EDUCARE
ALLA SALUTE, EDUCARE ALLA VITA
temi
di bioetica oggi
Salvino
Leone *
- Medico chirurgo, specialista
- in Ostetricia e Ginecologia.
- Docente di medicina sociale,
- Bioetica, Teologia Morale.
-
L’introduzione
in Italia della RU 486 offre
l’occasione per fare il punto sulla bioetica oggi.
Lo” stato della questione” tocca la
natura “morale” dell’atto, le modalità con cui si fanno determinate
scelte e l’uso strumentale dell’etica ai fini di una battaglia
politica. Occorre riflettere sul rapporto tra etica “laica” ed etica
“cattolica.
L’introduzione in Italia della RU 486 pone all’attenzione della
bioetica una serie di problematiche che – come già avvenuto per il
“caso Englaro” – rischia di intorbidare il rigore argomentativo
dell’etica, il rispetto delle differenti posizioni, la doverosa
autonomia di uno stato laico ed il diritto della chiesa di affermare il
suo insegnamento nella sua versione – mi si passi il termine -
più genuina senza le mediazioni moralistiche con cui in genere
viene trasmesso dai media, dai politici ma anche da molti movimenti
ecclesiali. Circa l’uso della cosiddetta “pillola abortiva” o
dell’ “aborto chimico”, com’è stato pure definito, mi permetto di
avanzare alcuni spunti di riflessione.
Lo
“stato della questione”.
Il primo punto
riguarda la natura morale dell’atto. Che lo si effettui con la RU
486, con i metodi chirurgici o con i rimedi empirici della clandestinità,
si tratta pur sempre di un aborto volontario. Né più “lieve” come
consapevolezza morale oggettiva, né più grave di altre forme di aborto.
Nessun politico o movimento ecclesiale si è mai interessato a condannare
l’isterosuzione rispetto al curettage o ad altre tipologie di
intervento delle quali, il più delle volte, ignora ogni dettaglio.
Il ruolo educativo della chiesa deve, quindi, puntare a ribadire
che, anche se il fatto di prendere una semplice pillola, può offuscare o
occultare la vera natura del gesto, si tratta sempre e comunque di un
aborto volontario. E, anche se la legge ha un indubbio valore educativo e
di testimonianza etica, la maggiore attenzione non dovrebbe essere
orientata a proibire una legge che consenta l’uso di tale abortivo, ma a
non ricorrervi. La legge c’è, ma la coscienza del singolo,
adeguatamente illuminata, non ne usa perché sa che con la RU 486 compie
un aborto. Che questo avvenga secondo o contro quanto previsto dalla legge
194 non ha alcuna importanza sul piano della riflessione morale, visto che
la 194 – tranne i primi articoli di carattere preventivo – rimane una
legge priva di connotati etici positivi.
Un elemento che invece merita particolare attenzione, diversificata
rispetto a quella degli altri metodi abortivi, riguarda la modalità di
assunzione di tale pillola. Se l’intero “percorso” – dalla sua
assunzione all’evento abortivo – avverrà in ospedale, non sarà
diverso da ogni altro aborto volontario. Qualora invece, dopo la
somministrazione ospedaliera, l’evento abortivo dovesse avvenire al
proprio domicilio, questo creerebbe una condizione di particolare
solitudine per la donna, potremmo dire quasi una nuova clandestinità.
Ma tutto questo, ancora una volta, costituisce una
“aggravante”, senza la quale l’intervento continua a costituire un
atto abortivo al pari degli altri. Come pure semplice aggravante dev’essere
quella degli eventuali rischi che può comportare. Anche senza di questi,
l’atto abortivo rimane tale e quale.
E’ scorretto puntare sugli effetti collaterali o i rischi per
condannare l’atto in sé. Questo potrebbe andar bene qualora l’atto
fosse eticamente indifferente o addirittura positivo. Ad esempio, con la
donazione degli organi, è doveroso mettere in guardia dai rischi che può
comportare, dalla necessità di accertare la morte cerebrale … Nel caso
della pillola abortiva, puntare ai danni che comporta appare come una
facile scorciatoia di fronte ad una povertà o a un timore argomentativo
nel condannare l’atto in sé.
L’ultimo punto è quello più delicato e problematico che ci
consente di estendere e ampliare il discorso. Riguarda, infatti, l’uso
strumentale che viene fatto delle grandi questioni etiche trasformandole
in battaglie politiche. Si cercano allora soluzioni ed escamotage
per rendere inapplicabili eventuali disposizioni legislative, si formulano
emendamenti e quant’altro per far apparire chi le propone quale defensor
fidei. E’ un pericoloso tranello che deve essere immediatamente
smascherato dalla comunità ecclesiale. La croce non può essere brandita
come spada e, se si vuole proprio ergersi a paladini della cristianità,
lo si deve fare in modo integrale: difendendo non solo con le parole, ma
anche con i fatti la vita, il matrimonio e la famiglia, offrendo limpida
esemplarità nei propri comportamenti esistenziali, accogliendo senza
riserve ogni categoria di “povertà” (malato, anziano, immigrato,
indigente, disoccupato …); testimoniando una profonda onestà
amministrativa nella gestione del bene comune … Il cattolico è tale in
tutta la sua parabola esistenziale, non soltanto di fronte all’aborto e
all’eutanasia.
Tre
punti fondamentali.
Proprio questo
ennesimo caso ci porta a fare alcune considerazioni su almeno tre punti
fondamentali: i rapporti tra etica laica ed etica cattolica; i rapporti
tra chiesa e stato su problemi eticamente sensibili; i rapporti tra etica
e diritto.
Etica
laica ed etica cattolica.
Di per sé la bioetica è assolutamente “laica” o quantomeno
non connotata ideologicamente, forte di una sua pretesa neutralità; si
tratta di una disciplina che nasce in un contesto del tutto svincolato da
ogni riferimento trascendente e si presenta oggi in una serie di valenze
non anti- ma certamente a-religiose (comitati etici,
insegnamento scolastico, cattedre universitarie …). Del resto, da parte
degli stessi cattolici, viene espresso sempre un certo rifiuto, o
quantomeno disagio, per una contrapposizione che si ritiene artificiosa,
tra una presunta bioetica cattolica e una bioetica laica, ritenendo che si
debba parlare di bioetica tout court.
Tutto questo si armonizza al meglio col fondamentale assunto
kantiano circa l’universalizzabilità dei giudizi morali, per cui, se
una valutazione etica è autenticamente tale, lo è indipendentemente dal
fatto che venga formulata in una matrice di pensiero cattolico o laico.
Se, però, il pensiero cattolico ritiene che non vi debbano essere
aggettivazioni che definiscano l’orientamento della bioetica,
dall’altro afferma che la propria visione bioetica è conforme alla
verità oggettiva e, pertanto, universale. Alla radice di tutto questo non
vi è il dato rivelativo – che sarebbe comprensibilmente rifiutato dal
non credente – ma la normatività della legge naturale, assunta dalla
Rivelazione, ma di per sé indipendente da essa e riconoscibile da tutti.
Tutto questo si scontra con due evidenze. Da un lato, la legge
naturale, invocata come universale a sostegno della universalità delle
posizioni morali cattoliche, è riconosciuta come tale quasi
esclusivamente dal pensiero cattolico. Se universale, dovrebbe essere
accolta e quantomeno difesa da ampie fasce di pensiero non cattolico, cosa
che invece non avviene.
In secondo luogo, la legge naturale oggi viene prevalentemente
invocata – in una sua versione per così dire “biologico
-naturalistica” – soprattutto di fronte ai problemi inerenti la salute
e la sessualità. In realtà, nella accezione tomasiana la lex
naturalis è tale in quanto coessenziale alla natura dell’uomo,
essendo a sua volta natura ut ratio, cioè conforme alla razionalità
incarnata che è tipica ed esclusiva dell’essere umano, non avendo di
per sé alcun connotato biologico, ma estendendosi all’intero ambito
espressivo di tale natura razionale.
Dal canto suo il mondo “laico” non ha alcuna difficoltà ad
aggettivare come “cattolica” una certa prospettiva bioetica,
accettandola sul piano del confronto dialettico, ma trova insostenibile
che la visione cattolica possa proporsi come unica visione etica
accettabile.
In realtà c’è del vero in entrambe le posizioni. E’ indubbio,
infatti, che l’etica cattolica ha una sua portata universale e non si
pone come etica di élite per il gruppo dei credenti o come etica
settaria per i movimenti degli adepti. Tuttavia, non sempre la normatività
etica che essa propone si manifesta conforme al migliore sentire etico
della sensibilità odierna anche in ambito morale. Questo è
particolarmente evidente in questioni come la contraccezione, come in
alcune tipologie di procreazione medicalmente assistita e in alcuni
aspetti relativi alla fine della vita. Un migliore e più costruttivo
dialogo col mondo cosiddetto “laico” sarebbe certamente di giovamento
ad entrambi gli “schieramenti”, se possiamo continuare ad usare questo
improprio termine bellico. Non dimentichiamo in tal senso, l’insuperata
lezione di San Tommaso che proprio dalle argomentazioni avverse partiva
per confutarle o, in parte, accettarle alla luce della Rivelazione e della
ragione.
Chiesa,
stato e bioetica.
Escludendo gli stati teocratici dove, di fatto, non esiste
il concetto stesso di laicità e quelli totalitari che assorbono
tutto nella propria ideologia statuale. La tipologia oggi prevalente nelle
democrazie occidentali, è quella dello stato laico che non fa sua
alcuna opzione religiosa o confessionale, accogliendole tutte sia pure con
alcuni limiti correlati a precise opzioni politiche o interessi dello
stesso stato. In tale prospettiva, lo stato laico ritiene che qualunque
“pressione” o condizionamento da parte di un pensiero religioso
costituisca un’indebita ingerenza. In realtà, nessuno stato laico
ritiene accettabile, ad esempio, la pedofilia o la prevaricazione
lavorativa, anche se alcuni dei suoi cittadini attuano comportamenti e, a
volte, li rivendicano pure. La difficoltà consiste allora nel trovare una
condivisibilità valoriale, non nell’astenersi dal suo riconoscimento.
Non vi è nulla di strano, quindi, se un pensiero religioso cerca
di dare il suo contributo ad una riflessione sulla realtà valoriale in
oggetto chiedendo anche una diversa formulazione legislativa. Non vi è
alcuna ingerenza in questo, ma solo la volontà di affermare e di tutelare
un diritto che il proprio credo ha più efficaci strumenti per
interpretare. Dal punto di
vista della res publica, il cristiano non è meno “laico” del
non cristiano a meno che non si voglia imporre per legge alcune sue
specifiche opzioni di fede.
Pertanto il compito della chiesa si esaurisce lì. Essa deve godere
del pieno e inalienabile diritto di poter affermare principi e valori
ai quali attenersi, a svolgere azione educativa in tal senso e a
promuovere e apprezzare leggi rispettose dei diritti umani universali e a
condannarne altre, ma non più di tanto. Il resto è compito del
legislatore che, se cristiano, cercherà di trasfondere tutto questo
nell’elaborazione legislativa con assoluto rispetto della pluralità di
pensiero e della multiculturalità degli stati moderni. Ogni passo
ulteriore sarebbe un’indebita ingerenza in un ambito che non le è
proprio.
Bioetica
e biodiritto.
E’
l’ultimo e più problematico punto sul quale si confronta il rapporto
tra etica e diritto. Purtroppo è in atto un profondo riduzionismo per cui
la bioetica sta lentamente scivolando nella biogiuridica che rischia di
assorbirla quasi integralmente. In tal senso, la legge sta assumendo un
ruolo magisteriale che non le è proprio e che invade ed esaurisce
l’ambito della normativa etica. Tutta l’etica sembra doversi
ricondurre ad una legge che ne fissa anche il minuzioso ambito casistico,
se è il caso ulteriormente determinato dal regolamento attuativo. E’
stato così per la legge 40, sarà così per quella sul biotestamento o
sul consenso informato tuttora in elaborazione.
Ovviamente l’ordine morale e l’ordine del diritto positivo non
coincidono anche se, idealmente e tendenzialmente, il primo dovrebbe
trasfondersi nell’altro. In realtà:
·
Non sempre la norma giuridica
interpreta ed incarna un valore. L’intrinseca negatività delle leggi
razziali, della pena di morte o dell’aborto volontario è accresciuta
dal fatto che essa è codificata e tutelata da un diritto legislativo. Per
cui, di fatto, nessuna legge è mai garanzia di eticità, ma va sottoposta
ad una rigorosa ermeneutica morale per valutarne la bontà etica.
·
Inoltre, l’obbedienza alla legge di
per sé non è mai fonte di moralità. Nessun comportamento potrà avere
una qualifica morale positiva solo perché è stato obbediente alla legge.
Non solo, ma la legge di per sé è soddisfatta dalla sua obbedienza
formale. Allo stato non importa che io voglia uccidere una persona,
l’importante è che non lo si faccia. Alla morale che valuta gli
atteggiamenti interessa invece, anche e soprattutto, il “cuore”
dell’uomo. Nel tentativo di
superare tale riduzionismo legalista occorre ribadire che la legge non può
né deve normare tutto. Se, infatti, l’ordine giuridico deve
preoccuparsi del bene dell’ “altro”, cioè dei cittadini tra loro e
dello stato nei confronti dei cittadini, non così per l’ordine morale
che interessa anche i rapporti interpersonali liberamente e reciprocamente
instaurati, e persino la sfera della propria individualità.
·
Infine, va ricordato come l’ordine
giuridico non sia mai di per sé garanzia e tutela assoluta dell’ordine
morale, anche se pedagogicamente ha un importante ruolo in tal senso.
Esistono, opportune leggi che tutelano la proprietà altrui e puniscono i
ladri, ma i furti persistono e così ogni altro reato. Se non vi è una
rigorosa normatività etica che sia imperativo morale per il soggetto ad
agire o non agire in un determinato modo, la legge, pur contribuendo ad
esso, non sarà mai determinante, né è suo compito esserlo.
Eppure, nel sentire comune, vi è oggi un diffuso bisogno di
obbedire a una legge o di imporla e la stessa legge viene costantemente
invocata a tutela dell’etica. Così il rispetto delle norme morali,
anziché essere imputato alla coscienza di chi agisce e alla sua adeguata
formazione è delegato all’osservanza di una legge. Questo non significa
che non debbano esserci leggi che disciplinino anche questi ambiti, ma
solo offrendo ampie cornici di riferimento normativo, non fissando in
dettaglio ciò che si deve fare o no. Se poi questo viene sollecitato
anche dalla chiesa vi è il rischio – forse non pienamente avvertito –
di “far passare” attraverso la mediazione dello stato e della
legislazione i propri valori quando in realtà il messaggio cristiano
dovrebbe rimanere nel contesto di una sua purezza e libertà che prescinde
dai sistemi politici, chiedendo ad essi la piena libertà del suo
esercizio.
Il caso della RU 486 non sarà l’unico, ma potrebbe costituire
l’occasione intraecclesiale di una seria riflessione sui rapporti tra
chiesa e stato, tra cattolici e “laici”, tra bioetica e biodiritto.
Senza perdere mai di vista che il fine ultimo di ogni dialettica morale è
sempre la persona e il suo bene integrale.