EDUCARE
ALLA SALUTE, EDUCARE ALLA VITA
L’ASSISTENZA
AL
MORENTE: ISTANZE
ETICHE
Mons.
Prof. Elio Sgreccia
Direttore
del Centro di Bioetica dell’Università Cattolica
Prima di entrare nel vivo della tematica proposta
occorrono due premesse.
Prima premessa Trattando di
problemi etici, volendo suggerire delle linee etiche, in ogni campo, ma in
modo particolare nel campo dell’assistenza al morente, occorre mantenere
l’attenzione non solo sulle norme: quello che si deve fare e quello che
non si deve fare, ma prima ancora sui valori che sono coinvolti.
La dialettica tra norme e valori deve essere di
sinergia, cioè dobbiamo scavare le norme tenendo sempre presenti i
valori. Altrimenti l’etica diventa una precettistica arida e talvolta
senza anima e senza giustificazione. Ciò è particolarmente doveroso
nell’assistenza al malato terminale, morente: in esso sono coinvolti i
valori supremi della persona e della società: vita e morte. E’ il
momento dell’incontro tra il termine ella vita, e quindi l’istante
della morte, e la società, attraverso la famiglia, la chiesa che porta il
suo aiuto al morente o la comunità religiosa di qualunque religione si
tratti. Anche la solidarietà sociale ed ecclesiale si sentono in questo
momento chiamate e coinvolte. In altre parole tutti i valori che sono
propri della persona umana confluiscono attorno al momento che stiamo per
esaminare.
Seconda premessa.
La persona umana (quella del morente, del medico, degli infermieri, dei
parenti, ma soprattutto in questo caso quella del morente) va considerata
con un duplice sguardo. Non dobbiamo soffermarci semplicemente
sull’aspetto fenomenologico, cioè a quello che si vede, che si avverte
con i sensi, empiricamente. Poiché se considerassimo la persona umana
soltanto sotto l’aspetto fenomenologico perderemmo la parte più
qualificante, preziosa di essa, e saremmo portati a delle conclusioni
nella nostra azione che potrebbero essere catastrofiche.
Pensiamo quanta diminuzione del potenziale umano si
verifica nel morente: un mezzo uomo, con un potenziale ancora più basso
di vigore umano. Pensiamo anche all’handicappato, al malato mentale,
all’embrione dentro l’utero della donna: fenomenologicamente ai nostri
occhi appare una umanità diminuita, fortemente dipendente e di peso alla
società. Chi ha guardato alle persone solo sotto l’aspetto
fenomenologico ha potuto concludere con Goebels: “individualità prive
di vigore vitale”. Il gerarca nazista definiva così in una circolare
quelli che dovevano essere eliminati con una iniezione dai medici di base,
cioè i malati mentali, i malati cronici, i vecchi. Settantamila persone
furono eliminati in Germania durante la seconda guerra mondiale in base a
questo principio: “individualità prive di vigore vitale”.
Questo significa fermarsi all’aspetto
fenomenologico.
Certamente non va trascurato tale aspetto: il
dolore, la malattia, la sofferenza. Ma lo sguardo deve acuirsi più
sull’aspetto ontologico e sull’aspetto assiologico: quanto vale ciò
che è “dentro” quest’uomo ? Che cosa c’è “dentro” a questa
creatura umana ? Quale è lo spessore reale, l’essenza, nonostante le
apparenze ?
Dalla riflessione su
queste domande scaturisce la risposta: è una persona umana. Essa
ha una trascendenza sul tempo, è oltre la malattia, è oltre la
sofferenza, è oltre quel passaggio che prende il nome di morte. E’ un
soggetto dotato di una grandezza quasi infinita – per usare un termine
di S. Tommaso -, degna di stare al cospetto di Dio, a immagine di Dio
creatore, figlio di Dio e fratello di Cristo, secondo la nostra concezione
religiosa. Ma per chiunque persona umana deve significare centro
dell’universo, valore supremo della società
Questa
necessità di non fare del riduzionismo fenomenologista davanti al morente
è una esigenza imprescindibile, per chiunque e in modo speciale per chi
lo assiste in quel momento. Altrimenti si perde la capacità criteriologia,
cioè la capacità di misurare i valori, di dare
giudizi. Quest’ultimi devono essere misurati sulla realtà, sul
vero valore che non sta in ciò che si vede, ma che è al di là di ciò
che si vede.
Linee
di comportamento etico: i documenti
Le
linee di comportamento etico derivano anzitutto da una riflessione etica e
bioetica, particolarmente sviluppata in questi anni, ma anche consolidate
in molti documenti secondo quattro categorie:
Documenti ecclesiali (cfr. allegato n.
1)
Raccomandazione del Consiglio
d’Europa del 1976 (cfr. allegato n. 2)
Principi di etica medica
europea del 1987 (cfr. allegato n. 3)
Codice italiano di deontologia medica
del 1989 (cfr. allegato n. 4)
Sono documenti tra loro perfettamente coincidenti
per cui si possono trarre indicazioni non in contrasto tra di loro.
Le
linee etiche desunte da questi documenti si possono riassumere in nove
punti.
1.
Prima di tutto il no alla eutanasia
sia attiva che passiva.
“Omissiva”
è un termine più preciso rispetto a “passiva”, perché quest’ultimo
può indurre a confusioni verbali e concettuali. “Omissione” significa
tralasciare un atto dovuto e come tale si traduce in un comportamento
eutanasiaco e quindi
colpevole.
La definizione più precisa di “eutanasia”,
desunta dal documento della sacra Congregazione per la dottrina della
fede, dice: “ Per eutanasia si intende una azione o una omissione che di
natura sua, o nelle intenzioni di chi opera, procura la morte allo scopo
di eliminare ogni dolore” (Dichiarazione sulla Eutanasia, 5.5.1980)
L’eutanasia presuppone una soppressione voluta
della vita, sia che questa si ottenga attraverso un gesto di uccisione, o
attraverso l’omissione di una terapia valida a sostenere la vita.
Sulla sua illiceità il pronunciamento è unanime anche da parte
dei Codici deontologici.
La vita non è un bene disponibile, ma inviolabile
e sacro a tutti, e particolarmente per chi sa che essa è dono del
Creatore, e immagine del Cristo Verbo incarnato.
Sia per chi si ispira ad un’etica razionale, sia
per chi si ispira ad un’etica religiosa, per gli uni e per gli altri il
sopprimere la vita, o la propria con il suicidio, o l’altrui con
l’eutanasia, l’omicidio, l’aborto, rappresenta una violazione del
valore fondamentale “vita”, su cui si incarnano e crescono tutti gli
altri valori della persona.
L’eutanasia oggi si articola in diversi modi:
Il “testamento biologico” con cui si lega le
mani al medico perché non intervenga attraverso le cure di sostentamento
vitale nella fase terminale della vita, ma lasci morire-
“Do not resuscitate order”: “non
rianimare”. Non rianimare nella fase agonica può essere un dovere; ma
se l’arresto delle funzioni vitali è provocato da un fattore
momentaneo, il non rianimare perché l’ammalato ad una distanza più o
meno lunga certamente morirà, perché già affetto da malattia
inguaribile, rappresenta una eutanasia. Questa forma attraverso una sigla
D.N.R., apposta sulla cartella clinica, sta entrando in vari luoghi del
mondo. Il suggerimento di non rianimare ammalati inguaribili, avanzato da
alcuni medici canadesi, sta godendo il favore di molti altri anche in
Italia.
L’eutanasia legalizzata: la legge stabilisce ciò
che il medico deve fare o non fare. E’ quanto si propone di legiferare
il legislatore in Italia.
La criptoeutanasia: che si pratica mascherando una
eutanasia attiva sotto forma di una terapia del dolore, cioè con dosi
maggiorate di analgesici. Secondo una statistica olandese alcune migliaia
sarebbero i casi accumulati in pochi anni in quello Stato.
Nella condanna dell’eutanasia occorre comprendere
sia quella che si pratica sui malati terminali, sia quella che si pratica
sui neonati malformati o sottopeso lasciandoli morire, come alcuni gruppi
sostengono; sia l’eutanasia sociale che consiste nel non dare da parte
della società i mezzi per assistere categorie di persone.
E’ serpeggiante anche in Europa l’idea che per
certe categorie di persone, per esempio per chi ha superato una certa
età, non si devono fare certe spese per la cura perché non c’è
l’utilità sociale ed economica: ci sarebbe sproporzione tra i costi
economici ed i benefici.
Il principio della solidarietà e della socialità,
in base al quale si deve spendere di più per chi sta male o è più
debole, è irrinunciabile.
Se applicassimo il principio che si deve spendere
soltanto quando c’è un conveniente ritorno economico e produttivo,
molti sarebbero i malati che dovremmo condannare a morte attraverso
l’eutanasia attiva o omissiva. Un’idea questa che spunta oggi
nell’ambito della economia sanitaria e che va fermamente condannata.
2
No all’accanimento terapeutico.
La motivazione per cui si è contrari
all’accanimento terapeutico è la stessa per cui si dice “no”
all’eutanasia: il rispetto della persona umana, della vita e della morte
del paziente. L’accanirsi sarebbe un’offesa alla dignità reale del
paziente, un distaccare l’esercizio tecnico della strumentazione e
dell’assistenza medica dalla persona destinataria delle cure.
3.
La proporzionalità degli
interventi terapeutici.
Questo
concetto è stato formulato dai documenti della Chiesa cattolica e
specialmente dalla Dichiarazione sull’Eutanasia, integrando quanto aveva
detto già Pio XII sul concetto e la distinzione tra cure ordinarie e cure
straordinarie.
Pio XII aveva ricordato ai medici che le cure
ordinarie andavano sempre prestate, mentre le straordinarie potevano in
certi casi essere anche omesse. Siccome la dizione “ordinario” o
“straordinario” si riferisce ai mezzi più che altro ( e i mezzi a
disposizione sono diversi da un Paese all’altro, da uno stadio
dell’esperienza medica all’evoluzione successiva), più esattamente il
documento sull’eutanasia parla di “proporzione” e
“sproporzione”.
L’espressione “proporzionalità terapeutica”
significa che l’intervento medico messo in atto deve essere giustificato
dal bene per la vita e per la qualità di vita del paziente; quindi un
intervento, per essere legittimo, deve avere un’efficacia positiva. Se
tra il costo umano dell’intervento e il risultato umano dello stesso vi
è una estrema sproporzione, tale intervento si configura come accanimento
terapeutico.
Il criterio della “proporzionalità
terapeutica” dovrebbe essere esteso a tutta la pratica medica,
e tenuto presente anche dai medici di base per cui non dovrebbero
prescrivere medicine se quest’ultime si preveda non possano ottenere un
proporzionato risultato .
Nel caso particolare dei malati terminali il
criterio della “proporzionalità terapeutica” acquista una particolare
urgenza e delicatezza. La “Dichiarazione sull’Eutanasia” aggiunge
che in questi casi la coscienza del medico e la sua esperienza hanno un
peso fondamentale, perché chi è in grado di misurare la proporzionalità
terapeutica è e rimane
soltanto il medico.
4.
Opzionalità delle terapie a
rischio.
Il documento più volte citato richiama alla
volontà del paziente, o di chi lo rappresenta, tutte le volte che la
terapia che si vorrebbe proporre fosse ad esito dilemmatico, cioè
potrebbe migliorare la situazione clinica, ma potrebbe anche farla
precipitare; potrebbe avere un esito positivo, ma anche drammaticamente
negativo. In questo caso il medico non può decidere da solo, ma deve
scegliere insieme con il paziente o con chi lo rappresenta. Ciò vale
anche e soprattutto in previsione di interventi chirurgici.
5.
Le cure normali vanno sempre date.
Idratazione, alimentazione, igiene, sostegno della
respirazione fanno parte non tanto delle terapie in senso strettamente
medico, ma delle cure in generale. Sono gesti di umanizzazione che
alleviano la sofferenza, l’avvicinasi della morte, pertanto vanno sempre
prestate.
Definendo l’alimentazione, specialmente quando è
parenterale o attraverso sondino naso-gastrico, e la idratazione come
forme di accanimento terapeutico, si disumanizza il momento della morte,
si praticano forme di criptoeutanasia.
6.
Le
terapie del dolore.
Sono
opportune e lecite, rispettando però alcune condizioni.
Queste terapie possono togliere la consapevolezza,
la lucidità mentale in
maniera permanente, per cui prima di praticarle occorre il consenso del
paziente. Quando il paziente ha ancora dei doveri da compiere
nell’esprimere le proprie “volontà finali”, prima di indurre lo
stato di sopore occorre dare al malato l’opportunità ed il tempo per
assolverle. Queste volontà finali possono essere di carattere
testamentario, possono essere riconciliazioni con i parenti, necessità di
reincontrare persone care, ecc.
A tutto ciò il documento della Chiesa aggiunge
un’altra motivazione: il paziente potrebbe rifiutare il trattamento
analgesico, potrebbe anche lucidamente voler soffrire di più, pur di
essere lucidamente in grado di mantenere la sua relazione con i parenti, o
anche la sua capacità di dare alla morte il suo pieno senso, il suo
valore in piena consapevolezza.
“Divinum est sedare dolorem”, purché si
rispettino le condizioni indicate.
7.
L’informazione al paziente.
E’ questo un compito da gestire con
tanta delicatezza.
Il malato ha il diritto di conoscere la verità, ma
l’informazione deve essere data per il suo maggior bene, e quindi
nell’esprimersi si deve tener conto della psicologia del paziente, del
presumibile decorso della malattia e dello stato di coscienza. Si deve
tener conto degli eventuali doveri non ancora compiuti. L’informazione
in ogni caso deve essere completa nei confronti dei parenti più prossimi
al malato.
Affinché l’informazione venga data al momento
opportuno, tenendo in considerazione il bene del paziente, è opportuno
tener conto, secondo lo studio compiuto dalla Kubler-Ross, delle varie
“fasi psicologiche del morire” che attraversa il malato terminale.
L’informazione è come una medicina, ne va data
quanta può far bene al paziente. L’informazione va data perché non
esiste eticità senza verità, ma la dose della verità, il modo con cui
viene offerta questa verità deve tener presente l’evoluzione dello
stato psicologico del paziente.
Le cinque fasi
(cfr. allegato n. 5) descritte dalla Kubler-Ross, anche se non
sempre in tutti i malati si verificano puntualmente, vanno conosciute
perché non si intervenga, per esempio, nel momento in cui c’è massima
depressione, ma accompagni il paziente a far superare il suo stato di
rifiuto, il suo stato di collera, di rivolta.
Occorre guidare e pilotare il suo momento di
patteggiamento col medico (quanto mi manca, cosa mi fate, ma perché
questo ? In una contesa in cui il paziente vede nel medico qualcuno che si
oppone alle sue aspirazioni, qualcuno che gli sta di fronte quasi come un
avversario).
Sapere e conoscere queste fasi è necessario per
poter gestire soprattutto la informazione al paziente.
Il guidare il paziente verso l’accettazione, dopo
aver superato la fase della depressione, rappresenta uno dei compiti più
delicati e più importanti propri del medico, ma non esclusivamente suoi,
bensì anche del personale infermieristico, anche dei parenti, anche della
Chiesa naturalmente.
8.
L’assistenza umana e religiosa.
E’ un diritto del paziente. Anche
quando non si può guarire perché l’iter della malattia ha raggiunto la
fase terminale, anche quando le cure hanno raggiunto il loro massimo di
possibilità di azione sanante oltre il quale non è possibile andare, si
può e si deve sempre assistere. Possono esistere malati inguaribili, mai
malati incurabili.
Assistenza umana vuol dire lo stare vicino. I
codici deontologici stessi, oltre che i documenti della Chiesa, ricordano
che è dovere del medico e degli infermieri essere presenti nel momento
finale.
L’inumanità della morte in ospedale è uno dei
motivi del grido di allarme nei confronti delle ospedalizzazioni, è una
delle ragioni per cui si cerca di sostituire alla morte in ospedale la
morte a domicilio tutte le volte che ciò è possibile. In ogni caso per
la umanizzazione della morte occorre questa presenza. Sappiamo che
talvolta gli stessi parenti fanno fatica ad essere presenti, e si defilano
adducendo scuse fasulle. Ciò avviene perché dentro di noi vi è il
rifiuto della morte, della nostra morte.
E’ stato giustamente osservato dagli psicologi
che affinché il medico, o
l’infermiere, sia in grado di assistere bene il morente è necessario
che lui stesso abbia fatto pace con la propria morte, cioè abbia fatto
sintesi dentro di se sul problema della morte, abbia accettato che tutti
noi siamo chiamati a varcare questa soglia per una vita più piena, abbia
dato una soluzione positiva al problema della morte. Chi non ha fatto pace
con la propria mote futura mantiene dentro di sé uno stato di conflitto,
il quale scatena meccanismi di compensazione, di difesa.
Il medico o l’infermiere che non ha fatto pace
con la propria morte scappa facilmente di fronte al morente, oppure lo
aggredisce: fuga e aggressione sono meccanismi di difesa in presenza di un
conflitto che non è stato risolto dentro di sé.
Lo stesso meccanismo di fuga e di aggressività
scatena atteggiamenti irragionevoli molto spesso anche nei parenti e nelle
persone che stanno vicino al malato. Per cui medici ed infermieri non
possono esercitare rispettivamente la professione medica e l’assistenza
al morente senza contemporaneamente fa r crescere la propria umanità e la
propria spiritualità.
Non è possibile un trattamento neutro della morte
e del morente. Si è obbligati e interpellati a far evolvere in se stessi
la crescita umana. Lo stare vicino al morente, “il tendergli la mano”,
non fa bene soltanto al morente che in quel momento soffre, o può
soffrire per quel tanto di lucidità che gli rimane, di solitudine, ma fa
bene anche a chi sta vicino, perché il tenere la mano a chi muore
significa che si accetta di percorrere la stessa strada, chiamati a questa
solidarietà nel cammino verso la stessa direzione.
9.
L’elaborazione del lutto.
E’ un compito importante e delicato che va
assolto con umanità sia da parte del corpo assistenziale, sia e
soprattutto dalla pastorale dei morenti. I parenti, dopo la morte del
proprio congiunto, rimangono in uno stato di prostrazione, per cui devono
essere aiutati a superare positivamente la crisi. Si richiede soprattutto
una grande umanità.
Allegati
Allegato n. 1
DOCUMENTI DELLA
CHIESA CATTOLICA
Interventi di Pio XII (dieci discorsi durante il
suo pontificato)
Periodo conciliare: vari interventi sulla condanna
dell’eutanasia e sull’assistenza al morente di Giovanni XXIII; Paolo
VI ( cfr. enciclica “Humanae
vitae”); Concilio (cfr. Costituzione
“Gaudium et Spes”, n. 27)
Lettera del card. Villot 3.11.70 diretta ad un
convegno medico e di condanna dell’accanimento terapeutico.
Sacra Congregazione per la dottrina della fede:
“Dichiarazione sull’Eutanasia”, 5.5.1980, riconosciuto da tutti come
il documento più equilibrato.
Giovanni Paolo II: Enciclica “Salvifici
Doloris”, 11.2.1984, è un documento base sul piano dei valori.
Pontificio Consiglio “Cor Unum”: “Questioni
etiche relative ai malati gravi e ai morenti”, 27.6.1981
Documenti episcopali: più di 30, tra i quali
quello della Conferenza Episcopale Tedesca (1978); C. E. Francese (1979);
C. E. Spagnola (1987), della Consulta della Conferenza Episcopale Italiana
per la Pastorale della Sanità (1989)
Allegato n. 2
CONSIGLIO D’EUROPA
“ Raccomandazione sui diritti dei malati e dei
morenti “ , 7.9.1976.
Punto 7 “
Il medico deve sforzarsi di placare la sofferenza e non ha il diritto,
neppure nei casi che sembrano disperati, di affrettare intenzionalmente il
processo naturale della morte “.
Punto 8 “
Il prolungamento della vita con mezzi artificiali dipende, in larga
misura, da fattori quali l’attrezzatura disponibile; i medici operanti
negli ospedali in cui gli impianti tecnici consentano di
prolungare la vita per un periodo particolarmente lungo, si trovano
spesso in una situazione delicata circa il proseguimento del trattamento,
nel caso ove la cessazione di tutte le
funzioni cerebrali di una persona è irreversibile”.
Punto 9
“ I medici devono agire in conformità con la scienza e
l’esperienza medica annessa, e nessun altro medico o altro membro delle
professioni mediche potrebbe essere costretto ad agire contro la propria
coscienza in correlazione con il diritto del malato di non soffrire
inutilmente “.
Allegato n. 3 PRINCIPI
DI ETICA
MEDICA EUROPEA
( Conferenza degli Ordini dei Medici della C.E.E., Parigi 6.1.1987)
Art. 12 “
La medicina comporta in ogni circostanza il rispetto costante della vita,
della autonomia morale, e della libera scelta del paziente. Tuttavia il
medico può, in caso di malattia incurabile e in fase terminale, limitarsi
a lenire le sofferenze fisiche e morali del paziente fornendogli i
trattamenti appropriati e conservando per quanto è possibile la qualità
di una vita che si spegne. E’ dovere imperativo assistere il morente
sino alla fine ed agire in modo da consentirgli di conservare la sua
dignità “.
ASSEMBLEA PLENARIA
DEL COMITATO PERMANENTE
DEI MEDICI
DELLA CEE, Berlino 20-21.11.1987.
“ Ogni atto mirante a provocare deliberatamente
la morte di un paziente è contrario all’etica medica”
( Emendamento proposto dalla delegazione italiana ).
Allegato n. 4
NUOVO CODICE
ITALIANO DI
DEONTOLOGIA MEDICA –
1989
Art. 20 “
Il medico deve astenersi dal cosiddetto “accanimento”
diagnostico-terapeutico consistente nell’irragionevole ostinazione in
trattamenti da cui non si possa fondatamente attendere un beneficio per il
paziente o un miglioramento della qualità della vita “.
Art. 21
“ I trattamenti che comportino una diminuzione della resistenza
fisica o psichica del malato possono essere proposti previo rigoroso
accertamento delle necessità terapeutiche al fine di procurare un
concreto beneficio clinico al paziente o di alleviarne le sofferenze “.
Art. 32
“
Il medico non può abbandonare l’ammalato ritenuto inguaribile, ma deve
continuare ad assisterlo anche al solo fine di lenire la sofferenza fisica
o psichica, di aiutarlo e confortarlo “.
Art. 39
“ Il medico ha il dovere di dare al paziente, tenendo conto del
suo livello di cultura e delle sue capacità di discernimento, la più
serena informazione sulla diagnosi, la prognosi, le prospettive
terapeutiche e le loro conseguenze, nella consapevolezza dei limiti delle
conoscenze mediche, nel rispetto dei diritti della persona, al fine di
promuovere la migliore adesione alle proposte terapeutiche.
Ogni
quesito specifico posto dal paziente deve essere accolto e soddisfatto con
chiarezza.
Il
medico potrà valutare, segnatamente in rapporto con la reattività del
paziente, l’opportunità di non rivelare al malato o di attenuare una
prognosi grave o infausta, nel qual caso dovrà essere comunicata ai
congiunti. In ogni caso la volontà del paziente, liberamente espressa,
deve rappresentare per il medico elemento al quale ispirare il proprio
comportamento. “
Art. 41
“ Il procedimento diagnostico ed il trattamento terapeutico
suscettibili di porre in pericolo l’incolumità del paziente, debbono
essere intrapresi solo in caso di estrema necessità e previa informazione
sui reali rischi, cui dovrà far seguito una opportuna documentazione del
consenso “.
Art. 43
“ In nessun caso, anche se richiesto dal paziente, il medico
porrà in essere trattamenti diretti a menomare l’integrità psichica e
fisica del paziente e, a maggior ragione, azioni capaci di abbreviare la
vita del malato. Ogni atto mirante a provocare deliberatamente la morte di
un paziente è contrario all’etica medica “.
Art. 44
“ In caso di malattie a prognosi sicuramente infausta e pervenute
alla fase terminale il medico, nel rispetto della volontà del paziente,
potrà limitare la sua opera all’assistenza morale e alla terapia atta a
risparmiare inutile sofferenza, fornendogli i trattamenti appropriati e
conservare per quanto è possibile la qualità di una vita che si spegne.
Ove si accompagni difetto di coscienza, il medico dovrà agire secondo
scienza e coscienza proseguendo nella terapia finché ragionevolmente
utile.
Trattandosi
di un malato in condizioni di coma, il sostegno vitale dovrà essere
mantenuto sino a quando non sia accertata la morte nei modi e nei tempi
stabiliti dalla legge.
E’
ammessa la possibilità di prosecuzione del sostegno vitale anche oltre la
morte clinica stabilita secondo le modalità della legge solo al fine di
mantenere in attività organi destinati a trapianto e per il tempo
strettamente necessario “.
Allegato n. 5
PSICOLOGIA DEI
MALATI INGUARIBILI
( E. Kubler-Ross, “ La morte e il morire
“, Assisi: Cittadella, 1977. )
Le cinque fasi:
Rifiuto:
“ Non è vero, i medici hanno sbagliato “
Collera:
“ perché proprio
io ? “
Patteggiamento :
- fase meno nota;
- breve durata
Depressione :
- reattiva alla perdita; - preparatoria ala morte; - solitamente
silenziosa:
Accettazione.