dell’umanizzazione dell’assistenza nei confronti dei malati. Con la
collaborazione del volontariato, occorre dunque favorire il delicato
processo di erogazione dell’assistenza sanitaria intraospedaliera,
spesso lacerata tra le opposte esigenze di terapia migliore, efficienza
dell’assistenza, aumento dei malati anziani affetti da disabilità,
fragilità e polipatologia, aumento dei costi sanitari e ottimizzazione
dell’impiego delle risorse.
6)
Un aspetto da tenere presente nella cura e assistenza al malato è
la sua globalità:
non si cura un pezzo anatomico
malato, ma una persona malata. Per cui occorre attuare uno stile di
servizio al malato che punti ad una assistenza integrale, che tenga conto
di tutte le dimensioni della persona: fisica, psicologica, familiare e
sociale, spirituale e trascendente.
Il che vuol dire che per una cura
veramente olistica, ovvero che pone attenzione a tutte le dimensioni della
persona, , si deve tener conto anche della dimensione spirituale e morale.
Quindi anche i consacrati (sacerdoti, diaconi, accoliti), , gli operatori
pastorali, con la loro opera umana e spirituale, sono responsabili
della cura dei malati.
7)
Dalla “pastorale della sanità” alla nuova “pastorale
della salute”.
Riassumendo quanto dice la Nota CEI del 1989, il
diverso modo di intendere la salute e la malattia interpella anche la
Chiesa e, dunque, la Comunità cristiana e le offre nuove opportunità di
azione. Consapevole del mandato di Cristo, e allo stesso tempo di fare la
propria parte per contribuire al bene della società, anch’essa si fa
carico dei suoi malati e collabora a risanare l’intero corpo sociale.
Come la Sanità pubblica esce progressivamente, con i nuovi orientamenti
legislativi, dagli ambiti ristretti dell’ospedale per radicarsi e
allargarsi nel territorio, là dove la gente vive e lavora, anche la
stessa azione e presenza della Chiesa accanto ai sofferenti perde la sua
limitata connotazione di “pastorale ospedaliera” e si configura come
“pastorale della salute”.
Non tutti, dentro la comunità, hanno lo stesso compito, ma tutti
hanno un’uguale dignità, gli stessi diritti e doveri; e ciascuno
è chiamato ad offrire agli altri il suo contributo specifico.
Oggi c’è già una premurosa attenzione ai sofferenti, ma
talvolta si rischia di limitarsi solo agli aspetti sacramentali,
trascurando quelli legati all’umanizzazione, all’evangelizzazione,
all’accompagnamento spirituale, alla considerazione del bene comune.
Spesso la solidarietà e il servizio agli ammalati sono ancora
delegati a gruppi o a singoli senza preoccuparsi del coinvolgimento di
tutta la comunità sotto diverso
e complementare profilo.
Si tratta allora di coordinare tutte le risorse presenti sul
territorio per costruire una pastorale d’insieme a favore dei sofferenti
presenti a domicilio.
Tali risorse non sono poche se si pensi ai ministri straordinari
dell’Eucaristia, agli operatori pastorali, ai volontari delle diverse
associazioni, ai familiari dei malati, agli stessi malati.
E’ l’intera comunità nella varietà dei suoi componenti il
soggetto protagonista della cura dei malati del proprio territorio: malati
oncologici, malati in fase terminale, malati psichici, anziani non
autosufficienti. Il progressivo diffondersi di questa consapevolezza
favorisce il passaggio da un atteggiamento di passività e di delega ad un
attivo coinvolgimento e corresponsabilità di tutti: la comunità
parrocchiale, la famiglia, i gruppi spontanei di fedeli, le associazioni
di volontariato.
Possono fiorire in tal modo iniziative di accompagnamento e di
sostegno alle persone in difficoltà, rinnovando in forme moderne la
millenaria attenzione della Comunità cristiana verso i poveri e i
sofferenti.
A livello parrocchiale o interparrocchiale non si tratta di fare
concorrenza o sostituzione all’opera medica o infermieristica, ma di
saper integrare l’azione pastorale di aiuto, sostegno, conforto con
quella sanitaria. La collaborazione va ancora più attuata se si pensa che
strettamente connessa con i malati c’è la famiglia. Se i malati saranno
più numerosi e più bisognosi di cure nel territorio, dato il processo di
deospedalizzazione in atto nel nostro Paese – come in altre parti del
mondo –, la famiglia sarà sempre più coinvolta. Si tratta allora di
capire e di far capire che il calore dell’ambiente familiare è
strumento terapeutico insostituibile e quindi bisogna educare la famiglia
a tale compito preziosissimo, come pure si tratta, specie in particolari
situazioni, di non lasciare sola le famiglia, ma sostenerla, aiutarla….
E’ un lavoro delicato e proficuo, cui la comunità cristiana non può
sottrarsi.
In questo servizio di sostegno non deve mancare anche il richiamo
alla responsabilità dei parenti nell’accompagnamento spirituale dei
malati.
L’assistenza a domicilio è la nuova sfida dell’era moderna in
campo assistenziale da accogliere con coraggio e fiducia.
Le comunità cristiane devono, dunque, fare un percorso formativo
ed operativo per aprirsi a queste nuove visioni della sanità,
privilegiando la dimensione territoriale e domiciliare.
Naturalmente l’efficacia non va ritenuta fine a se stessa, ma una
condizione da non trascurare nell’azione caritatevole. “L’efficientismo
– scrive il card. Giacomo Biffi, già arcivescovo di Bologna – non
è una virtù evangelica, ma non sta scritto da nessuna parte che
l’inefficienza sia un dono dello Spirito Santo. Senza dubbio le nostre
opere non sono gradite al Signore a misura della loro perfezione esecutiva
e del successo mondano; ma è difficile ritenere che Dio si compiaccia
dell’impreparazione, del pressapochismo, della trascuratezza “.
Le attuali condizioni della società in ambito sanitario obbligano
tutti a rivedere i metodi pastorali, a cercare ogni mezzo adeguato, a
studiare come essere veramente utili a chi è nel bisogno.
8)
Una seconda Nota della CEI, pubblicata nel 2006 “Predicate
il Vangelo e curate i malati” puntualizza questi concetti e dice
chiaramente che nel mondo sanitario oggi c’è un bisogno urgente: compiere
il passaggio dal semplice curare all’impegno del prendersi
cura. Il che significa “umanizzazione dell’assistenza
dei malati”
Per la sua valenza evangelizzatrice, l’umanizzazione
entra tra le funzioni specifiche della pastorale.“ La Chiesa ritiene
che l’umanizzazione del mondo sanitario sia un compito urgente e
perciò la include nell’ambito dell’azione pastorale, convinta della
valenza evangelizzatrice di ogni iniziativa volta ad imprimere un volto
umano all’assistenza e cura dei malati” (
Nota pastorale CEI: “Predicate il Vangelo e curate i malati “,
n. 26, 2006)
Le ragioni di tale passaggio sono: la carenza di umanità, la poca
considerazione della persona nella sua globalità, le cure frammentarie e
fortemente specializzate, la non accoglienza del sofferente nella sua
fragilità, l’impreparazione del personale ad accettare ed accompagnare
le reazioni emotive del malato e dei suoi familiari.
Sono tutte ragioni che ci fanno intuire la grande differenza che
c’è tra la cura e il prendersi cura, tra il guardare la
malattia e avere un approccio olistico con chi vive la malattia
E’ vero che bisogna sfruttare ogni strumento tecnico per togliere
il male. Ma ciò non basta. Occorre anche saper
guardare in faccia il malato, considerato nelle sue diverse
dimensioni (fisica, psichica, familiare, sociale, spirituale) e lasciarsi
coinvolgere dalla sua situazione di malato.
Una medicina che sa fare il salto dal curare al prendersi
cura deve sapersi concentrare sugli aspetti relazionali, sui metodi
psicologici, sull’empatia, sull’ascolto, sul contatto fisico, sulla
diffusione della speranza.
Le relazioni col malato sono il punto di partenza e il punto di
arrivo dell’attività diagnostica, curativa ed assistenziale sia del
medico che dell’infermiere. Queste relazioni influenzano lo stato
d’animo del malato e
quello delle persone che lo curano e lo assistono; possono provocare nei
vari casi, e indipendentemente dalla natura della malattia, gioie o
dolori, soddisfazioni o delusioni, collaborazione o dissenso, comprensione
o incomprensioni
Umanizzazione nella Sanità significa “prendersi
cura” in maniera esemplare del malato nella sua globalità in un
contesto di sempre maggiore frazionamento e specializzazione. E’
impensabile una struttura sanitaria senza umanità; sarebbe come una
religione senza fede, un matrimonio senza amore, una civiltà senza
“compassione”.
Le
comunità parrocchiali
La Nota
pastorale della CEI (2006) “Predicate il Vangelo e curate i malati
” al n. 53 definisce la comunità parrocchiale “una
comunità che accoglie e celebra”. E prosegue: “ La
continua evoluzione della sanità, sempre più articolata sul territorio,
interpella le comunità parrocchiali, chiamate a farsi carico della cura e
dell’assistenza del malati, dell’educazione dei fedeli ai valori
cristiani della vita e della loro sensibilizzazione ai problemi della
salute, della sofferenza, della morte. E’ compito soprattutto del
parroco promuovere nel tessuto vitale della comunità lo spirito della
diaconia evangelica verso i sofferenti e l’impegno per la promozione
della salute”
In particolare, con riferimento agli Accoliti, ai Ministri
Straordinari della Comunione, ai Volontari che assistono malati sia in
ospedale che a domicilio, la Nota precisa:
“ Prezioso è il dono che si può offrire ai malati e ai loro
familiari attraverso la visita sia a domicilio che nelle strutture
ospedaliere presenti nell’ambito della parrocchia. La visita ai malati e
ai loro familiari, fatta a nome della comunità, è sorgente di fraternità
e di gioia, li fa sentire membri attivi della comunità ed è segno della
vicinanza e dell’accoglienza di Dio. I visitatori possono farsi carico
in maniera efficace delle sofferenze dei malati e dei loro congiunti,
identificarne i bisogni più immediati, mediarne le esigenze. L’azione
in favore dei malati trae grande giovamento dalla presenza di adeguati
collegamenti tra la cappellania ospedaliera, il consiglio pastorale
ospedaliero e la parrocchia. Un contributo efficace all’assistenza dei
malati è offerta dal volontariato, che va promosso, sostenuto e
formato” (n. 65, )
Tali concetti erano già stati
messi a fuoco dai Vescovi italiani in un precedente documento: “ La visita
ai malati, il sostegno alle famiglie che si fanno carico di lunghe
malattie è tradizione delle nostre parrocchie: ne va assicurata la
continuità anche mediante nuove ministerialità, pur rimanendo un gesto
tipico del servizio del sacerdote” ( CEI, “Il volto
missionario delle parrocchie in un mondo che cambia”, n. 10, 2004)
Visitare significa andare a trovare qualcuno, significa
aiuto fraterno. Il dono del servizio, “più cuore nella mente e
nelle mani” come esortava S. Camillo De Lellis, significa
mettere a disposizione le proprie risorse materiali, il tempo, le
competenze per rispondere ai più svariati bisogni dei malati: “ Il
mondo dell’umana sofferenza invoca, per così dire, senza sosta un altro
mondo: quello dell’amore umano” (Salvifici doloris, n. 29).
Il Vangelo passa solo attraverso la strada della carità. Andare dal
malato, visitarlo, aiutarlo a mangiare, fare una passeggiata con lui,
occuparlo in qualche attività diversiva, svolgere dei piccoli servigi
vuol dire amarlo con un servizio concreto che è più che amarlo soltanto
con le intenzioni e il pensiero.
Linee
operative per i referenti parrocchiali
In ottemperanza
alla sollecitazione dei vescovi espressa nella Nota pastorale, “Predicate
il Vangelo e curate i malati ” al n. 65, citato
poco sopra, ai referenti parrocchiali della pastorale della salute,
collaboratori del parroco, ma non ancora presenti in tutte le parrocchie,
vengono assegnate le seguenti linee operative:
·
Promuovere l’istituzione di un gruppo di volontari
nel territorio della parrocchia che vogliano occuparsi di assistenza a
domicilio, e coordinarlo;
·
Conoscere con l’aiuto dei collaboratori volontari e
dei ministri straordinari della comunione, attraverso la stesura di una
mappa, le necessità delle persone malate o che vivono sole, presenti in
parrocchia o nelle strutture socio-sanitarie.
·
Orientare o accompagnare, con l’aiuto dei
volontari, le persone bisognose di assistenza verso i servizi
socio-sanitari già esistenti nel territorio della parrocchia o limitrofi.
·
Assistere, con la collaborazione dei volontari del
gruppo, i malati dimessi dall’ospedale che hanno bisogno di aiuto.
·
Curare, in collaborazione con i ministri straordinari
della comunione, l’assistenza spirituale dei malati in famiglia.
·
Coordinare la pastorale della salute in parrocchia,
venendo in aiuto al parroco, sia nella preparazione cultuale e culturale
della Giornata Mondiale del Malato che per altre iniziative del settore.
·
Fungere da raccordo tra la parrocchia e l’Ufficio
per la pastorale della salute
·
Partecipare al Convegno diocesano annuale ella
pastorale della salute, invitando anche altre persone sensibili alle
problematiche socio-assistenziali e di educazione alla salute.
·
Propagandare i corsi di aggiornamento indetti dalla
commissione della pastorale della salute e da altri organismi similari, e
partecipare con i propri collaboratori volontari.
L’educazione
alla tutela della salute
Il raggio
d’azione della “pastorale della salute” non si esaurisce nell’area
delle strutture di ricovero e cura e al territorio nel quale
si svolge la vita del cittadino, ma si estende anche all’educazione
alla tutela della salute, intesa come corresponsabilità,
contrastando coraggiosamente l’idolatria della salute come valore unico
e supremo. E’ questo un lavoro che si può svolgere adeguatamente solo
sul territorio presso la famiglia, la scuola, gli ambiti educativi degli
oratori, dei gruppi giovanili, delle associazioni ecclesiali, del mondo
del lavoro.
Il principio di responsabilità ci dice che ognuno di
noi è responsabile anzitutto della propria vita, che è un bene
fondamentale prioritario e conseguentemente anche della salute che suppone
la vita. Pertanto, la salute non è soltanto un diritto a ricevere cure e
assistenza, ma è prima ancora un dono da custodire e rispettare. Per il
credente la salute è dono di Dio inerente al dono sacro e inviolabile
della vita.
Da una ricerca fatta in Italia recentemente è emerso che se noi
potessimo evitare, basandoci su di uno spiccato senso di responsabilità
personale e sociale, i danni alla salute che dipendono dalle scelte
libere, per esempio quelli che provengono dalla tossicodipendenza,
dall’alcolismo, dall’inquinamento doloso e colposo dell’ambiente,
dagli infortuni sul lavoro, dagli
sperperi e disordini nel campo del divertimento, del traffico e del
libertinaggio sessuale, con le correlative cadute negative psicofisiche
individuali e le conseguenze familiari, taglieremmo forse una spesa
sanitaria tale da riequilibrare i bilanci dello Stato.
E’ compito dunque della pastorale della salute richiamare tanti
temi quali il dovere di seguire le norme del codice stradale, il falso
agonismo sportivo che porta allo spreco di tante energie preziose,
l’abuso degli alcolici e del fumo, la droga, il doping, la
sicurezza negli ambienti di lavoro con una adeguata formazione e
informazione che inducano a rispettarne norme e regole, l’inquinamento
ecologico.
Quando si parla di ambiente ecologico non si deve intendere
soltanto l’aria che respiriamo, le piante che sono necessarie e il verde
che deve rimanere nelle città, i cibi che mangiamo e le acque che
consumiamo e beviamo (legge di
Riforma sanitaria n. 21), ma anche il clima psicologico, il clima
culturale e il clima morale: l’inquinamento può ledere il bene della
persona più profondamente sul piano dei mezzi di comunicazione che
nell’eventuale scarico di un collettore di liquami.
“Educare
alla salute, educare alla vita”, tema dell’anno pastorale 2008-2009
L’11
febbraio di ogni anno, secondo il calendario liturgico, viene celebrata la
“Memoria delle apparizioni della Madonna di Lourdes”,
dichiarata nel 1992 da Giovanni Paolo II anche Giornata Mondiale del
Malato
Per la celebrazione della Giornata del 2009
la Conferenza Episcopale Italiana ha proposto il tema“
Educare alla vita, educare alla salute “ con l’intenzione di
stimolare la riflessione sul concetto che educare alla salute è anche
educare alla vita, attraverso l’impegno a promuoverla sempre.
Educare alla vita comporta riconoscere, proporre e
promuovere il senso del dono della vita umana e di conseguenza promuovere,
rispettare e valorizzare la vita dal concepimento alla morte naturale.
Educare alla salute significa promuovere il pieno e
globale sviluppo della persona, la realizzazione delle sue potenzialità;
significa educare al valore della relazione con se stessi, con gli altri e
con Dio e promuovere la cultura dell’accoglienza, il senso del
sacrificio e il valore del dono, come pure adottare stili di vita congrui,
che rispettino tutte le dimensioni della persona: fisica, psichica,
familiare e sociale, spirituale
Ma è anche educare alla ricerca del bene comune, in quanto
la salute è un bene comunitario. Ed è perciò stretto dovere di
tutta la comunità cristiana educare alla difesa dei valori
della salute e della vita ed impedire che i bisogni umani fondamentali
rimangano insoddisfatti
Lo sviluppo della tematica implica incontri di riflessione e di
dialogo, per approfondirne
gli aspetti pastorali, morali, civili, psicologici, e professionali
a livello diocesano, parrocchiale, associativo, professionale
La celebrazione della GMM vuole essere nell’intenzione del Papa e
dei Vescovi il momento di richiamo forte, la manifestazione, il punto di
arrivo e di partenza con rinnovato slancio, di un lavoro pastorale che
deve avere continuità ed impegno durante tutto l’anno. “La
celebrazione della giornata del malato – nella preparazione, nello
svolgimento e negli obiettivi – non intende ridursi ad una mera
manifestazione esteriore incentrata su pur encomiabili iniziative, ma
vuole giungere alle coscienze per renderle consapevoli – ecco il
richiamo alla dimensione etica della salute –del validissimo
contributo che il servizio umano e cristiano verso chi soffre arreca alla
migliore comprensione tra gli uomini e, conseguentemente,
all’edificazione della vera pace “ (Giovanni Paolo II,
Messaggio per la I^ Giornata Mondiale del Malato, 1992)
Benedetto XVI nel Messaggio pontificio in occasione della XVI
Giornata Mondiale del Malato (2008) si è così espresso: “ E’
importante non lasciare i malati nell’abbandono e nella solitudine
mentre si trovano ad affrontare un momento tanto delicato della loro vita.
Meritevoli sono pertanto coloro che
con pazienza e amore mettono a loro servizio competenza professionale e
calore umano. Penso ai medici, agli infermieri, agli operatori sanitari,
ai volontari, ai religiosi e alle religiose, ai sacerdoti, ai diaconi,
agli operatori pastorali che senza risparmiarsi si chinano su di essi,
come il buon Samaritano, non guardando alla loro condizione sociale, al
colore della pelle o all’appartenenza religiosa, ma solo a ciò di cui
abbisognano “.
Il 28 aprile u.s. Benedetto XVI, visitando i luoghi distrutti dal
terremoto in Abruzzo, ha affermato: “
La solidarietà, sebbene si manifesti particolarmente in
momenti di crisi, è come un fuoco nascosto sotto la cenere. La solidarietà
è un sentimento altamente civico e cristiano e misura la maturità di una
società. Non ci si può fermare all’emergenza del momento, ma ci si
deve impegnare tutti sempre per il bene comune “
Da questi brevi cenni si evince che compito della Pastorale
della Salute non è soltanto “prendersi cura” dei
sofferenti, dei loro
famigliari, degli operatori sanitari, ma anche di mettere in chiaro il
concetto che non basta impostare il concetto di salute e
l’organizzazione della sanità sulla dimensione etica, ma occorre anche
scegliere un’etica che sia
fondata sui valori, attenta ai bisogni dell’uomo e commisurata alla
dignità della persona umana e di ogni persona umana, come indica e
sintetizza il concetto di umanizzazione.
Lettera pastorale del
Patriarca di Venezia, card. Angelo Scola. Invito alla Seconda Assemblea
Ecclesiale nel contesto della Visita Pastorale (domenica 11 ottobre
2009)
Nella lettera pastorale, pubblicata di recente, il Patriarca invita
“tutte le parrocchie e tutte le aggregazioni a incontrarsi in una
assemblea (parrocchiale) e, mediante uno scambio fraterno, individuare
insieme uno dei segni giudicato meritevole di essere proposto a tutti i
fratelli e sorelle del Patriarcato…..” ( n. 3) alla Seconda
Assemblea Ecclesiale dell’11 ottobre p.v.
Gli Accoliti, i Ministri Straordinari dell’Eucaristia, i
Volontari che assistono a domicilio persone anziane sole, malati,
diversamente abili, non
potrebbero presentare una testimonianza nella propria assemblea
parrocchiale di quanto ci si “prende globalmente cura”
dei malati a domicilio, descrivendo in cosa consiste la “visita”
? Potrebbe essere
l’occasione per stilare una “mappa dei bisogni” di
assistenza nel proprio territorio ? Di verificare se esiste e quanto sia
efficiente una “rete locale per l’umanizzazione”
dell’assistenza ? Il tutto per “infondere energia di fede e
sostanza di comunione alla nostra esistenza personale e comunitaria “
( Lettera del Patriarca, n.3).
O.T. 2009