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EDUCARE
ALLA SALUTE, EDUCARE ALLA VITA
LE
CURE PALLIATIVE
E
LA TERAPIA
DEL DOLORE
Dr. Franco De Conno, oncologo
“L’umana sofferenza e
l’opera del Redentore” è stato il tema trattato dal Patriarca
di Venezia card. Angelo Scola nel suo “Discorso
del Redentore”, pronunciato il 19 luglio 2009 in occasione della
festa religiosa veneziana, memoria
della grazia ricevuta con la cessazione della peste del 1576 che nella
città lagunare aveva falcidiato 50.000 persone.
Nel
Discorso, tra l’altro, vengono
prese in considerazione due situazioni: lo “stato vegetativo” e “i
malati terminali e le cure palliative”. Il Patriarca cita la moderna
definizione di tali cure, data dall’Europian Association for Palliative
Care. “ Le cure palliative sono la
cura attiva e globale prestata al paziente quando la malattia non risponde
più alle terapie aventi come scopo la guarigione. Il controllo del dolore
e degli altri sintomi, dei problemi psicologici, sociali e spirituali
assume importanza primaria… Le cure palliative rispettano la vita e
considerano il morire un processo naturale. Il loro scopo non è quello di
accelerare o differire la morte, ma quello di preservare la migliore
qualità della vita possibile fino alla fine” “Inguaribile”,
infatti, non è sinonimo di “incurabile”.
“Questa definizione – prosegue il Patriarca – appare improntata al
più grande realismo. Di essa
devono tener conto i curanti, dal momento che non pochi studi hanno
dimostrato che la domanda di eutanasia o suicidio assistito in pazienti in
fase terminale dipende in modo significativo dall’atteggiamento degli
operatori sanitari e dei familiari nei confronti della vita, della
malattia e soprattutto dell’ammalato.”
Cecily Saunders, una dottoressa anglicana
fondatrice del “Movimento degli hospices” in Inghilterra, affermò che
la domanda “fatemi morire”
dell’ammalato terminale contiene implicitamente un altro tipo di
richiesta che in realtà è una invocazione di aiuto: “occupatevi
di me e alleviate le mie sofferenze”. Quando questo aiuto viene
effettivamente dato, la richiesta di eutanasia non è ripetuta.
LE CURE PALLIATIVE
Le
cure palliative possono essere definite come "il
trattamento del paziente affetto da patologie evolutive ed irreversibili,
attraverso il controllo dei suoi sintomi e delle alterazioni psicofisiche,
più della patologia che ne è la causa". Lo scopo principale
delle cure palliative è quello di migliorare anzitutto la qualità di vita piuttosto
che la sopravvivenza, assicurando
ai pazienti e alle loro famiglie un’assistenza continua e globale
(Ventafridda, 1990).
L’indiscutibile
progresso ottenuto dalla medicina sia in campo diagnostico che terapeutico
ha condotto ad una serie di conquiste un tempo considerate irrealizzabili,
ma questo estremo tecnicismo mal si adatta alla cura del paziente
terminale.
La peculiarità della
medicina palliativa è il nuovo approccio culturale al problema della
morte, considerata non più come l’antagonista da combattere ma
accettata a priori come evento inevitabile. Da questa premessa teorica
nasce una pratica clinica che pone al centro dell’attenzione non più la
malattia, ma il malato nella sua globalità (Corli, 1988).
La consapevolezza della
morte induce un’attenzione più acuta alla qualità della vita ed alla
sofferenza di chi sta per morire. Come riporta Spinsanti "la medicina delle cure palliative è e rimane un servizio alla salute.
Non dunque una medicina per morente e per aiutare a morire, ma una
medicina per l’uomo, che rimane un vivente fino alla morte" (Spinsanti,
1988).
Alla base di questa
filosofia resta sempre “l’umanizzazione della cura e dell’assistenza”, ovvero il
rispetto dell’essere umano sofferente, l’attenzione al dettaglio, a
tutto quello che si può e si deve fare quando "non c’è più niente da fare": l’attenzione alla vita del
paziente, anche se brevissima, privilegiandone gli aspetti qualitativi e
arricchendo ogni suo istante di significati e di senso; la capacità di
ascoltare, dare presenza, restaurare i rapporti umani ed entrare in
rapporto emotivo con pazienti e familiari. Infine, una corretta
"filosofia" nell’approccio palliativo deve comprendere la
capacità di saper riconoscere i propri limiti come curanti e terapisti,
recuperando il senso profondo della medicina come scienza ed arte per la
salute psicofisica dell’essere umano. Cure
palliative non vogliono dire eutanasia, ma sono l’espressione di un
approccio medico basato su conoscenze scientifiche e sull’attenzione
continua nella loro applicazione.
Queste nozioni richiedono
un nuovo tipo di educazione accademica a livello universitario e
postuniversitario (Hillier, 1998; Kearney, 1992). La preparazione di
questi medici è più che mai necessaria. Non si intende medicalizzare la
morte, ma offrire un aspetto umano a situazioni disumane finora trascurate
e viste con indifferenza. Parlare invece di “curare” e “prendersi cura” , di qualità di vita, di
impatto della malattia e/o dei trattamenti, di controllo dei sintomi,
significa richiamarsi ad un modo diverso di intendere la realtà. La
malattia non è soltanto il fenomeno morboso in quanto tale, ma anche e
particolarmente l’esperienza che di questo fenomeno ha il soggetto ed in
particolare i vissuti di sofferenza, dolore, stanchezza, le paure, gli
aspetti psicologici e relazionali. Da queste considerazioni è nata
l’esigenza di proporre un’assistenza peculiare per i malati di cancro
in fase avanzata che presentino dolori o altri sintomi. Le cure palliative
sono rivolte soprattutto ai pazienti colpiti da cancro. Dai dati
dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) si comprendono
rapidamente le dimensioni del problema: vengono diagnosticati ogni anno
5.9 milioni di nuovi casi di cancro di cui 4.3 milioni giungono a morte.
Il rischio di ammalarsi di tumore è in costante aumento nella maggior
parte dei paesi sia per l’aumento della durata media della vita sia per
l’aumento dei fattori di rischio.
In campo oncologico le
terapie specifiche del cancro, chirurgia e chemio-radio-immunoterapia,
praticate singolarmente o in associazione tra loro, hanno lo scopo di
guarire il paziente eliminando o riducendo la massa tumorale e
restituendogli l’integrità fisica. Quando la massa tumorale diviene
insensibile a tali trattamenti ed evolve inesorabilmente creando
sofferenze fisiche e psicologiche, non vi è più la possibilità di
guarire il malato. Il medico vive una sensazione di sconfitta che può
portare da un lato all’accanimento terapeutico e dall’altro
all’abbandono del malato perché "non c’è più niente da
fare". E’ il momento in cui il paziente si avvia verso l’exitus e
la famiglia si trova sola con il proprio dolore, la paura, la depressione.
Questa è la fase delle cure palliative.
Le cure palliative si
rivolgono anche a tutta una serie di patologie che, pur non essendo
neoplastiche, sono considerate inguaribili. Molte malattie croniche che
colpiscono gli anziani sono in realtà inguaribili: possono creare
individui a rischio di perdita di autonomia, ma in questo caso non si può
parlare di malati in fase terminale. Solo quando le condizioni fisiche si
deteriorano rapidamente, ogni intervento diviene inefficace e la morte è
prevista come la soluzione inevitabile in tempi relativamente brevi, si può
parlare di fase terminale della vita.
Non è facile
identificare i pazienti in fase terminale in quanto non esiste sempre una
semplice e netta separazione tra il periodo in cui l’individuo continua
a vivere, sia pur sotto il peso della malattia e delle limitazioni ad essa
conseguenti, e la fase in cui il processo si fa rapidamente evolutivo e la
fine si avvicina. A volte il passaggio ad uno stato di deterioramento
fisico e psichico e di dipendenza personale avviene gradualmente come nel
caso di insufficienze d’organo croniche, malattie neurologiche e
psichiatriche.
1
L’ Hospice
Per arrivare ad un
intervento sanitario-assistenziale efficace, continuativo e riproducibile,
le cure palliative in Italia dovevano cercare una strada nell’ambito
della medicina ufficiale e scientifica prendendo in considerazione
esperienze già consolidate. Il costante punto di riferimento di tutte le
iniziative nei confronti dei malati inguaribili è stato il movimento
"Hospice" anglosassone.
La prima iniziativa,
strutturata per offrire una risposta pratica e scientifica ai problemi del
malato morente, per istituire cioè un sistema di cure palliative, è un
fatto piuttosto recente e si collega al movimento Hospice nato negli anni
Sessanta grazie a Cicely Saunders fondatrice del St. Christopher’s
Hospice di Londra.
L’Hospice fornisce
supporto ed assistenza a chi si trova nella fase terminale di una malattia
inguaribile, per consentirgli di vivere la vita residua in pienezza e nel
modo più confortevole possibile. Da un punto di vista organizzativo l’Hospice
è una struttura intraospedaliera o isolata nel territorio che ha in parte
le caratteristiche della casa, in parte quelle dell’ospedale. E’ un
luogo dove è possibile trattare i problemi dell’ammalato con ogni
mezzo idoneo, medico, assistenziale, psicologico, spirituale al
fine di migliorarne la qualità di vita. Favorisce una personalizzazione
delle cure ed una presenza continua di familiari e conoscenti vicini al
malato.
2
Assistere in ospedale o a domicilio ?
In Italia la carenza di
strutture sanitarie specializzate tipo Hospice e reparti di cure
palliative fa sì che la casa del malato diventi il luogo di cura più
idoneo.
E’ chiaro come la
scelta tra casa e ospedale si pone come una alternativa tra naturalità
della sofferenza e rimozione in un ambiente "estraneo". Nel
momento in cui le necessità diagnostiche e terapeutiche possono comunque
trovare una adeguata risposta, assistere un malato di cancro in fase
avanzata in ospedale rappresenta una scelta che rende "diverso"
questo periodo di sofferenza, come se questa stessa sofferenza non fosse
una consueta componente dell’esperienza umana.
Certamente esistono dei
casi in cui l’ospedalizzazione rappresenta la scelta migliore, sia perché
adeguata ad affrontare le necessità terapeutiche del malato che per
permettere al paziente o ai suoi familiari di appoggiarsi ai sanitari in
un momento troppo difficile.
Per i familiari, la
scelta del domicilio può anche rappresentare la volontà di vivere in
prima persona un momento, una situazione particolarmente profonda e carica
di significati anche affettivi, senza delegarla all’istituzione
sanitaria. La tradizionale prassi del ricovero ospedaliero non fornisce,
in genere, particolari supporti salvo allentare il peso assistenziale che
grava sui familiari. L’assistenza domiciliare non rappresenta la
soluzione più idonea se non ci si fa carico anche degli aspetti più
squisitamente psicologici e relazionali del rapporto assistenziale. La
soluzione domiciliare non rappresenta una panacea, ma anzi, se realizzata
in modo improprio, produce essa stessa ulteriore sofferenza, in quanto
elimina la presenza rassicurante e le risorse dell’ospedale senza
fornire un supporto ugualmente autorevole e valido. Gli studi di Parkes
(1980, 1985) hanno messo in evidenza come l’assistenza domiciliare possa
risultare un elemento di disagio, quando non condotta da personale
competente nel controllo del dolore e degli altri sintomi.
Nel proporre una strada
alternativa all’ospedalizzazione i risultati devono essere almeno
equivalenti, se non migliori, anche per quanto riguarda il controllo del
dolore e degli altri sintomi. A questo proposito non esistono molti dati
disponibili. Parkes segnala come il controllo del dolore a casa fosse
ancora insoddisfacente per un campione di pazienti seguiti nel periodo
1977-79, sebbene i risultati fossero migliorati rispetto ad un lavoro
precedente (Parkes, 1980). La preferenza per una somministrazione orale,
la ricerca di terapie personalizzate e ad orario fisso vanno nella
direzione di permettere una terapia anche domiciliare con la maggior parte
dei pazienti.
Uno studio di Ventafridda
et al. (1989) ha cercato di confrontare le due forme di assistenza su
parametri sia clinici, che psicosociali, che economici. I risultati
ottenuti su due campioni di 30 pazienti ciascuno (un gruppo seguito a
casa, l’altro seguito in ospedale) non hanno mostrato alcuna differenza
statisticamente significativa per quanto riguarda il controllo del dolore,
il numero dei sintomi, il numero di ore di sonno. Migliori condizioni sono
state riportate dal gruppo domiciliare nel grado di attività dopo due
settimane di assistenza nel giudizio globale di qualità di vita, ottenuto
con Spitzer (1981)
3
L’assistenza a domicilio
Assistere a casa
presuppone innanzi tutto il rispetto delle preferenze del malato nella
decisione tra casa e ospedale, spesso assai più complesse e personali
rispetto a valutazioni esterne (Hinton, 1979). In una indagine effettuata
in Italia, 139 pazienti in fase terminale su 165 hanno dichiarato di
preferire l’assistenza a casa. Poiché i bisogni del malato sono di
natura diversa, è corretto affrontarli utilizzando specifiche competenze
e specifici strumenti: poiché tali bisogni non sono di esclusiva
competenza medica, l’équipe deve comprendere varie figure
professionali. Nel servizio si possono distinguere due gruppi, che
lavorano a contatto, ma che si propongono in due momenti diversi
d’intervento. Il primo è composto da quattro figure basilari
nell’assistenza domiciliare:
 | familiare di riferimento o leader
|
 | medico domiciliare
|
 | infermiere domiciliare
|
 | volontario.
|
Questo gruppo costituisce l’unità mobile di intervento,
l’estensione extramurale del servizio di cure palliative.
Il secondo gruppo è
rappresentato da figure professionali di raccordo tra il servizio e la
casa. La loro collocazione è in un certo senso di supporto nei confronti
dell’équipe domiciliare propriamente detta ed il loro lavoro sul malato
è di solito indiretto. Essi sono:
 | psicologo
|
 | assistente sociale.
|
Il malato diviene quindi il centro dell’attenzione di diversi
specialisti che devono lavorare insieme in modo coordinato. Ciò richiede
informazioni le più precise e tempestive possibili e un collegamento
continuo. Inoltre l’équipe si riunisce settimanalmente al completo per
prendere di comune accordo le decisioni che riguardano sia
l’aggiustamento delle terapie che l’atteggiamento comune da adottare
da parte degli operatori sanitari e volontari nei confronti del malato e
della famiglia. Occuparsi di un malato terminale significa infatti
confrontarsi continuamente con i bisogni del malato e della sua famiglia.
Più spesso nel paziente oncologico l’idea della morte si palesa solo
quando la progressione della malattia obbliga il paziente a dipendere
fisicamente e socialmente da altre persone.
La perdita del ruolo
sociale e familiare e la nascita di nuovi rapporti dipendenti dallo stato
di malattia vengono a pesare fortemente sull’emotività del paziente.
L’adattamento alle limitazioni fisiche imposte dal progredire della
malattia e la conservazione della propria dignità spesso sono resi
difficili dalla mancanza di adeguate condizioni socio-ambientali.
4
I problemi psicologici del malato terminale
I problemi più rilevanti sono quelli psicologici,
anche se la connessione con i problemi fisici è in molti casi diretta.
Perdita dell’identità che, a seconda della diverse condizioni fisiche e
socio-economiche, si concretizza in differenti significati:
 | perdita del ruolo professionale ed economico
|
 | perdita del ruolo nell’ambito familiare
|
 | declino delle capacità intellettuali.
|
Oltre alla sofferenza e alle conseguenze emotive prodotte dalla
malattia e dagli effetti collaterali delle terapie, ritroviamo
nell’ammalato:
 | la paura che il dolore possa divenire
incontrollabile
|
 | la paura di morire
|
 | la paura di perdere l’autocontrollo mentale e/o
fisico
|
 | la preoccupazione di perdere il proprio ruolo in
famiglia e sentirsi di peso.
|
Un’altra situazione che il paziente terminale si trova ad
affrontare in seguito alla dipendenza fisica e sociale è la riattivazione
di ogni genere di problema non risolto prima e il riaffiorare di questioni
personali mai portate a termine, che spesso interessano il rapporto con
gli altri. Nel prendersi cura del malato non si deve dimenticare la sua
famiglia che ha bisogno di essere educata, sostenuta e confortata per
poter aiutare l’ammalato in tutto l’iter della malattia fino al
decesso.
5 I
familiari
Per i familiari la malattia inguaribile e mortale
costituisce una dura prova esistenziale: al dramma della sofferenza e
della perdita di una persona si aggiungono molteplici problemi che si
radicalizzano sovrapponendosi ed intrecciandosi gli uni con gli altri e
per lo più trovano i familiari impreparati ad affrontarli. Le questioni
sono di tre ordini:
 | problemi affettivi e personali
|
 | problemi della comunicazione
|
 | problemi organizzativi e di gestione.
|
La famiglia può sentirsi, sia emotivamente che culturalmente,
impreparata ad affrontare la morte e la paura di una vita che finisce e
dal punto di vista tecnico non sempre è in grado di far fronte alle
necessità del paziente.
Inoltre vi possono essere
difficoltà sociali, come la mancanza di spazi adeguati e la scarsità di
risorse socio-economiche, che aggravano la situazione. La crisi della
morte diventa un problema per il morente e per i suoi cari proprio perché
la crisi modifica la base del loro rapporto.
In senso più generale le
famiglie soffrono, come la persona morente, per problemi di comunicazione
associati alla paura per la morte. Questo momento può essere vissuto dai
familiari in modi non coincidenti con gli atteggiamenti del malato. Può
instaurarsi un atteggiamento di rassegnazione e di accettazione di quanto
sta per avvenire oppure un irrazionale rifiuto dell’evidenza dei fatti.
LA TERAPIA DEL DOLORE
l’obiettivo
principale da un punto di vista medico è il controllo dei sintomi
(Ventafridda, 1990).
Anche per i sintomi la
diagnosi deve precedere la terapia e bisogna tenere presente che un
sintomo può essere causato da più fattori: tra questi vanno identificati
quelli che sono reversibili e possono essere corretti. La terapia deve
essere la più semplice possibile e i farmaci devono essere somministrati
regolarmente per prevenire la comparsa del sintomo stesso. è importante
notare come l’intervento sui sintomi fisici possa essere settoriale
rispetto alla sofferenza nella sua globalità (dolore totale).
L’obiettivo primario è
garantire un congruo numero di ore di sonno, scomparsa del dolore statico
ed incidente.
Per il medico il
controllo del dolore nel paziente con cancro è un obiettivo importante
sia per la prevalenza di questo sintomo sia perché spesso costituisce un
problema diagnostico e terapeutico.
La valutazione e il
trattamento dei pazienti con neoplasia e dolore richiede un approccio
multidisciplinare che include la conoscenza dei meccanismi
neurofisiologici e dell’eziopatogenesi del dolore, l’identificazione
di sindromi dolorose, la conoscenza della storia naturale e delle
possibilità di trattamento del tumore, il riconoscimento non solo delle
componenti biologiche, ma anche di quelle psicologiche di ogni
sintomatologia.
Il controllo efficace del
dolore, in particolare nei pazienti in fase terminale, è uno dei punti
cardinali del programma oncologico dell’OMS, accanto alla prevenzione
primaria, alla diagnosi precoce e alla terapia (WHO, 1986).
Il dolore compare fino al
50% dei pazienti in trattamento antineoplastico e sale al 70% nei pazienti
con cancro avanzato (Bonica, 1985), tuttavia può comparire anche in fase
precoce, è riportato infatti che il 15% dei pazienti con cancro non
metastatico ha dolore (Twycross, 1982).
Nei pazienti oncologici
la stimolazione algica è più frequentemente dovuta alla crescita della
massa neoplastica.
Dallo studio di Foley
(1979) risulta che nel 77% dei casi il dolore è provocato dal tumore, nel
19% dai trattamenti e nel 3% da cause non collegate né alla malattia né
alle terapie. è particolarmente importante l’analisi degli aspetti
psicologici implicati nell’esperienza dolorosa, soprattutto se intensa,
cronica o maligna, perché la comprensione di questo sintomo richiede un
approccio che si sviluppi su molteplici dimensioni. Infatti il dolore
rappresenta un evento in cui stretta è la connessione tra aspetti
biologici e aspetti mentali, i quali interagiscono nel determinare le
risposte emotive, adattative e comportamentali del soggetto che prova
dolore. Un’adeguata analisi della situazione di dolore non può quindi
limitarsi ad una lettura biologica di quanto accade, ma deve confrontarsi
con il dato psicologico. La rilevanza di fattori psicologici si
riscontra sia in termini causali (dove la funzione psicosensoriale, di
percezione, di valutazione, incide nel determinare, almeno in parte, le
caratteristiche del dolore esperito) sia in termini concomitanti poiché
ad esso, più facilmente che ad altri sintomi, si possono associare
vissuti di particolare disagio emotivo, reazioni psicologiche ed
atteggiamenti di sofferenza.
Parlare di
multidimensionalità significa anche riconoscere che nell’esperienza del
soggetto che prova dolore, numerosi sono gli elementi che possono
incidere, sia in senso specifico sulla sensazione dolorosa, che in senso
generale sul vissuto di sofferenza dell’individuo e che a fatica
l’esperienza del dolore può essere ricondotta esclusivamente ad un
problema psicofisiologico.
Un lavoro sperimentale
recente ha evidenziato che le dimensioni rilevanti del dolore percepito da
pazienti con cancro sono: intensità, qualità emotiva e dimensione
somatosensoriale e ricalcano da vicino quelle proposte a priori da Melzack
e Casey: sensoriale-discriminativa, emozionale-affettiva e
cognitivo-valutativa. In questo stesso studio si evidenziava come la
componente intensità fosse la più importante per i pazienti con cancro,
seguita da vicino dalla componente emotiva, e che i termini usati per
definire un livello di intensità elevato assumevano anche un’elevata
valenza nella dimensione emotiva (Clark, 1989).
E’ osservazione comune
che lesioni simili vengono associate molto spesso a sintomi di intensità
da nulla a estremamente severa da pazienti diversi e che quindi le
caratteristiche dello stimolo periferico possono essere secondarie a
determinare la qualità e l’intensità della percezione. Fattori
psicologici e sociali si sono dimostrati importanti nel determinare e
modificare le caratteristiche di molte forme di dolore cronico benigno e
nella valutazione di stimoli dolorosi indotti sperimentalmente (Mount,
1989).
Conclusioni
La fase terminale, da qualsiasi evento possa essere determinata, se
deve essere contrastata per renderla meno sofferta, deve ricercare per la
persona una qualità di vita dignitosa, motivata, qualunque sia la
speranza di quel momento. Qualità della vita che ripropone come sempre la
necessità che anche l’uomo in questi momenti abbia ancora il desiderio
di vivere per il tempo che gli resta nel modo meno sofferto possibile, il
desiderio di mantenere la propria dignità
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"Fisiopatologia e terapia del dolore". Autori F.De Conno,
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