EDUCARE
ALLA SALUTE, EDUCARE ALLA VITA
un
dibattito urgente
Parlamento
e introduzione della Ru486
Marco Doldi, teologo
Nel
cuore dell’estate è arrivata la notizia dell’introduzione in Italia
della Ru 486, la pillola abortiva.
Conoscendone da tempo la gravità, è stato chiesto che il
Parlamento, attraverso una Commissione specifica, valuti l’opportunità
della scelta ed eventualmente vigili sul suo utilizzo. La richiesta
appare, davvero, urgente e motivata. Infatti, occorre superare
l’equivoco che si tratti solo di una scelta di natura tecnica.
Aiuta grandemente a capire questo la “Caritas
in veritate” di Benedetto XVI, perché in modo chiaro sfata l’idea
che il progresso sia semplicemente un fatto di procedure. Come a dire: se
fino ad oggi l’aborto era praticato in modo chirurgico, oggi è
possibile farlo in modo chimico e,quindi, va tutto bene. Non è così:
l’aborto, in qualunque forma venga praticato, interpella sempre la
coscienza individuale e collettiva. Questa particolare pratica, ancora di
più.
Vale la pena, per un momento, interrogarsi su che cosa sia
veramente il progresso: su questo punto il Magistero della Chiesa propone
una parola significativa e singolare; una parola “profetica”, perché,
al momento, è unica. Il pensiero cristiano coniuga insieme carità e
verità, giungendo ad una visone della vita, che è di natura sapienziale.
La carità ha un compito nei confronti della verità: la guida a conoscere
in modo armonioso. Davanti ai fenomeni del nostro tempo, la Chiesa invita,
prima di tutto, a conoscere e a capire, tenendo conto della competenza
specifica di ogni livello della conoscenza. “La carità – ricorda il
Santo Padre nella Caritas in
veritate – non esclude il sapere, anzi lo richiede, lo promuove e lo
anima dall’interno “.
Lo sviluppo umano dipende, oggi, dal far interagire i diversi
livelli della conoscenza: quello scientifico, ma anche quello
antropologico, quello etico, quello giuridico, ecc. L’errore,invece, è
di ritenere che scelte, le quali toccano così da vicino la persona, siano
solo di natura scientifica, come se la persona si capisse principalmente
con le leggi della biologia.
E’ necessario allargare gli spazi della ragione per giungere ad
un sapere integrale. “Il fare è cieco senza il sapere”. Se si
tralascia l’armoniosa complessità, cui la ragione può giungere,
l’agire dell’uomo si riduce a calcolo e ad esperimento, perché le
sole scienze umane non riusciranno ad indicare la via verso lo sviluppo
integrale dell’uomo: c’è bisogno di andare più in là.
Al contrario, l’eccessiva settorialità, la chiusura della
scienza nei confronti della filosofia e della teologia sono un autentico
ostacolo nella via del progresso. Ora, se ci si pone a questo livello di
considerazione, l’unico veramente adeguato, si capisce facilmente perché
l’aborto non potrà mai essere ridotto ad una questione di procedure:
l’uccisione di un essere umano nella fase iniziale del suo sviluppo non
potrà mai lasciare tranquille le coscienze. Né da un punto di vista
scientifico (l’embrione è
uno di noi ), né da un punto di vista filosofico ( è una persona ), né
da un punto di vista etico ( non è mai lecito sopprimere una vita umana
innocente), né da un punto di
vista giuridico: i deboli vanno sempre difesi. Questo è lo sguardo
sapienziale animato dalla carità. Pertanto la politica non può
disinteressarsi di questo. Se essa è il buon governo della vita sociale,
come può accontentarsi di assolvere la funzione di notaio ? Come un
notaio che, sottoscrivendo decisioni che altri hanno preso, invoca la
propria neutralità.
Resta sempre illuminante l’insegnamento del Concilio circa
l’autonomia delle realtà terrene; non è necessario che l’autorità
politica cerchi ragioni di fede o si domandi all’autorità religiosa
quali passi da compiere. Essa possiede già abbondantemente tutte le
ragioni per promuovere il bene comune.
I valori su cui si fonda il rispetto per l’accoglienza della vita
debole in tutte le sue forme appartengono, da sempre, al patrimonio
sapienziale della nostra cultura. Si tratta di applicarli nei diversi
casi. Se la politica abdica a questa sua nativa vocazione, perde la sua
bellezza.
Un’aria di freschezza giunge dalle parole del Santo Padre:
problemi nuovi, richiedono soluzioni nuove. Occorre rinunciare a qualche
“dogma” della cultura moderna, rivelatosi ingannatore, secondo cui la
scienza o la tecnica sarebbero fatti neutri. Non è così ! La ricerca,
realisticamente, al giorno d’oggi è mossa da “fini”, eticamente non
indifferenti; la tecnica, applicata all’uomo, è espressione della
persona, dell’uomo che opera. Questo, responsabilmente, deve accettare
che la propria e l’altrui vita sono beni indisponibili.
LA
CONDANNA DELLA CHIESA
Sulla
sicurezza della pillola, "persistono molte ombre"», ha scritto
l’ Osservatore Romano.
È stato poi monsignor Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia
Accademia pro Vita, a spiegare che l'uso della pillola in questione
comporta la scomunica per le donne che vi fanno ricorso così come per i
medici che l’hanno prescritta perché la sua assunzione è analoga a
tutti gli effetti dell’aborto chirurgico.
«Dal punto di vista canonico è come un aborto chirurgico»
sottolinea il vescovo. «L’assunzione della Ru486 equivale ad un aborto
volontario con effetto sicuro, perché se non funziona il farmaco c’è
l’obbligo di proseguire con l’aborto chirurgico. Non manca nulla. Cosa
diversa è la pillola del giorno dopo, che, pur rivolta ad impedire la
gravidanza, non interviene con certezza dopo che c’è stato il
concepimento. Per la Ru486, quindi, c’è la scomunica per il medico, per
la donna e per tutti coloro che spingono al suo utilizzo».
«Rimango allibito dall'atteggiamento dell'Aifa (agenzia italiana
per i farmaci)» ha anche detto Sgreccia e « spero - ha aggiunto - che ci
sia un intervento da parte del governo e dei ministri competenti» perché
la pillola abortiva RU486 «non è un farmaco, ma un veleno letale».
L'AGGRAVANTE
DEL RISCHIO PER LA MADRE
La pillola «ha
effetto abortivo, quindi valgono - prosegue Sgreccia - tutte le
considerazioni che valgono quando si parla di aborto volontario. C’è,
inoltre, un’aggravante che dovrebbe far riflettere anche chi appoggia la
legalizzazione dell’aborto chirurgico, ed è il rischio per la madre. Più
di venti donne sono morte per effetto della somministrazione di questa
sostanza. Questo farmaco assume, quindi, la valenza del veleno. È una
sostanza non a fine di salute, ma a fine di morte. Si va contro la regola
fondamentale della vita della madre. Bisognerebbe, per questo motivo,
sospendere tutto.
Inoltre - prosegue il vescovo - si cerca di scaricare
sulla donna sola la responsabilità della decisione. Si torna a una forma
di privatizzazione dell’interruzione di gravidanza. All’inizio si è
legalizzato l’aborto proprio per toglierlo dalla clandestinità, ora il
medico se ne lava le mani e il peso di coscienza ricade sulla donna».
SULL'AIFA
PRESSIONI POLITICHE ED ECONOMICHE
Mons. Sgreccia poi non ha dubbi sulle cause che spingono l’Aifa
alla liberalizzazione del farmaco: si tratta, secondo il presule, di «pressioni
politiche ed economiche».
L’APPELLO
«I
medici facciano obiezione di coscienza» contro la somministrazione della
pillola abortiva Ru486 affinché si veda che «il medico è colui che dà
la vita, non colui che la toglie».
È
l’appello del cardinale Josè Lozano Barragan, presidente emerito del
Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute.