EDUCARE
ALLA SALUTE, EDUCARE ALLA VITA
ALLA
FINE DELLA VITA:
ESPERIENZE DI ACCOMPAGNAMENTO
E DI
CURA
Dr.
Olmo Tarantino, medico
“ Non siamo piuttosto noi sani a
chiedere la “morte degna”, mentre i malati chiedono una vita degna
fino all’ultimo istante, fatta di quello che caratterizza l’uomo: la
capacità di amare e di essere amati ? Essi hanno il problema del non
abbandono, di qualcuno che li accompagni nel percorso di cura in tutte le
sue fasi e in tutti i suoi aspetti. ” (card.
A. Scola, Discorso del Redentore 2009 – n. 6/b: I malati terminali e le cure
palliative )
La domanda del Patriarca di Venezia, espressa nel Discorso del Redentore 2009,
induce medici, infermieri, psicologi, e non solo, a riflettere su
questa problematica anche nella prospettiva della prossima emanazione di
una legge nazionale sul “fine vita”.
La Federazione Nazionale dei Medici, Chirurghi e Odontoiatri (FNMCeO)
ha recentemente elaborato, e sottoposto all’attenzione del legislatore,
un documento dal titolo: “ L’ Alleanza terapeutica sia il
baricentro nelle scelte di fine vita”, in quanto essa “rappresenta
il più alto punto di incontro tra l’autodeterminazione del paziente e
la libertà di scelta -in scienza e coscienza- del medico.”
.
L’alleanza terapeutica, come
strategia irrinunciabile soprattutto nell’assistenza ai malati
terminali, porta a valorizzare le risorse che ogni operatore possiede:
l’umanità dell’uno, l’attenzione
di un altro, la capacità di ascolto
dell’altro ancora, a volte sprecata nei turn-over stritolanti delle
strutture ospedaliere.
Ma stringere un’alleanza terapeutica significa confrontarsi anche con speranze
realistiche, speranze vere, per fronteggiare le emozioni che emergono e
che a volte non si sanno contenere proprio perché gli operatori sanitari
si avvicinano ai pazienti terminali con la loro umanità. Dentro le
professioni sanitarie, la
professionalità degli operatori è un tutt’uno con la loro umanità.
Non è, o almeno non dovrebbe essere, un “a
prescindere dalla” loro umanità
Alleanza terapeutica
è
favorire regolarità di confronti con qualcuno, assicurare all’équipe
l’esperienza di condivisione proprio per facilitare tutti gli scambi che
fanno da supporto e da aiuto.
Le lacerazioni che provocano negli operatori sanitari
la sofferenza psicologica, a contatto continuo con il “dolore
totale” dei malati terminali, è anche dovuta alla difficoltà
di scegliere delle regole sul modo di comportarsi.
Le riflessioni e le esperienze di medici, infermieri, psicologi,
che riportiamo di seguito, vogliono testimoniare che “l’alleanza
terapeutica
nell’accompagnamento dei malati terminali nel percorso di cura, in tutte
le sue fasi e in tutti i suoi aspetti ” è possibile all’interno
di regole condivise e rispettate da tutti
Assistenza
ai malati terminali: aspetti etico-valoriali;
Le
cure palliative: aspetti medico assistenziali;
Le
fasi del morire e l’accompagnamento psicologico;
Le
cure palliative: aspetti assistenziali;
L’umanizzazione
del morire: testimonianze di malati, medici, infermieri
La
dignità nel vivere e nel morire
La
prima regola fondamentale da condividere e rispettare, consiste nello
stabilire cosa si debba intendere per
“dignità nel vivere e nel morire”
E’ la risposta alla domanda cruciale posta dal Patriarca nel Discorso
del Redentore: “Non siamo
piuttosto noi sani a chiedere la “morte degna”, mentre i malati
chiedono una “vita degna” fino all’ultimo istante, fatta di quello
che caratterizza l’uomo: la capacità di amare e di essere amati ?”
In cosa consiste la “dignità della vita” di una persona ?
La “vita degna” sta
nella sintesi fra una condizione obiettiva di vita degna, condivisibile da
ogni soggetto ragionevole, ed una condizione soggettiva di intima
soddisfazione per la qualità della propria esistenza. Ciò si verifica
quando i nostri bisogni, le nostre esigenze naturali sono ragionevolmente soddisfatte. La vita asociale è indegna
dell’uomo. Al contrario, interpretando con verità la natura
dell’uomo, la vita degna è
quella associata.
E’ una vita umana degna quella della persona che viene in
possesso dei beni morali, ovvero dei beni umani operabili, in quanto
realizzabili dall’agire umano secondo la retta ragione. Tra i beni umani
si collocano la capacità di amare e
di essere amati, come ci ricorda il Patriarca.
Non c’è dubbio che anche la salute
sia un bene umano, un bene morale, Una vita sana è più degna dell’uomo
di una vita ammalata. Da questa basilare intuizione è nata la medicina
come scienza ed arte tesa a conservare o
restituire alla persona e nella persona il bene della salute.
Questo bene oggi non si realizza solo attraverso il
rapporto medico-paziente, ma
esso è il frutto anche di una organizzazione pubblica, che ha il dovere
di assicurare la salute all’uomo, in forza della sua eminente dignità.
La salute infatti appartiene a quei beni umani che rispondono a bisogni
umani non trattabili con la sola logica del mercato.
La salute non è un bene sommo. La riflessione etica cristiana ha
da sempre formulato il principio che la persona ha il diritto/dovere di
fare uso di mezzi terapeutici proporzionati/ordinari, non
sproporzionati/straordinari
La
dignità nel morire
Si va facendo strada
oggi l’idea che l’unica nobilitazione della morte vada attribuita
pienamente all’autodeterminazione del singolo, sia attuale (suicidio
puro e semplice), sia anticipata (suicidio assistito).
Il prudente discernimento fra interventi terapeutici che hanno il
profilo dell’accanimento terapeutico o di terapie proporzionate, rientra
nel diritto di ogni persona di vivere una vita degna, che non esclude anzi
comprende l’accettazione della morte.
E’ necessario poi distinguere – come ci ha ricordato il
Patriarca – fra terapia e cura
della persona (idratazione, alimentazione,igiene…). La seconda, la cura,
è sempre dovuta, e la sua omissione avrebbe eticamente il profilo
dell’omicidio. La prima invece è dovuta fatte però le necessarie
distinzioni tra terapie proporzionate e sproporzionate.
Quando la morte è degna di una persona umana ?
·
E’ una morte degna
quella di chi ha assicurata la cura della propria persona e le terapie
proporzionate.
·
E’ una morte degna
quella di chi può godere delle cosiddette “cure
palliative”, destinate a rendere sopportabile la sofferenza nella
fase finale della malattia. Anche mediante il ricorso a tipi di analgesici
e sedativi che hanno collateralmente l’effetto di abbreviare la vita e
perdita di coscienza.
·
E’ una morte degna
quella di chi è accompagnato dall’attenzione costante e amorosa di
altre persone.
·
E’ una morte degna
quella di chi “muore per il Signore”: vive la propria morte come atto
di fiducioso abbandono nel Signore.
·
E’ una morte indegna
quella di chi viene privato delle terapie proporzionate e della cura della
sua persona o viene sottoposto ad accanimento terapeutico.
·
E’ una morte indegna
quella di chi viene privato di “cure palliative”
·
E’ una morte indegna
quella di chi viene abbandonato nella sua solitudine di fronte alla morte.
·
E’ una morte
indegna quella di chi credente in Cristo,
non unisce la sue sofferenze a quelle di Gesù per la salvezza
dell’umanità
Se, infine, una legislazione civile rinunciasse al principio che la
vita umana è un bene che non è a disposizione di alcuno, legittimando il
suicidio assistito o l’abbandono terapeutico, toglierebbe uno dei
pilastri, anzi la colonna portante di tutto l’edificio spirituale
costruito sulla base del riconoscimento della dignità della persona.
Sarebbe questione di tempo, ma la rovina sarebbe totale.