EDUCARE
ALLA SALUTE, EDUCARE ALLA VITA
LE
CURE PALLIATIVE:
ASPETTI
ASSISTENZIALI
Sig.ra Micaela
Lo Russo, Infermiera
Professionale
Perché un’infermiera svolge un ruolo importante in un reparto di
cure continuative, ossia in una situazione assistenziale che coinvolge il
professionista più come persona che come operatore
tecnico ?
In questi reparti il tecnicismo è un po’ abbandonato per
lasciare maggiore spazio alla formazione umana e al valore umano della
professione infermieristica accanto alla persona.
Di proposito ho usato l’espressione persona
e non malato, perché molte volte si entra nella routine abitudinaria dei
modi di dire, modi di fare, modi di gestire gli altri come se fossero
cose, per cui la persona malata
viene considerata solo “malata”
aggirando il soggetto-sostantivo ”persona”,
quello che dovrebbe essere il centro
dell’attenzione, per dedicarci all’aggettivo qualificativo “malato”. Questa impostazione mentale altera il nostro modo di
lettura dei bisogni dell’assistito, non ne coglie i bisogni centrali, ma
solo quelli periferici.
In una struttura di cure palliative si cerca di capovolgere
quest’atteggiamento nell’accostarci al malato, per cui
ci si concentra sull’obiettivo
focale del nostro lavoro: la persona
che è diventata persona malata.
In queste strutture
l’infermiere passa moltissimo tempo accanto ai malati e di conseguenza
diviene la persona che ne ha il contatto più diretto. In questo modo
l’infermiere scopre il valore del tempo per questi malati, inteso non
tanto in senso quantitativo, che
pure è molto importante, quanto in senso qualitativo.
Se noi passiamo 8 ore con il malato ma non lo ascoltiamo, non lo
guardiamo come persona, potremmo
spenderne solo 5 ed il risultato sarebbe lo stesso. Ecco che allora
bisogna continuamente rapportarsi con questi malati in maniera empatica,
piuttosto che in modo tecnico - efficientistico. Siamo chiamati ad entrare
in relazione con loro, relazione che ovviamente ci mette in gioco, perché
dobbiamo porci nella nostra autenticità. Ci proponiamo come persona, non veniamo schermati dalla divisa bianca, dal nostro
manovrare velocemente una siringa o un catetere.
Entriamo in un rapporto molto stretto, indispensabile per capire
che la qualità più peculiare del nostro lavoro consiste nella capacità
di sentire i bisogni
dell’ammalato. Sentire nel
senso di prevenirli per far sì che i malati non debbano continuamente
chiedere di essere girati, di chiudere le tende, di venire aiutati a bere,
atti fondamentali per chi è privo di forze, per chi è demoralizzato, per
chi giace inerte perché è demotivato. Nel sentire
e prevenire queste richieste
l’infermiere si propone di annullare la dipendenza cui
normalmente il malato è assoggettato nella struttura ospedaliera.
Per le persone dover dipendere anche quando avvertono questi
piccoli bisogni, significa togliere loro l’autonomia più elementare.
Non serve essere un genio per rendersi conto quando è opportuno
avvicinare il comodino all’ammalato, riempire il bicchiere d’acqua
quando possiamo, chiudere le tende perché la luce abbacinante del sole
potrebbe dare fastidio. Sono piccole cose, ma importanti.
Come la medicina palliativa non è una medicina di serie B, così
l’infermiere che opera in strutture specializzate in cure palliative non
è un’infermiere di serie B. Spesso si sente dire da qualche collega:
“Io come infermiere sono più
valorizzato, perche lavoro in chirurgia: so monitorare, so fare questo, so
fare quest’altro”
Costui dimentica che il valore del
fare non è mai superiore a quello dell’ essere
persone autentiche. Quando non si dimentica questa verità, non si può
fare a meno di interrogarci se non avremmo dovuto prestare più attenzione
all’ammalato che si affida a noi. Per il malato l’infermiere è
sicuramente un punto di riferimento sentito più vicino a sé rispetto al
medico, perché è più “alla
portata”. Infatti normalmente il
paziente si confida mentre gli si praticano le normali cure igieniche, gli
si mette una fleboclisi, gli si praticano altre cure assistenziali
quotidiane.
Ascolto.
E’ molto importante maturare la capacità di ascolto, perché spesso
accade che il paziente cerchi di condividere con noi il “suo
peso interiore”, non volendolo condividere con la famiglia, già
preoccupata per altri problemi che lo riguardano.
Fiducia.
Ovviamente il rapporto si crea quando fra infermiere e paziente nasce una
relazione di fiducia. Ne consegue che l’infermiere deve poter
conquistare la fiducia del paziente.
Come ottenerla ?
Semplicemente dimostrandoci vicini a lui, attenti, premurosi verso
il singolo paziente, in
quanto “persona malata” con
un nome e cognome, e non il “n. x”
del letto “y”. O perché
entro le 9,30 devo finire il “giro letti”, perché poi iniziano le
visite dei medici.
Nei reparti di cure palliative non esiste la priorità delle cose
da fare rispetto all’attenzione-ascolto da offrire al paziente. Io sono
vicino a quel letto per quel malato; se l’ammalato ha bisogno di me, mi
fermo, scelgo di proposito di fermarmi.
Ovviamente questo è possibile non solo in quanto questa è
l’impostazione dell’assistenza in un “programma di cure
palliative”, ma anche perché, e soprattutto, si crede nel valore umano
e umanizzante della professione infermieristica.
Il
dialogo.
Nell’agire in base alla scelta ideale della propria professione;
non accampo più scuse per non
fermarmi dicendo all’ammalato: “devo correre, perché ho tanto da fare”. Qui la relazione cruciale
con il paziente la devo, e soprattutto, la voglio affrontare.
Se in altri reparti di cura è più facile evitare discorsi su
sofferenza, tristezza, morte, nei reparti di cure palliative sono discorsi
che si devono affrontare, ed
è questa l’essenza primaria della nostra professione.
Non si tratta di programmare dei momenti appositamente dedicati ai
colloqui, perché questo dialogo nasce dalla stessa relazione
assistenziale nel momento in cui ci si pone davanti all’ammalato con un
atteggiamento di interesse partecipe.
La
dignità della persona.
Il
rispetto della persona è al centro della relazione, rispetto che si deve
dimostrare oltre che con il colloquio nello svolgimento del lavoro
assistenziale. Spesso è una donna a dover praticare delle cure igieniche
a degli uomini, dovendo quindi toccare le parti intime di persone con le
quali non si ha alcuna relazione; si deve manipolare il loro corpo. Se
durante queste manovre non si è più che attenti, si creano più danni di
quanto si possa immaginare. E’ importantissimo perciò
mettere a proprio agio le persone. Ad esempio,
si può evitare di scoprire del tutto nel fare un bidet: la
prestazione può essere eseguita con discrezione, facendo capire
all’ammalato che noi, operando su di lui, dobbiamo di necessità
manipolare il suo corpo, ma non perdiamo mai di vista l’obiettivo
di salvaguardare la sua dignità.
Questa dignità devo rispettarla non solo perché è un mio dovere,
ma soprattutto perché il rispetto per l’uomo-persona,
prima ancora che per l’ammalato,
è una necessità innata.
Queste attenzioni sono estremamente sottili, talvolta troppo
sottili per cui vengono facilmente dimenticate. E’ molto più facile
operare velocemente seguendo il proprio ritmo di lavoro, non badando, ad
esempio, al fatto che una donna è abituata a pettinarsi i capelli in su
anziché in giù
Se vogliamo veramente rispettare l’altro dobbiamo invece seguire
le sue abitudini, non imporre le nostre.
La
relazione.
L’idea-guida
cui ispirare il nostro lavoro è la relazione
assistenziale: una relazione fra persone. E’ necessario saper
comunicare con gli ammalati, consapevoli del peso delle nostre parole. A
volte può essere difficile parlare, ci sembra di dire parole inutili e
prive di significato, per cui preferiamo stare zitti. Ciò che conta,
comunque, è valutare attentamente ciò di cui il paziente ha bisogno,
dialogo o silenzio che sia, ed offriglielo con disponibilità
Il peso delle parole non è sempre identico, per cui uno sgarbo
fatto ad un paziente prima che muoia lo mortifica, sarà quindi importante
evitare di commetterlo.
L’obiettivo di “non sbagliare” dobbiamo averlo sempre presente. Indubbiamente ci
costerà fatica, ma dobbiamo mettere nel cassetto la nostra voglia di
comandare, coordinare, organizzare l’attività infermieristica come ci
piacerebbe… Se non è possibile fare le 100 cose previste nel quotidiano
lavoro di reparto, perché l’ammalato ha bisogno di noi, offriamo
ascolto ai bisogni del malato mettendo da parte tutto il resto.
Perché questo avviene spontaneamente ?
Perché maturiamo la volontà di “stare
accanto”, la disponibilità a “stare
accanto” al paziente, il quale, constatando questa nostra
attenzione-partecipazione, si fiderà di noi.
La professione infermieristica va scelta non perché offre un posto
di lavoro sicuro, bensì perché noi desideriamo porci al servizio degli
altri per aiutarli a stare meglio ed anche per aiutarli a prepararsi ad
una buona morte. Ancora una volta occorre sottolineare che, in quanto
infermieri che lavorano in reparti di cure palliative, non siamo
infermieri di serie B. La nostra attività è importante tanto quanto
quella dei colleghi che lavorano in una terapia intensiva o in un reparto
di emergenza.
Nella maggior parte dei casi instauriamo una relazione con persone
che vivono un periodo irripetibile della loro vita, in quanto molto spesso
le degenze nei reparti di cure palliative si concludono con la morte.
Noi condividiamo con queste persone una certa preparazione e di
conseguenza dobbiamo dare il massimo valore a questo momento. Ne consegue
che non possiamo stare loro
accanto fingendo di non essere preoccupati, angosciati. Questa
consapevolezza è fondamentale, altrimenti sarebbe inutile porci
determinati ideali. Di conseguenza diviene indispensabile la delicatezza
nel porci accanto alle persone, offrire la nostra presenza in modo
discreto, senza fare rumore, senza mettersi in evidenza, ma dicendo, ad
esempio, con semplicità: “Come si
sente ?”, “Ha mangiato”, “Ha bisogni
di spostarsi ?”, “Desidera
lavarsi i denti ? “. Si devono anticipare le richieste del malato,
perché talvolta egli si sente imbarazzato nel chiederci determinate
prestazioni, oppure ha paura di disturbare. Di conseguenza dobbiamo noi
essere attenti ai suoi bisogni. Solo così si riesce ad instaurare una
relazione intensa, autentica, vera.
Emergenze-urgenze.
In
situazioni di emergenza-urgenza, opereremo nei confronti di queste persone
con rapidità e precisione adeguate, mostrando l’altro volto della
nostra professionalità.
Mostrerò la mia competenza professionale, senza mai dimenticare
che prima di essere operatore sono persona. E’ questo fondamentalmente ciò che ispira e sostiene
l’infermiere che opera in un reparto di cure palliative.