EDUCARE
ALLA SALUTE, EDUCARE ALLA VITA
intervista
al card a. bagnasco sulla ru486
«Ho
provato tristezza, amarezza,preoccupazione».
Il card. Bagnasco, sulla RU486: «A ben vedere, il discorso della
libertà di scegliere ciò che si preferisce afferma solo il diritto del
più forte».
Cresce l’obiezione di coscienza tra i medici, ormai sopra al
70%... «..."prevenire" significa educare all’amore, al senso
della persona, a un esercizio responsabile e non arbitrario della
sessualità...».
«Ho provato tristezza, amarezza,
preoccupazione. Penso che questa decisione rappresenti una discesa di
civiltà per il nostro Paese». Il commento del cardinale Angelo Bagnasco,
presidente della Cei, al via libera dell’Agenzia del farmaco per la
pillola abortiva Ru486 esprime anzitutto un dolore profondo, anche per
qualche quotidiano che ieri mattina s’è maldestramente fatto beffe del
Papa (Secolo
XIX e Stampa in testa). Ma le riflessioni del presidente della
Cei e arcivescovo di Genova vanno ben oltre queste miserie, e recano al
dibattito sull’aborto chimico argomenti pacati quanto fermi.
Eminenza,
perché parla di «discesa di civiltà»?
«Là dove la vita nella sua integra
dignità non è riconosciuta ma ulteriormente offesa e ferita di certo non
si può dire che la civiltà cresca».
In
questi mesi si sono rincorse notizie negative sul fronte della vita: dalla
morte di Eluana alla sentenza della Corte costituzionale sulla legge 40.
Ora l’adozione dell’aborto chimico. Cosa rivelano?
«L’indirizzo prevalente verso una
libertà dell’individuo che si pretende assoluta, cioè sciolta da ogni
rapporto con altre libertà e altri diritti. Non esiste, invece, un solo
diritto, ma tanti che devono dialogare tra loro. Da una parte c’è la
donna, certo, ma di fronte a lei c’è il diritto di una nuova vita umana
che ha tutta la dignità della persona. Le libertà devono dialogare, e i
diritti contemperarsi. Dove non c’è il rispetto integrale della vita
umana nel suo concepimento, nella sua fragilità, e poi nel suo tramonto,
la società è meno umana. È amaro che così prevalga il diritto del più
forte».
Si
sostiene che la Ru486 non è altro che una possibilità di scelta in più
per abortire. È così?
«Il criterio della libera scelta è
solo apparentemente buono, umano, rispettoso. Nelle diverse questioni
relative alla vita non si tratta solo di voler fare o meno una certa cosa:
è piuttosto questione di saper riconoscere valori e diritti oggettivi cui
corrispondono doveri altrettanto oggettivi, una dignità umana che precede
qualsiasi opzione. A ben vedere, il discorso della libertà di scegliere
ciò che si preferisce afferma solo il diritto del più forte».
Nuove
misure in materie tanto nevralgiche inducono, di solito, mentalità e
costumi nuovi. Sarà così anche con l’aborto chimico?
«La pillola abortiva rende tutto
più facile, anche se le disposizioni dettate per l’adozione del farmaco
ne prevedono l’uso esclusivo in àmbito ospedaliero. Intrinsecamente, mi
pare che la mentalità che si rafforza è sempre più quella di un fatto
privato, puramente individuale: il rapporto del soggetto con una vita
nuova. Ma la differenza è che il soggetto adulto è certamente più forte
del concepito, che non ha alcuna possibilità di affermare se stesso».
La
Ru486 rilancia l’apparente competizione tra il diritto della madre e
quello del figlio. Come si scioglie questo nodo?
«La cultura oggi dominante sempre
più afferma l’assolutezza dell’individuo e non della persona. Questa
invece è costitutivamente in dialogo con gli altri soggetti, la loro
libertà, i loro diritti e doveri. Una cultura centrata sull’individuo
concepisce l’uomo in termini di libertà e autodeterminazione assolute,
un’isola accanto ad altre che sembrano entrare in rapporto tra loro più
per convenienza che non per solidarietà. Il rapporto personalista ha in
sé, invece, l’idea forte del farsi carico, del prendersi cura
dell’altro perché lo si vede come un dono, anche quando la relazione
costa e chiede di giocarsi in prima persona».
L’aborto
farmacologico tende a far "scomparire" l’interruzione di
gravidanza nascondendola dietro l’apparente banalità di una pillola da
ingoiare. Che effetto può avere?
«Rendendo tutto più facile, la
nuova modalità abortiva certamente aumenta una mentalità che sempre più
induce a considerare l’aborto come un anticoncezionale, cosa che la
legge 194 – nella sua prima parte – assolutamente esclude».
A
questo proposito si è parlato in questi giorni di «clandestinità
legale», una condanna alla solitudine per la donna che abortisce e che
deve patire un surplus di sofferenza.
«Anche questo fa parte della cultura
individualista, nascosta sotto la maschera del rispetto della libertà
della donna, che in realtà è consegnata a se stessa, al suo dramma, alla
sua sofferenza, alla preoccupazione contingente in cui vive e che in una
cultura veramente umana implicherebbe invece una presa in carico.
I
vincoli fissati sulla carta dall’Aifa per l’uso ospedaliero della
Ru486 in regime di ricovero fino ad aborto avvenuto possono ridimensionare
gli effetti dell’aborto chimico?
«L’offesa alla vita resta, così
come la tragedia ulteriore nella tragedia dell’aborto. La facilitazione
introdotta dal ricorso a una semplice pillola non agevola certo una
riflessione o un possibile ripensamento. Le condizioni fissate dall’Aifa
possono ottenere un certo contenimento di queste derive a livello
psicologico, emotivo e operativo. Ma – ripeto – anche questi paletti
non tolgono assolutamente il male oggettivo della soppressione di una vita
concepita».
Cresce
l’obiezione di coscienza tra i medici, ormai sopra al 70%. Questo
fenomeno cosa segnala?
«È un dato oggettivo che dovrebbe
far riflettere sulla sensibilità ancora fortemente radicata nel cuore
degli italiani, e in modo particolare di una buona parte della classe
medica. È auspicabile che l’obiezione nata da profondi convincimenti
cresca ancora, sia come dato in sé sia come testimonianza per
l’opinione pubblica sulla persistenza di una consapevolezza profonda».
Come
valuta i dati ministeriali che parlano di una progressiva diminuzione
degli aborti in Italia, anche se il loro numero è ancora oltre i 121
mila?
«Spero sia il segnale di una
maggiore consapevolezza della sacralità della vita e quindi di un
rapporto più rispettoso verso ogni sua forma».
La
decisione dell’Aifa arriva proprio mentre l’Italia prende
l’iniziativa per una moratoria internazionale degli aborti coatti. Come
giudica questo paradosso?
«È una contraddizione che stride.
Penso che il mondo cattolico dovrebbe far sentire di più e meglio le
proprie convinzioni profonde, per l’interesse della società».
Eminenza,
cosa si aspetta oggi dai laici cattolici sul fronte della vita?
«Una voce più coraggiosa, chiara,
argomentata, a tutti i livelli. Sui temi della vita umana, decisivi, non
si può procedere per mediazioni: su valori fondamentali mediare significa
negare. La vita non è opinione: è un valore invalicabile, sul quale non
si può reclamare il vecchio argomento di un’asserita indipendenza
rispetto al magistero della Chiesa. L’autonomia di cui parla il Concilio
non è assoluta ma relativa a una coscienza retta e formata».
Ancora
una volta una decisione importante sulla vita umana viene presa da un
organismo tecnico-giuridico. La politica ha fatto tutto il possibile per
frenare questa deriva?
«Non credo. Si può ragionevolmente
fare di più, nel rispetto dei meccanismi democratici. Anche
l’allineamento alle raccomandazioni europee non è un criterio
corretto».
L’Europa
viene invocata come giustificazione all’apparente inesorabilità
dell’adozione della Ru486...
«L’Europa è solo un grande
pretesto usato secondo convenienze e interessi. Invocare l’adeguamento
all’Europa è un argomento pretestuoso. Gli obiettivi indicati da
organismi sovranazionali vanno considerati solo quando sono orientati al
bene, all’ordine morale. Diversamente, un Paese membro deve discostarsi,
dando il buon esempio agli altri e diventando capofila di una inversione
di marcia».
Ha
fatto clamore che sia stata ricordata la scomunica "latae sententiae"
per chi coopera all’aborto. Un punto fermo che è da sempre dottrina
della Chiesa, ma che qualcuno è sembrato "scoprire" oggi...
«La prassi della Chiesa prevede
censure canoniche non fini a se stesse ma in chiave pedagogica e
formativa, finalizzate al ripensamento sulla gravità di un’azione. La
sanzione è una "medicina". Il valore fondamentale della vita
umana, come ricorda il Papa nella Caritas in veritate, rappresenta
oggi una delle nuove povertà, soprattutto quand’è più fragile».
Molti
sottolineano che occorre "prevenire" gli aborti. Ma com’è
possibile farlo efficacemente?
«Come per
tanti mali della cultura attuale, "prevenire" significa educare
all’amore, al senso della persona, a un esercizio responsabile e
non arbitrario della sessualità, un grande tesoro da custodire e non da
sperperare o consumare in una dimensione solo corporea. Ma è difficile
prevenire gli aborti se il contesto generale della cultura va nella
direzione opposta».
Perché
la Chiesa si sente così impegnata sulle questioni bioetiche?
«Perché ama l’uomo, lo ama
integralmente e non solo per alcuni aspetti. È la questione antropologica
che ricorda anche il Papa nell’ultima enciclica: tutto ciò che riguarda
l’uomo non può non interessare la Chiesa. Gesù è venuto a salvare
tutti gli uomini, e tutto l’uomo. Per questo la Chiesa non può tacere
né disinteressarsi di ciò che riguarda la persona, e di conseguenza la
società e lo Stato. Non ha nessun altro interesse: solo il servizio
all’uomo».