EDUCARE
ALLA SALUTE, EDUCARE ALLA VITA
LUOGHI
E MODALITA’ DI PROMOZIONE DELLA
SALUTE
NELLA SOCIETA’ CONTEMPORANEA
Dott.
Massimo
Petrini, docente di bioetica
Sommario. Chi guarda oggi la pastorale
della salute potrebbe osservare che ad una notevole elaborazione teologica
non corrisponde una altrettanto vivacità nella pastorale praticata. Perché
nella pratica forse ci si pone di fronte a situazioni nuove ma ancora
fortemente influenzati da modalità storiche. Ne è la dimostrazione che
di fatto, in fondo, il primo pensiero è ancora la figura del cappellano
in ospedale per l’assistenza religiosa ai pazienti, certamente
meritoria, ma che oggi non rappresenta tutta la potenzialità della
pastorale della salute.
Pastorale della salute
dalle caratteristiche della missionarietà.
La pastorale
della salute non può accostarsi alle altre pastorali, ma in senso più in
generale, dispone dei mezzi per fare da sfondo alla pastorale della
Chiesa.
Il desiderio di salute è in fondo un barlume, una anticipazione
della salvezza, la salute nella accezione di pienezza. Ora alla luce di
queste parole esistono i “sani” ? Cioè esiste qualcuno per il quale
il messaggio di Gesù, se ascoltato, non arreca guarigione e speranza ?
Il documento “La pastorale della salute nella Chiesa italiana” della Consulta
nazionale della CEI per la pastorale sanitaria, già nel 1989, afferma che
la pastorale della salute può essere descritta “come la presenza e l’azione ella chiesa per recare la luce e la grazia
del Signore a coloro che soffrono e a quanti ne prendono cura”. Ma
il documento afferma ancora che “non
viene rivolta solo ai malati, ma anche ai sani, ispirando una cultura più
sensibile alla sofferenza, all’emarginazione, ai valori della vita e
della salute “ (n. 19)
La pastorale della salute deve avere caratteristiche di
missionarietà, in una società multiculturale e sempre più
multireligiosa. Missionarietà perché si deve portare un annuncio di
salute/salvezza in un ambito sociosanitario prettamente dedicato con
metodologie “terrene” a patologie “terrene”, ma anche in una
società che vede l’affievolirsi delle evidenze etiche e, il
soggettivismo delle coscienze, unitamente al confronto con il pluralismo
culturale ed etico e quindi al rischio di non poter più fare riferimento
a un ethos condiviso, soprattutto in ordine alle grandi domande
esistenziali, riferite al senso del nascere, del vivere e del morire (Nota
pastorale “Predicate il vangelo e
curate i malati”, n. 16)
E teniamo presente che molte risposte etiche della Chiesa sono
anche presentare dalla grande stampa in maniera distorta. Ora tutti coloro
che lavorano nelle istituzioni assistenziali, con qualche qualifica
professionale, possono essere adepti di questa cultura e provenire da una
formazione esclusivamente tecnica con scarsa attenzione alla persona
dell’assistito.
La
figura del cappellano ospedaliero.
Seguendo la tradizione, allora, vediamo in primis la figura del
cappellano ospedaliero. Deve essere sempre più in professionista come le
altre figure professionali sociosanitarie. La sua professionalità è data
dall’assistenza spirituale, che accanto a quella psicologica e clinica
costituiscono la modalità per quell’assistenza olistica da tutti oggi
ritenuta indispensabile. Questa dovrebbe essere la motivazione
fondamentale. Il dato assistenziale, un dato scientifico, un dato
obiettivo. E che un domani dovrebbe operare accanto ad operatori pastorali
di altre religioni o confessioni cristiane, che possiamo già ipotizzare
almeno dell’Islam e dell’Ortodossia, considerati i flussi migratori.
Il
cappellano e la convivenza con le situazioni di sofferenza.
Un professionista capace di colloquiare a pieno titolo con le
componenti sanitarie e attore di quella “umanizzazione dell’assistenza” tanto invocata. I suoi
“pazienti” infatti dovrebbero essere non solo gli “ospiti”
dell’istituzione, ma anche i familiari e gli stessi operatori
professionisti.
L’assistenza è vista tradizionalmente tra operatori “sani”
che assistono “persone malate”. Ma è così veramente ?. Ma è tutto
vero come appare ?. Ignorare problematiche psicologiche e spirituali
non significa che queste non esistano. Accanto alle
problematiche personali, la convivenza quotidiana con le situazioni di
dolore, di sofferenza può suscitare nell’operatore professionale
numerosi e ambivalenti sentimenti di compassione e di pietà generati
dalla sofferenza dell’altro, possiamo trovare anche sentimenti di
repulsione, paura, rabbia, ansia, evocati per esempio dalle grida
strazianti o dai lamenti incessanti. In questa prospettiva l’operatore
professionale è veramente “sano”, tenuto conto che una stessa umanità
contraddistingue il medico e il paziente ?
Questa situazione umana comporta limiti derivanti dalla stessa
natura umana, condivisa sia dall’operatore che dal paziente, e pone
ambedue su di un piano di uguaglianza. Una assistenza allora che è più
realistico definire un incontro di umanità ferite. Anche per
l’operatore medico, infermieristico, tecnico esiste la possibilità di
ammalarsi, anche l’operatore ha
la certezza di morte, anche l’operatore può aver paura della propria
malattia, della propria disabilità, della propria morte. Ma ancora, la
salute non è solo assenza di malattia. Essere in salute significa essere
in armonia con se stessi, con gli altri e con l’ambiente: sia
l’ambiente naturale, sia quello socio-culturale, e non certamente per
ultimo, per molti è anche un buon rapporto con il Trascendente.
Uno stato di salute che è momentaneo, che si perde e si riacquista
nel corso della vita quotidiana. Ma ancora, quali esperienze di malattia,
di disabilità, di vecchiaia, di morte hanno segnato l’esperienza
personale dell’operatore ? Ma ancora, che significato dà l’operatore
alla sofferenza che incontra quotidianamente in un bambino ?, in un
anziano, in un morente ?
E in senso più generale, che risposte si danno a domande quali:
“ Ha un senso questa sofferenza umana ?” Ecco, allora, una seconda
domanda assistenziale, dopo quella del’ospite e dei suoi familiari, che
interpella il cappellano, perché il livello assistenziale dipende da
questa considerazione. Una sofferenza che imprigiona e condiziona il
paziente, che molte volte però ha la prospettiva di uscirne, mentre per
l’operatore professionale costituisce lo sfondo quotidiano della sua
vita professionale.
La riscoperta del senso della sofferenza e della morte è
condizione indispensabile per avviare e sviluppare la vera cultura della
vita. In questa luce diventa più facile respingere ogni forma di
emarginazione, disattenzione, rifiuto e uccisione di chi vive o si prevede
venire alla luce una situazione di sofferenza o di malattia. (CEI, Evangelizzazione
e cultura della vita umana, n. 35)
Gli operatori professionali dovrebbero essere i primo collaboratori
del cappellano, almeno segnalando pazienti e famigliari più bisognosi di
assistenza spirituale. Occorre essere realisti, se in un ospedale i media
grandezza c’è un solo cappellano dovrà operare alle scelte di reparto,
di paziente, in attesa di realizzare la cappellania.
Il mondo sanitario
percorso da contraddizioni.
D’altra parte lo stesso
mondo sanitario è malato. E’ percorso da tensioni,
contraddizioni, dall’ambivalenza delle azioni umane, cosicché questo
stesso mondo può diventare un esempio di divisioni sociali, delle cause
che le determinano e delle conseguenze che ne derivano. E’ in questi
ambiti, ad esempio, che i rapporti fra medici, infermieri e altri
professionisti sanitari possono assumere le tinte di una lotta di classe,
con evidenti ripercussioni sulla umanità sofferente assistita.
D’altra parte è evidente che la “professione” è di
fondamentale rilevanza per la caratterizzazione
del laicato, perché è prima di tutto attraverso i lavoro che l’uomo e
la donna si inseriscono nella società e nella storia, ma nelle
professioni sanitarie “ La formazione non può limitarsi a
rimediare alla ignoranza cognitiva, ma deve puntare a far maturare
atteggiamenti che tocchino tutte le dimensioni della persona. Ne deriva
che, nel processo formativo, spiritualità e professionalità vanno
perseguiti con grande attenzione e intensità “ (CEI- Predicate
il vangelo e curate i malati” n. 69)
Il
cappellano difensore della vita umana. Ma ancora, il
cappellano dovrà essere anche il difensore della vita umana, un
operatore bioetico clinico, un membro del comitato etico, ricordando che
si può fare bioetica solo dopo una evangelizzazione e una catechesi sulla
dignità della persona umana. Anche
l’assistenza religiosa fa parte dell’orchestrazione delle cure di
tutta la struttura sanitaria e non può pertanto isolarsi in un proprio
mondo, impermeabile ai progetti ed iniziative prettamente sanitarie e
terapeutiche. Ciò esige capacità di collaborazione interdisciplinare, di
dialogo, di accoglienza delle altri proposte; significa anche dover
apprendere, ricevere e non solo dare (A. Brusco, “Il Cappellano nel
modo della salute”, “Anime e corpi” n. 124 (1986) ,pp. 176-177)
Elevata
professionalità non ostacolo alla spiritualità.
Si
sottolinea così la necessità di una elevata professionalità tale da
essere considerata accanto alle professioni sanitarie, che non deve essere
considerata un ostacolo alla spiritualità. Già oggi si svolge il
ministero con professionalità, ma qui si intende una professionalità
“riconosciuta”, quella laicamente intesa, quella degli altri operatori
sanitari, legata anche ai titoli di studio. Occorre partire dal
presupposto che la competenza pastorale ingloba sia la professionalità
sia la spiritualità. Si può pensare che per avere un incarico pastorale
in una istituzione assistenziale sia necessario un titolo di studio
coerente ? Ne deriva di conseguenza il problema di una comune e
stabilita formazione e dei requisiti richiesti,
per cui può essere il Camillianum l’università del cappellano,
considerato che occorre “promuovere una maggiore organicità e
progettualità pastorale sanitaria, anche mediante specifici itinerari
formativi” (“Predicate l
Vangelo e curate i malati” n. 69)
Un esame obbiettivo però deve anche tener conto dell’ambito del
lavoro in ospedale. Un ospedale che oggi ha ridotto e tende a ridurre la
durata della degenza con un frequentissimo ricambio di persone, che ospita
generalmente persone di età media geriatrica con patologie acute, e che
non costituisce più il centro del mondo assistenziale, ma piuttosto, un
elemento della rete assistenziale.
Case
di Riposo, Residenze Sanitarie Assistenziali, Hospice.
Da
qui l’importanza sempre più crescente delle Case di Riposo, delle
Residenze Sanitarie Assistenziali, degli Hospice. Da qui la necessità di
una pastorale sempre più diretta a persone anziane, con una alta
percentuale di persone affette da demenza, e a persone nella fase
terminale della malattia.
Ma ancora le istituzioni per le persone disabili. Da qui una
pastorale differenziata, in luoghi ove non si può parlare di guarigione
fisica, ove sono particolari le situazioni spirituali degli ospiti, ma
anche degli operatori sanitari. Lavorare sempre in ambito geriatrico e con
pazienti nella fase terminale della malattia pone ulteriori problematiche
spirituali e domande di significato, accanto a particolari problemi etici.
Un ambito dove cambia anche il significato dei concetti: pensiamo alla
guarigioni qui intesa come la capacità delle persone – intesa come
forza psicologica e la fede – di gestire la propria situazione, senza
essere schiacciati dalla situazione di sofferenza e di disgregazione della
corporeità. Risanato in senso cristiano, non è chi raggiunge la
guarigione del corpo, anche se questa, rientra tra gli obbiettivi della
terapia cristiana. Ma chi è in grado di riconquistarsi la “forza di
essere uomo”, “la forza di essere donna”, cioè la forza di
affrontare e gestire la situazione di vita minacciata dalla sofferenza,
dalla disabilità, dalla morte
Il leader della
cappellania.
Ma
il cappellano deve essere il leader nella cappellania, un animatore
spirituale della cappellania, che nei vari stati di vita che la
compongono, è l’emblema della pastorale della Chiesa.
Una opportunità cui il cappellano è chiamato ad aprirsi è
infatti costituita dalla cappellania ospedaliera, di cui già si parlava
nel documento della Consulta CEI “la
pastorale della salute nella Chiesa
italiana” del 1989, ma è stata generalmente utilizzata ? Eppure si
è affermato che è certamente
più ecclesiale portare l’aiuto dell’evangelizzazione, della grazia
sacramentale, della carità cristiana, del fatto redentivo ai pazienti
attraverso sacerdoti, diaconi, religiosi/e, laici che non attraverso il
solo cappellano. Si è affermato che, se anche i sacerdoti non mancassero,
si dovrebbe preferire questa formula a quella che vede solo i cappellani
operare in ospedale.
D’altra parte il dato stesso offre una singolare conferma. In
nessun altro campo pastorale, come quello della sanità e della salute, i
tre stati – presbiterale, religioso e laicale – sono stati
costantemente a fianco come nell’apostolato al servizio di chi soffre.
(Pontificia Commissione per la pastorale degli operatori sanitari.
I Laici nel mondo della sofferenza e della salute. – Roma 1987, p.
30)
La
Cappellania richiede una formazione pastorale specifica.
Per l’inserimento,
poi, dei religiosi e dei laici nella cappellania si dovrebbe richiedere
una formazione pastorale specifica. Religiosi e laici che sono uomini e
donne. In molti casi e settori, la presenza dell’elemento femminile
contribuisce a rendere più umano l’approccio pastorale. Se l’attività
della Chiesa nel settore della sanità manifesta la tenerezza di Dio verso
l’umanità sofferente, la presenza o meno della donna non è
indifferente. una Chiesa che si esprima solo al maschile rischia di essere
un segno opaco di tenerezza, dote e prerogativa del sesso femminile.
Pertanto, Cappellano ospedaliero competente è colui che sa
abbinare ad una autentica vita dello Spirito, un’accurata preparazione
umanistica e teologica, una valida capacità tecnica nella comunicazione e
nell’organizzazione. Sulla base di questa consapevolezza, si possono
innanzitutto evitare pericolose dicotomie, valorizzando in modo indebito
la sola spiritualità o la sola formazione umana specializzata. (Brusco
A,, Sandrin L., Il Cappellano
d’Ospedale. Disagi e nuove opportunità. Camilliane – Torino 1993,
p. 113.)
I luoghi della pastorale
della salute
Sono anche i seminari e le facoltà teologiche, se è vero che
occorre tener presente “ la necessità di tenere in evidenza e in onore, nell’odierna impegno
pastorale, la sofferenza che proviene dalla malattia e che nasce anche dal
fatto che la mentalità dominante ai nostri giorni tende ad emarginarla
nella vita sociale e quasi a censurarne il ricordo. Mentre non c’è
nella malattia nulla di fortuito o di marginale: essa è un passaggio
obbligato sulla strada di tutti. E’
indispensabile perciò che tutti abbiano a meditare sul suo senso nel
disegno di Dio, sul suo valore cristiano e sull’importanza che la sua
intrinseca preziosità abbia ad essere effettivamente messa a frutto entro
la comunità ecclesiale” ( Biffi G., “I malati nella comunità
ecclesiale” EDB. Bologna 1987, n. 4)
La preparazione al
diaconato.
Così anche nella preparazione al diaconato. Così nella preparazione
degli operatori pastorali, dediti ai vari compiti. Una pastorale
organica della salute richiede anche un collegamento con la pastorale
territoriale, delle diocesi e delle singole parrocchie. Nell’attuale
momento culturale si pone primariamente un primo obbiettivo pastorale: la
sofferenza deve ridiventare significativa, deve cioè ritornare ad avere
un suo ruolo, un suo senso, nella vita dell’uomo. A partire dalla
famiglia, dalla scuola, dalla parrocchia occorre un’azione educativa e
catechetica, che veda la sofferenza non come una disgrazia ma come un
tempo da vivere, anche se questo può provare drammaticamente la persona e
renderla più bisognosa di aiuto. Occorre riaffermare il valore
della prova della sofferenza, della fatica, dell’impegno che accompagna
il valore sacro della vita.
Attraverso questo servizio della Chiesa gli uomini devono essere
portati a capire meglio che cosa è la salute pienamente umana, a imparare
e a procurare la salute, ma anche a scoprire un senso più profondo della
malattia: a guarire quanto può essere guarito e ad accettare
l’insanabile, perché anche questo è parte di una “salute umana
piena”. Ma quale salute ? Una salute che comprende anche la salvezza. La
Salvezza è un concetto più grande della salute e compenetra la vita
umana nei suoi momenti più gioiosi, ma anche nei momenti più deboli
La
parrocchia
Vita parrocchiale e
pastorale della salute. La
parrocchia riveste una funzione di visibilità elementare del
cristianesimo che non riguarda i soli praticanti, anche se essa si basa
anzitutto su di loro. Essa è un punto di riferimento locale visibile per
i cristiani e i non cristiani, aprendo la possibilità di una vita di
relazione e di legami con i diversi gruppi sociali che abitano quel
territorio. Essa è un punto
di riferimento di memoria e di stabilità in un mondo in cui si è molto
sviluppata la mobilità degli individui e si è rarefatta la trama del
sacro. Essa è un luogo di accoglienza e di prossimità per le domande di
celebrazione che provengono dai singoli o da famiglie la cui situazione
religiosa è molto varia.
La pastorale della salute è al centro della vita parrocchiale ? Attenzione, non è che tutti debbano
preoccuparsi di agire in questo ambito, ma qui si vuole intendere è al
centro dell’attività evangelizzatrice parrocchiale la sensibilità e
l’attenzione alle situazioni di sofferenza ? Questo non vuol dire,
ripeto, che tutti dovrebbero preoccuparsi di agire praticamente perché anche
qui dovrebbe esserci una selezione e una formazione specifica per chi si
occupa della pastorale della salute, anche qui con criteri di selezione di
studi, che dovrebbero rifarsi a modelli condivisi nelle varie diocesi.
C’è necessità di nuovi ministeri ? Non credo, forse è necessario formare meglio gli attuali ministri straordinari
dell’Eucarestia, i diaconi, i volontari per un vero e proprio ministero
della consolazione.
Ma nella realtà non c’è solo la sofferenza della malattia e
della morte, c’è anche la sofferenza dei bambini al catechismo con
genitori separati, c’è quella degli anziani soli, c’è quella dei
sacerdoti anziani che molte volte non si sanno “utilizzare”, in un
modo ecclesiale che, come quello civile, sembra ammantato di
“giovanilismo, a dispetto dei dati anagrafici.
La parrocchia istituto
educativo.
Ma ancora la parrocchia dovrebbe essere anche un
istituto educativo per un corretto concetto di salute, al di là
della medicina dei desideri, con una attenzione alla corporeità e alla
sessualità – è qui che comincia la prevenzione dell’aborto – con
una educazione alla comprensione della disabilità come riconoscimento
esistenziale specialmente nei riguardi della popolazione giovanile.
Anche per la parrocchia si deve notare che generalmente sono
cambiati anche i parrocchiani. Specie nelle città, con i mutamenti
demografici intervenuti, in molte parrocchie è frequente un’alta
percentuale di persone anziane, oggi realisticamente definite così quelle
almeno settantacinquenni. Per queste persone sono previste occasioni e
momenti qualificanti di aiuto spirituale in tempi e modi coerenti ?
L’insignificanza dei vissuti esistenziali che caratterizza il nostro
tempo, depotenzia la capacità di “dare senso” al tempo della malattia
cronica e inguaribile, della decadenza di una vecchiaia sempre più
prolungata.
Il
significato dei funerali.
Nello
stesso tempo è necessario curare meglio le occasioni nelle quali si rende
più evidente il dolore umano come i funerali sia per la partecipazione
popolare che ancora li connota sia perché
più evidente appare qui la fragilità della vita umana e il bisogno
personale di salvezza. In queste celebrazioni si comunica sempre un senso
di speranza ai superstiti ? Recentemente ci si è chiesti: “ e se
imparassimo a fare dell’omelia funebre, che molto spesso raccoglie in
chiesa persone credenti e non, praticanti o meno, una vera meditazione sui
nuovissimi, e sulla comprensione di quella pasqua personale che sta in
quel momento avvenendo ? Se avesse maggiore spazio l’annuncio della
misericordia che perdona, perché sa leggere fino in fondo il cuore di
ciascuno là dove nessun uomo può giungere ? Certo, è anche giusto
mettere in evidenza il bene che, comunque, la vita del defunto ha
evidenziato, ma come espressione dell’amore e dei doni di Dio messi come
talenti al servizio degli altri (e, si può, certo, trovare in tutti ).
Non è molto meglio essere provocati dall’annuncio concreto della
salvezza in cui essa prende corpo definitivo per un nostro fratello o
sorella ?
Dopo questa citazione,
possiamo ancora chiederci: la parrocchia offre sempre dei gruppi
di aiuto per le persone in lutto ?
Ma ulteriori esigenze
interpellano la parrocchia. Ancora oggi la famiglia riesce ad essere
soggetto assistenziale e molti sofferenti sono al proprio domicilio. Da
qui la necessità di una pastorale della salute che aiuti questi malati ma
anche i familiari, spesso oppressi dalle necessità assistenziali e
logorati da una assistenza, ancora più dolorosa, perché non avrà esito
di guarigione.
I
cimiteri e la tumulazione dei defunti.
Mi
si consenta un’ulteriore sottolineatura per quanto riguarda
cimiteri. Negli ultimi anni, specie nelle grandi città, la cultura
della sepoltura ha subito mutamenti decisivi: sempre più spesso la
tumulazione dei defunti avviene in gran silenzio, con la sola
partecipazione dei congiunti più stretti, in tempi successivi al
funerale, e la partecipazione della Chiesa e dei suoi ministri perde
importanza. Il loro posto viene preso dalle imprese funebri. Afferma
infatti il documento della Conferenza Episcopale Tedesca”Cura
dei morti e dei parenti in lutto” che la sepoltura diventa così
un atto burocratico senza una presenza religiosa, anche se
l’amministrare i sacramentali, presiedere ai riti funebri e di sepoltura
è espressamente indicato tra i compiti del diaconato permanente. Ne
deriva che il cimitero può rappresentare un luogo primario
dell’esercizio di questo ministero. Più di altri ambiti pastorali,
forse, è però necessario prendere una specifica competenza teologica e
delle scienze umane, accompagnata da specifiche attitudini personali,
mirate ad aiutare le persone in un momento di sofferenza di un processo di
addio, nelle sue varie forme. Mi fermo a questa sottolineatura, però se
si vuole che nell’attuale società secolarizzata il cimitero conservi la
sua importanza di luogo dell’annuncio della fede cristiana, è
necessario e irrinunciabile che la comunità cristiana riconsideri il
cimitero, oggi forse di competenza solo dell’Autorità civile. Da luogo
altamente spirituale, quando era indissolubilmente legato alla Chiesa, il
cimitero laicizzato sembra divenuto un luogo eminente della razionalità
amministrativa.
La
comunicazione
Salute/salvezza
nell’esperienza umana
In un mondo dominato dalla comunicazione, riusciamo
a trasmettere un messaggio corretto della salute/salvezza in una tensione
escatologica ? O siamo ossequienti alla concezione attuale cristiana più
generale, dove la salute è “star bene qui e ora”, mentre la salvezza
è una pura speranza escatologica.? E’ avvenuta così la scissione tra
“salute” e “salvezza” e la nascita di una nuova struttura
dell’esperienza in virtù della quale oggi si considera separatamente,
in linea di massima, le due dimensioni e se ne affida il governo a due
distinte caste (i medici e i preti), a due opposte visioni del mondo (la
scienza e la fede). La salute al medico e la salvezza al sacerdote. Eppure
il termine “salvezza” assomma nel vocabolario umano tutte le
aspirazioni dell’uomo e della donna a conservare e migliorare la
condizione esistenziale in cui si trova. Rimanda variamente a uno stato di
limite, di carenza, di paura, di alienazione, di lontananza, di
solitudine, di dolore del quale si prospetta e si invoca il superamento e
la cancellazione in una condizione di libertà, pienezza, comunione e
pace. Salvezza, perciò, connessa con la speranza e l’attesa, che sono
strutture vitali per l’uomo. Quella
salvezza connessa anche con la speranza di rivedere i propri defunti, che
aiuta tanto ancora le persone in lutto e i morenti. Sono loro che ce lo
dicono: “ mi aspetta mio marito, mi aspetta mio figlio/a”. E’ con
questa concettualizzazione che spesso muoiono molte persone anziane
Ancora, nell’ambito della comunicazione, quale messaggio è
dominante ? Etico o evangelizzatore ?
La
sofferenza sulle radio e nelle Tv cattoliche.
Nelle radio e televisioni cattoliche
si parla della sofferenza alla luce della moderna pastorale della salute o
si è ancora al “dolorismo” ? Si usano tutte le possibilità
comunicative ? Si può pensare ad un corso di pastorale della salute,
magari per via televisiva, con un paio di raduni degli studenti in due o
tre giorni nel corso dell’anno di studio, con tesine ed esami ?
Oggi si è molto legati alle immagini. Negli ospedali si potrebbe
invitare gli ammalati a proiezioni, a carattere pastorale, certo
nell’ambito di un programma più generale che preveda anche occasioni di
tipo ricreativo. Io credo che specialmente nelle residenze assistenziali
per anziani e nelle parrocchie queste occasioni potrebbero essere
importanti, considerate anche le possibili difficoltà della comunicazione
verbale e la diminuzione dei tempi di attenzione in età molto anziana. Ma
prestiamo attenzione ad una fascia che rappresenta oggi già il 16% della
popolazione o siamo orientati, anche inconsciamente, di prendere atto dei
cambiamenti demografici intervenuti ?
Ancora, nell’ambito della comunicazione è possibile pensare ad
una iniziativa informativa delle varie iniziative pastorali in Italia,
magari appoggiandosi ad una pubblicazione già esistente, un bollettino
agile che però abbia il senso della unificazione, del coordinamento,
sotto l’egida dell’ufficio della CEI.
Integrazione
pastorale fra diversi soggetti ecclesiali.
Una strada da percorrere, come hanno
ricordato i Vescovi italiani, è quella dell’integrazione pastorale fra
i diversi soggetti ecclesiali. Una pastorale integrata non può essere il
risultato di “un’operazione di pura ingegneria ecclesiastica , ma il
frutto di un reciproco processo di convergenza e di reciprocità” che si
manifesta in modi diversi, che vanno dalle mille occasioni che permettono
la conoscenza e l’incontro fraterno, al diffondersi di momenti
strutturati di confronto e di collaborazione. Solo mettendo insieme le
diverse prospettive si può percepire la complessa domanda di guarigione
che viene dalle persone che soffrono e sintonizzare le diverse azioni per
prendersi cura della loro speranza
L’evento
di Emmaus come modello pastorale.
In conclusione possiamo esprimere iconograficamente
la pastorale della salute leggendo l’evento di Emmaus (Lc 24, 13-50)
come il modello iconografico di un intervento pastorale e di un processo
di guarigione spirituale. In questo evento, un tipico evento di sofferenza
derivante dalla perdita di ogni speranza, si possono leggere queste
azioni:
·
L’attenzione
ad una situazione di sofferenza. Gesù è attento
alla situazione di sofferenza di “ due che erano in cammino per un
villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus e
conversavano di tutto quello che era accaduto”,
·
Approccio
a questa situazione di sofferenza: mentre discorrevano
e discutevano insieme, Gesù in persona si accosta e cammina con loro;
·
L’ascolto
e la condivisione di questa situazione: dopo il silenzio
dell’approccio chiede la causa dello loro sofferenza;
·
L’offerta
della lettura di questa situazione alla luce della
Parola di Dio;
·
La
guarigione: ed ecco si aprono loro gli occhi e lo
riconoscono;
·
La
scomparsa di Gesù: l’operatore pastorale ha offerto il
suo aiuto, ma gli assistiti devono riprendere autonomamente il loro
cammino nella vita.
E’ certamente una esegesi forzata del brano biblico, e certamente
gli interventi umani non avranno sempre il risultato di guarigione, ma può
suggerire alcune modalità di intervento, a cominciare dal silenzio
iniziale che, come leggiamo nell’approccio degli amici di Giobbe, può
essere il primo atteggiamento di fronte al mistero della umana sofferenza.