Il discorso annuale del Patriarca
http://angeloscola.it/2009/07/19/l%E2%80%99umana-sofferenza-e-lopera-del-redentore/
Lug 19, 2009
Qui il testo integrale del tradizionale Discorso del Redentore del
Patriarca di Venezia.
1. Segnati dal
dolore
Far memoria, dopo più di quattro secoli, dei benefici ricevuti dai nostri
padri, liberati dalla peste che aveva colpito la nostra città verso la
fine dell’estate del 1576, è più che mai ragionevole. Ha lo spessore
del bisogno di liberazione particolarmente sentito, quest’anno, dal
nostro popolo. In questi ultimi mesi, infatti, siamo stati ripetutamente e
duramente colpiti da eventi che ci hanno costretto a guardare in faccia la
realtà del dolore e della sofferenza. La loro presa feroce ha provocato
profondi strappi nella spessa coltre di distrazione e di evasione con cui
sovente attutiamo l’urto della realtà: dalla vicenda di Eluana Englaro,
al violento terremoto negli Abruzzi, alla recente sciagura di Viareggio…
Per non parlare delle conseguenze, a livello planetario, della crisi
economica, del tremendo carico di sofferenze e di morte causato da guerre,
terrorismo e repressione, dalle contraddizioni legate ai processi
migratori, dalle calamità spesso connesse col degrado ecologico… Ma
nessuno di questi mali morde la carne come quelli in cui ci imbattiamo
direttamente, quando il dolore e la sofferenza ci sorprendono nella
malattia e nella morte dei nostri cari e ancor più di noi stessi.
Personalmente sono stato provocato a mettere a tema del Discorso del
Redentore il dolore e la sofferenza durante la Visita Pastorale,
incontrando nelle loro case alcuni ammalati gravi o gravissimi. La
questione si è fatta per me più urgente, direi indilazionabile, a
partire dai volti, dagli sguardi e dalle parole, poche ma radicali, che mi
sono state rivolte da loro e dai loro cari.
Vorrei, ancora una volta pellegrino con veneziani ed ospiti alla luminosa
basilica palladiana, mettere questa esperienza davanti al Redentore. Il
Padre infatti, nella sua abissale gratuità, previene la nostra stessa
domanda di liberazione dal dolore «nel fatto che, mentre eravamo ancora
peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8). Per questo noi possiamo
sperare. E la “virtù bambina” della speranza - come genialmente la
definiva Péguy - ci consente di chiederGli che la morsa della sofferenza
si allenti, almeno suggerendoci come portare il nostro dolore.
2. Dolore,
sofferenza ed enigma-uomo
Nella storia dell’umana famiglia l’aggressione del dolore e della
sofferenza sembra non spegnersi mai. Incalcolabili sono le sue
manifestazioni, né si finisce di immaginarle tanto ci sorprendono, sempre
di nuovo, in forme inedite. Come tutte le realtà elementari di cui
l’uomo universalmente fa esperienza (la conoscenza, l’amore, ecc.),
anche il dolore e la sofferenza sono difficili da spiegare. Dolore e
sofferenza non sono fenomeni identici. Il dolore fisico, quando ha la
funzione di segnalare una minaccia per la vita, pur essendo
l’espressione di qualcosa di negativo, non è in sé e per sé un male.
Il male non è il dolore, ma la minaccia per la vita che il dolore
segnala. I dolori anginosi, se porteranno alla cura delle coronarie,
possono essere considerati un ingegnoso dispositivo della natura che
rivela l’esistenza di una minaccia per la vita. Il dolore fisico
trapassa in sofferenza quando diventa autonomo, perde questa sua funzione
di segnale ed indica una decurtazione della vita. Quando, ad esempio la
sordità affligge un violinista o l’artrosi paralizza un chirurgo.
Se guardiamo poi la sofferenza in quanto tale, comprendiamo che talune sue
espressioni - come la tristezza per il dolore di un amico o l’ira
suscitata da un’ingiustizia subita o il rimorso per un’ingiustizia
inferta - non sono sempre qualcosa di male, ma piuttosto una giusta
reazione al male, riflesso di autodifesa della dignità dell’uomo. Anche
la sofferenza ci appare, in questi casi, più come la conseguenza di un
male radicale che la precede che in se stessa un male. «Come il dolore è
l’esperienza nel soggetto della minaccia e della decurtazione della vita
fisica, così la sofferenza è l’esperienza nel soggetto della minaccia
e della decurtazione della vita spirituale» (Spaemann). Queste brevi
considerazioni ci consentono un primo orientamento, ma sono ben lontane
dal poter spiegare il fenomeno dolore e sofferenza. Che dire, infatti,
della sofferenza che noi infliggiamo agli altri? Come non considerare
puramente assurda la sofferenza innocente?
I “mali” (malheurs: disgrazie, sciagure, sventure, miseria ecc.),
soprattutto quando toccano l’innocente, sono il catalizzatore del
“male” multiforme che non a caso il Vangelo chiama Legione. E la morte
non ci appare forse come la quintessenza del male, «l’emblema di tutti
i disordini» (Merleau-Ponty)? E che dire del male morale (peccato)? Non
è esso in qualche modo almeno concausa dei primi due? Non c’è bisogno
di scomodare il nesso che il cristianesimo stabilisce tra morte, castigo e
redenzione per sentire l’«odore di morte» (2Cor 2,16) che emana dal
peccato di cui parla San Paolo («morte, salario del peccato», Rm 8,23).
Vogliamo qui limitarci a riflettere un poco sull’immenso travaglio di
dolore e di sofferenza che l’umanità nel suo insieme, ma sempre nella
carne dei singoli, deve sopportare.
Se - come diceva Agostino - ogni uomo in quanto tale è “una grande
domanda” (magna quaestio), al cuore della domanda-uomo sta
l’interrogativo sulla sofferenza e sul dolore.
3. “Gli
scaffali della farmacia umana”
Con questa colorita espressione Balthasar descrive i principali tentativi
umani di affrontare l’angoscioso interrogativo del dolore e della
sofferenza.
Nella sua analisi prende anzitutto in esame due categorie apparentemente
opposte, ma in realtà accomunate dallo stesso atteggiamento
rinunciatario: il “disfattismo” e la “ribellione”. Vorrei dire una
parola su queste posizioni, chiarendo subito che intendo limitarmi a
coglierne la radice antropologica senza esprimere giudizi sulle singole
persone.
Il “disfattismo” è obiettivamente alla base della tentazione del
suicidio, sia esso attuato in prima persona o “assistito”, come si
dice a proposito di talune pratiche di eutanasia. Si tratta di una vera e
propria «resa davanti ad un eccesso di sofferenza, pensando così di
liberarsene» (Balthasar). Il cuore dell’uomo percepisce immediatamente
l’estrema fragilità di tale posizione. Anche nel caso, talora
richiamato, del suicidio di certi stoici, esso resta, come diceva
Wittgenstein, «il peccato per eccellenza». Nel suicidio, quando è
compiuto in libertà e con premeditazione, non si offre la vita. La si
sottrae a se stessi. Inoltre una simile soluzione è viziata da un
esasperato individualismo che non mette in conto la sofferenza arrecata ad
altri.
La seconda posizione, la “ribellione”, è autocontraddittoria. Per
finire non identifica nessuna persona contro cui ribellarsi. Anche se di
volta in volta può chiamare in causa Dio, l’umanità o il male
radicale, in realtà si riduce ad una rivolta per la rivolta, estrema
quanto velleitaria sfida contro il dolore, nell’illusione di farlo
tacere.
Altra è la posizione di chi non si ferma sul soggetto che soffre, ma si
impegna per una riduzione progressiva del dolore nell’orizzonte di un più
generale progetto di miglioramento del mondo: un nuovo umanesimo in grado
di riconciliare l’uomo con la natura (Marx), il passaggio dal nulla
all’essere (Bloch), dalla bestialità alla vera umanità (Theilard de
Chardin). Un caso particolare è quello di Nietzsche per il quale il
dolore esalta la «natura bellicosa dell’uomo» preparando il superuomo.
Ma la battaglia contro il male, così concepita, quanta sofferenza del
singolo richiede?
Oggi però prende sempre più peso un atteggiamento molto pragmatico che
intende aggredire frontalmente il dolore e la sofferenza nel tentativo di
eliminarli. Nasce dal potere scientifico e tecnologico che, soprattutto
nel campo della medicina, sembra rendere l’uomo padrone della salute e
della vita nella convinzione che, in un futuro neppure tanto lontano, il
dolore e la sofferenza potranno essere sconfitti.
In questa prospettiva tragedie come quelle dell’Aquila e di Viareggio
diventano una pietra di inciampo (scandalo), perché svelano il permanere
di una marcata impotenza di fronte alla violenza di certi mali. Rispuntano
insicurezza, paura ed angoscia.
Del resto l’attuale ossessione salutista, che persegue solo un
indefinito benessere corporale, si scontra con l’esperienza elementare
dell’uomo «uno di anima e di corp»” (Gaudium et Spes 14). Nella
singolare unità costitutiva della persona si compendiano i vari livelli
della vita del cosmo: da quello materiale, vegetale, animale, a quello
spirituale che implica conoscenza del mondo esterno, autocoscienza,
coscienza morale fino alla libera decisione. La teoria dell’evoluzione
nelle formulazioni biologiche più avanzate, così come le neuroscienze
anche nelle ardite rivendicazioni del «cervello etico» (Gazzaniga), non
possono falsificare l’esistenza di una dimensione spirituale (anima)
costitutiva dell’articolata unità della persona.
Diventa allora astratto se non velleitario parlare di salute (e di
malattia) se non si identifica un centro dell’io, un luogo di raccordo
della dimensione psico-fisica con quella spirituale. Salute e malattia
riguardano sempre tutto l’io.
4. La
sofferenza radicale di Gesù
Nella vicenda storica dolore e sofferenza, come una tragica fenice, sempre
risorgono in forme nuove dalle loro ceneri. A tal punto che l’uomo è
tentato di chiamare Dio a discolparsi per l’esistenza del dolore nel
mondo. La tradizione cristiana, ma anche il pensiero occidentale (si pensi
a Leibniz), registrano continui tentativi di “giustificare” Dio in
proposito. Per non attribuire il male a Dio stesso o per non considerarlo
un principio originario indipendente da Dio - cioè per non compromettere
la bontà di Dio e per non limitare l’assolutezza della libertà divina
-, la dottrina tradizionale ha affermato che Dio permette il male a fin di
bene. Lo fa per provare l’uomo, per purificarlo o addirittura per far
emergere la bellezza del bene ed esprimere l’intera ricchezza del cosmo
(Agostino, Tommaso).
La tesi espressa con la categoria della “permissione del male” doveva
trovare altre strade perché le ragioni richiamate sono, a gradi diversi,
insufficienti o addirittura inaccettabili.
Così in Occidente la riflessione cristiana, in profonda solidarietà
d’intenti con il pensiero moderno e contemporaneo, è ritornata sempre
di nuovo sul problema. Fino ad introdurre, nel XX secolo, il discutibile
tema del “dolore in Dio”. Qualcuno è giunto ad affermare che la
sofferenza ha cambiato il volto della teologia: «Il partner della
teologia non è più l’incredulo, ma l’uomo che soffre, che sperimenta
concretamente la situazione di non salvezza in cui vive e prende coscienza
dell’impotenza e finitudine del suo essere» (Kasper).
Dove volgersi?
La Sacra Scrittura illumina aspetti importanti per la comprensione del
dolore del mondo (Capitoli 2 e 3 del Libro della Genesi) senza però
preoccuparsi di fornire una teoria risolutiva al riguardo. Si limita per
lo più a descrivere in vario modo l’esperienza che il credente vive
come una prova ultimamente permessa dalla bontà di Dio per la
purificazione della propria fede. «Ringraziamo il Signore, nostro Dio,
che ci mette alla prova, come ha già fatto con i nostri padri.
Ricordatevi quanto ha fatto con Abramo, quali prove ha fatto passare a
Isacco e quanto è avvenuto a Giacobbe in Mesopotamia di Siria, quando
pascolava le greggi di Làbano suo zio materno». Così il Libro di
Giuditta (8, 25-27). Anche il Nuovo Testamento, in modo più essenziale,
sostiene che Dio fa passare dal crogiolo del dolore e della sofferenza
coloro che gli stanno vicini. Così nella Prima Lettera di Pietro (1, 7),
in quella degli Ebrei (12, 6) e nell’Apocalisse (13, 19).
Ma all’uomo che sperimenta il male radicale (Kant), il male
ingiustificabile (Nabert), il male innocente (don Gnocchi) la tesi della
permissione del male da parte di Dio può bastare?
Gesù Cristo non ha elaborato alcuna teoria per spiegare l’esistenza del
dolore e della sofferenza nel mondo. Egli ha imparato «l’obbedienza
dalle cose che patì e, reso perfetto» (Eb 5,8-9) ha attuato un’opera
di redenzione in forza della quale ogni sofferenza riceve luce. Per questo
«la risposta cristiana al Mistero della sofferenza non è una
spiegazione, ma una presenza» (Cicely Saunders).
Nell’opus Dei di Gesù Cristo, il Figlio fattosi uomo per noi, Colui che
poteva non morire, morendo ha inchiodato tutto il male assumendolo
direttamente su di sé. Non ha sperimentato solamente atroci sofferenze di
ordine fisico, ma consegnandosi liberamente alla morte di croce ha fatto
un’esperienza irrepetibile di dolore morale: l’abbandono da parte del
Padre.
Il grido del Salmo 22 - «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»
(Mc 15, 34) - è quello del Figlio, cui il Padre era ben noto. Legato al
Padre nel vincolo dello Spirito, Gesù accettò tuttavia di sperimentare
nella sua persona il dolore radicale della separazione, apparentemente
definitiva, dal Suo Amore. San Paolo scrivendo ai Corinzi usa parole
estreme: «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da
peccato in nostro favore» (2Cor 5, 21). Che significa questo? Può voler
dire soltanto che Gesù fece l’esperienza del dolore e della sofferenza
più radicale: la perdita dell’Amore. Il peccato infatti separa, annulla
ogni relazione.
Si intravvede l’abisso del misterioso dialogo tra la domanda angosciata
del Figlio abbandonato sulla croce e la risposta del Padre, fatta di
silenzio. Lo Spirito Santo però, presente sul Golgota, garantisce il
simultaneo «allontanarsi silente come il silente riavvicinarsi» dei Due
(Balthasar). Ora «nel silenzio del Padre di fronte alla domanda del
Figlio si trova il luogo proprio della sofferenza». Di ogni umana
sofferenza.
Gesù ha vissuto questa esperienza liberamente - sponte, dice Sant’Anselmo
-. La Sua missione, in obbedienza alla volontà del Padre, non fu solo la
scelta della solidarietà di Dio con l’umanità sofferente, ma anche una
scelta compiuta al nostro posto. Non solo con noi, ma per noi
(sostituzione vicaria). Le sofferenze, la morte e la risurrezione di Gesù
hanno la forza di espiare tutti i peccati del mondo. Siamo di fronte al
mistero insondabile del dolore umano del Figlio di Dio, al dolore
abbracciato dalla libertà umana della Persona divina del Verbo. Niente
era più contrario all’innocenza di Gesù quanto l’espiare
(purificare, come si evince dalla sua radice etimologica ex-pius) per i
peccati che non aveva commesso, ma proprio perché è il “Puro” in
assoluto, bevendo il calice della sofferenza come antidoto della morte,
vince la morte ed il peccato in nostro favore.
Ci aiuta a comprenderlo qualche dato di esperienza: per l’uomo è
impossibile compiere imprese encomiabili di qualsiasi tipo senza una dose
elevata di sofferenza; nella vita di ogni uomo non esiste genuina fecondità
senza dolore; soprattutto, l’uomo che compie ingiustizia viene
restaurato nella sua dignità tramite l’espiazione che lo riconduce
nella verità. (Da qui scaturiscono importanti conseguenze per il sistema
penitenziario. La pena infligge una sofferenza il cui scopo non può
essere la vendetta, ma il medicinale recupero nella verità del
condannato).
Il Redentore, morendo sulla croce al nostro posto, svela tutta la fecondità
del dolore.
5. La fecondità
dell’umana sofferenza
L’opera compiuta dall’amore di Cristo non resta riservata alla sua
singolare persona. Tanto meno può essere ridotta a pura sorgente di
ammirazione. Essa ha la forza di contagiare ogni umana sofferenza per
mutarla in opera di amore e di speranza.
La sofferenza dell’uomo, investita dall’amore del Crocifisso, diventa
a sua volta feconda. Per quanti, esplicitamente o implicitamente,
aderiscono a Cristo questa prospettiva della vita piena (eterna) è già
in atto. Qui, nella storia, non unicamente nell’al di là. Lo confermano
molti uomini e donne, non solo i santi già canonizzati dalla Chiesa: la
sofferenza è in grado di mutare le sorti della storia personale e sociale
(Pastorelli di Fatima), perché partecipa della Redenzione di Gesù.
«Perché mi hai abbandonato?»: una domanda filiale che ha come risposta
il silenzio paterno. Non una domanda senza risposta, perché anche il
silenzio è una risposta. Non è forse l’esperienza preponderante che
ciascuno di noi fa di fronte alla sofferenza altrui? Il restare zitti, il
non sapere cosa dire. Orbene, tale silenzio, in maniera apparentemente
paradossale (come sempre nella fede cristiana) anziché allontanarci da
Dio ci avvicina a Lui: «La sofferenza del mondo ci unisce al cuore di
Dio. È un’illusione che “filosofeggia” supporre che la sofferenza
avviene “qui sotto”, e “lassù” sta guardando un Dio beato che non
vi prende parte. Tutti i pugni chiusi degli uomini rivolti contro il cielo
puntano nella direzione falsa. Il sofferente che grida nell’agonia, è
in Dio. Egli lo è perché il mondo intero, così come esso è, con tutto
il sangue e tutte le sue lacrime è in Cristo e detto più esattamente:
nel Cristo crocifisso (e risorto) è stato pensato e creato» (Balthasar).
Il Redentore non ha cercato di cancellare il dolore attraverso una teoria
più brillante delle altre, ma ha compiuto un’opera di totale
immedesimazione nella sofferenza, illuminandone il significato profondo:
la collaborazione alla Sua redenzione del mondo. Per quanto parlare di
espiazione delle colpe del mondo possa infastidire la nostra sensibilità
post-moderna, non possiamo negare questa realtà. Don Gnocchi, che sarà
fra poco proclamato Beato, condividendo lungo tutta la sua vita il dolore
e, soprattutto il dolore innocente - quello che più ci tenta di
ribellione contro Dio , in un celebre scritto, racconta come i suoi
mutilatini, una volta resi partecipi di questa prospettiva, trovassero
energia quasi sovrumana di sopportazione del dolore. In tal modo il dolore
da condanna diventa merito, da limite espressione di gloria
sovrabbondante, da morte risurrezione.
La sofferenza di Cristo è, quindi, inclusiva, cioè consente l’accesso
alle altre sofferenze, che possono, in unione con la sua, espiare in modo
vicario. San Paolo osa scrivere ai cristiani di Colossi: «Ora io sono
lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che,
dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne a favore del suo corpo che
è la Chiesa» (Col 1, 24).
Qualche settimana fa un padre, parlando del figlio dodicenne appena morto
in un incidente stradale, poteva dire: “Non è vero che Dio dà e
toglie; Dio dona sempre”. Qui siamo scesi in profondità, ben oltre la
tesi della pura permissione del male.
Questa consapevolezza non rinuncia all’indefesso impegno teso a
combattere la sofferenza umana, ma - come mostrano le plurisecolari opere
di carità cristiana - sprigiona una creatività non utopica.
6. Per una
cura integrale
Vorrei ora lasciarmi condurre dalla logica dell’incarnazione propria
della fede cristiana a considerare il nostro comportamento di fronte ad
alcuni casi di sofferenza estrema. Spesso, davanti a queste
situazioni-limite, ci smarriamo e sembriamo incapaci di un atteggiamento
costruttivo. Non mi riferisco innanzitutto ad una fragilità personale nel
portarle, quanto piuttosto ad una mancanza di chiarezza nel valutarle.
Sto parlando dei malati in stato vegetativo e di quelli terminali.
Sollevano questioni scottanti che sono, tra l’altro, proprio in questi
giorni, oggetto di dibattito parlamentare. Mi riferisco al Disegno di
legge sul fine-vita e a quello sulle cure palliative.
Vista nel quadro delle considerazioni svolte, l’esperienza dell’uomo
provato dalla malattia e dalla disabilità, con l’inevitabile carico di
dolore e di sofferenza, getta luce anche sull’azione terapeutica della
medicina. Questa è autentica solo se l’intervento lenitivo della
sofferenza è proposto all’interno di una visione integrale dell’uomo.
Infatti, nella salute e, specialmente, nella malattia («L’uomo nella
prosperità non comprende, è come un animale che perisce» ci rammenta
con crudezza il Salmo 48), benessere e dolore non sono separabili, come si
è visto, da una domanda di significato.
La scienza medica è chiamata a tentare con tutte le sue forze di far
regredire il più possibile i confini della malattia e della morte, senza
mai dimenticare che anche le situazioni di sofferenza estrema, e perfino
il morire, possiedono un significato obiettivo nell’economia della vita
umana.
a) Lo “stato vegetativo”
Non pare falsificabile la convinzione, maturata da molti esperti, che
quello che comunemente si chiama “stato vegetativo” non sia una
malattia, ma la più grave delle disabilità. La vita di chi si trova in
questa condizione non dipende dai sempre più sofisticati strumenti della
medicina tecnologica né da una particolare terapia medica, ma da quello
da cui noi stessi dipendiamo per vivere: l’acqua, il cibo, la
mobilizzazione, l’igiene, la relazione e un ambiente disposto a
sostenere le nostre fragilità. Lo stato vegetativo, quindi, non ha
bisogno di straordinarie apparecchiature di supporto delle funzioni
vitali, ma solo di vicariare le esigenze che il malato non è in grado di
assolvere da solo: igiene, movimenti, deglutizione (quindi alimentazione e
idratazione). Forse questa è la più misteriosa delle situazioni, di
grande difficoltà diagnostica, ed interroga molto profondamente sulla
dignità della persona umana e sul mistero del suo essere.
Le tecniche della neuroradiologia funzionale mostrano, a detta dei suoi
cultori, che la coscienza di colui che si trova in simile stato non è
affatto spenta. Inoltre gli esperti che hanno coniato il termine “stato
vegetativo” a proposito della sua presunta irreversibilità affermano
che questa categoria «non ha valore di certezza, ma è di tipo
probabilistico».
La cura della persona in questo stato è, allora, una presa in carico
semplice, a basso contenuto tecnologico, anche se ad elevato impegno umano
ed assistenziale. Pur consapevole delle forti improbabilità di ripresa,
sa accompagnare sempre il paziente, senza mai cadere negli opposti eccessi
di un accanimento o di un abbandono.
La letteratura attesta che una simile cura integrale, in taluni casi,
consente di ottenere risultati sorprendenti ed assolutamente inattesi come
il recupero stabile della coscienza e la capacità di alimentarsi per via
orale fino al rientro al domicilio.
b) I malati terminali e le cure palliative
Secondo gli esperti un “caso” assai diverso è quello dei cosiddetti
“malati terminali” (ad esempio quelli affetti da SLA). È proprio
questo l’ambito in cui si aprono gli interrogativi sui presunti
accanimenti terapeutici e sulle pratiche di eutanasia.
Visitando taluni di questi ammalati, mi è sorta una domanda: non siamo
piuttosto noi sani a chiedere la “morte degna”, mentre i malati
chiedono una vita degna anche con la malattia, una vita degna fino
all’ultimo istante, fatta di quello che caratterizza l’uomo: la
capacità di amare e di essere amati? Essi hanno il problema del non
abbandono, di qualcuno che li accompagni nel percorso di cura in tutte le
sue fasi e in tutti i suoi aspetti. Raramente ho intuito la decisiva parte
che hanno le relazioni amorose nella cura di un paziente terminale come
quando ho visto tre figli - di 8, 10 e 11 anni - accudire un padre
quarantottenne malato di SLA in grado di comunicare solo con le palpebre.
Un esempio prezioso e concreto di cosa significhi prendersi cura di questi
malati ci viene offerto dalle cure palliative.
La moderna definizione di tali cure, data dalla European Association for
Palliative Care, recita: «Le cure palliative sono la cura attiva e
globale prestata al paziente quando la malattia non risponde più alle
terapie aventi come scopo la guarigione. Il controllo del dolore e degli
altri sintomi, dei problemi psicologici, sociali e spirituali assume
importanza primaria … Le cure palliative rispettano la vita e
considerano il morire un processo naturale. Il loro scopo non è quello di
accelerare o differire la morte, ma quello di preservare la migliore
qualità della vita possibile fino alla fine». “Inguaribile”,
infatti, non è sinonimo di “incurabile”.
Questa definizione appare improntata al più grande realismo. Di essa
devono tener particolare conto i curanti, dal momento che non pochi studi
hanno mostrato che la domanda di eutanasia o suicidio assistito in
pazienti in fase terminale dipende in modo significativo
dall’atteggiamento degli operatori sanitari e dei familiari nei
confronti della vita, della malattia e soprattutto dell’ammalato.
7. Leggi
giuste
Tra i fattori che influenzano in modo sostanziale le scelte della persona
- sia perché impongono divieti e riconoscono diritti, sia perché
contribuiscono a formare una mentalità - va annoverato il contesto
normativo di un Paese. Per questo il legislatore deve riporre la massima
cura nel fare leggi oggettivamente giuste.
A proposito della Dichiarazione anticipata di trattamento (DAT), sento la
responsabilità di invitare il legislatore a garantire quei principi
irrinunciabili più volte richiamati dalla Conferenza Episcopale Italiana.
Nello stesso tempo il pronunciamento legislativo sulle cure palliative
deve essere al più presto attuato e dotato di tutti i mezzi finanziari
perché siano capillarmente praticabili nel nostro Paese.
Risorse economiche adeguate vanno investite anche nella normale terapia
del dolore.
8. «Nel
dolore lieti» (San Paolo)
Dolore e sofferenza, nel loro carattere misterioso consegnato alla libertà
di ciascuno di noi, ci hanno portato al cuore dell’amore trinitario che
si è coinvolto con questa condizione-limite dell’uomo.
In Cristo Gesù siamo resi capaci della paradossale ma umanissima
esperienza vissuta da San Paolo: «nel dolore lieti» (cfr 2Cor 6,10) e di
poter così lenire le sofferenze dei nostri fratelli uomini. Per questo ci
vuole rispetto della vita, pazienza nell’accompagnamento, ma -
soprattutto - educazione al gratuito, all’amore come dono totale di sé.
Questa è la testimonianza che da secoli i cristiani e gli uomini di buona
volontà offrono al mondo. Ieri come oggi, migliaia di persone sono vicine
ai malati, ai moribondi, agli angosciati che hanno perso tutto, ai troppi
provati dalla miseria e dalla fame. L’oceano di carità che anche nelle
nostre terre il popolo cristiano, con umiltà ed efficacia, offre a chi è
nel dolore è il riverbero di quell’eloquente silenzio che il Redentore
non smette di offrirci come credibile risposta al nostro grido di
desolazione.
Ma, soprattutto, sono l’offerta di sé e la preghiera semplice (Santo
Rosario) di quanti sono vittime del dolore di qualunque genere ad
indicarci la grande verità che la vita è fatta per essere donata e non
trattenuta: «Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita
in questo mondo, la conserverà per la vita eterna» (Gv 12, 25).
In quest’ottica l’accettazione dei mali fisici e il pentimento per il
male compiuto sono alla nostra portata. Perfino la nostra stessa morte può
essere, come supplicava Rilke, personale, se fin dal tempo della prosperità
e del benessere la si guarda come autentico dono di sé. Lo sapevano bene
i nostri vecchi, usi a recitare la preghiera dell’Apparecchio alla buona
morte.
Il mistero del dolore e della sofferenza sta inesorabile davanti a
ciascuno di noi, ma il suo valore è già fin d’ora custodito nel nucleo
incandescente dell’amore trinitario. Per affrontarli ci è stata donata,
quindi, una strada luminosa. A condizione che la libertà di ognuno di noi
li assuma quotidianamente nell’orizzonte dell’autentico amore di Dio,
degli altri e di se stesso.