EDUCARE
ALLA SALUTE, EDUCARE ALLA VITA
questioni
di bioetica
Mai
più il rispetto di una presunta volontà
diventi
“abbandono terapeutico”
Francesco
D’Agostino *
*Giurista, Presidente dell’Unione
Giuristi Cattolici italiani (UGCI) e
Presidente onorario del
Comitato nazionale per la Bioetica,
editorialista di Avvenire,
Quante
ambiguità attorno alla drammatica morte di Eluana
La tragica vicenda di Eluana Englaro ha contribuito ad
incrinare il corretto uso di un principio, quello di «autonomia»,
che è prezioso sul piano dell’esperienza politica, culturale e
religiosa, ma rischioso sul piano bioetico.
Il punto è che l’autonomia,
come ogni altro diritto, non può non avere limiti; non può cioè
trasformarsi in una pretesa insindacabile. Eppure c’è chi ha voluto
adottare, e vuole adottare in questioni estreme, letteralmente di vita e
di morte, il riferimento alla volontà dei malati come il criterio
regolativo fondamentale per il trattamento da riservare loro.
Rischioso
utilizzare in bioetica la categoria della volontà
Ma siamo certi di poter sempre accertare, senza ombra di
dubbio, quale sia la volontà dei malati? Siamo certi che le indicazioni
che Eluana avrebbe lasciato e che sono state ricostruite, anni e anni
dopo, attraverso testimonianze (problematiche, come in genere tutte le
testimonianze), manifestassero davvero la sua volontà o non piuttosto
alcune sue presunte 'preferenze'?
Chi ha letto i fatti che Avvenire ha pazientemente
verificato riguardo questa dolorosa vicenda arriva a conclusioni diverse.
E poi, brutta parola, «preferenze».
Perché non
parlare di «volontà»? Perché la parola «volontà», particolarmente
se riferita a questioni di vita e di morte, è estremamente pesante e va
usata con rispetto e circospezione.
«Volontà»
implica piena consapevolezza, adeguata informazione, assunzione di
responsabilità, capacità di motivare le scelte che si vogliono porre in
essere: altrimenti essa, per dir così, si degrada in altro da sé, per
l’appunto in «preferenze» o, per usare il termine prediletto da Kant,
in un mero «arbitrio».
È per questo che utilizzare in bioetica la categoria della
volontà è altamente rischioso: perché è pressoché impossibile
valutarne l’autenticità.
Il
primo e fondamentale principio per i medici: curare.
I medici sono sempre stati consapevoli che la malattia, le
emozioni, le ansie, le paure, l’età avanzata, la situazione sociale e
familiare del paziente alterano di norma la sua volontà e lo inducono
spesso a rivolgere a chi li cura richieste ingenue, illusorie, insensate,
futili, sproporzionate, illegali, obiettivamente dannose.
Richieste che il medico deve saper filtrare e alle quali
spesso deve dire di no, non per mancare di rispetto alla volontà del
malato, ma perché in quelle richieste non si manifesta la volontà, ma
l’arbitrio.
La prova è data da quanto sia facile far abbandonare ai
malati, ancorché terminali, propositi eutanasici, quando si attiva con
loro un rapporto autentico e caldo, quando non li si abbandona alla
disperazione, quando li si convince che non resteranno soli nella lotta
contro la malattia. Per
questo, nella insuperata tradizione della medicina ippocratica, il primo e
fondamentale principio non è il rispetto astratto e formale della volontà
del malato, ma l’impegno umano e concreto per curarlo e, se possibile,
guarirlo.
Poteva essere
guarita Eluana? Probabilmente no, ma la scienza non era e non è tuttora
in grado di escluderlo del tutto.
Poteva essere curata? Certamente sì; è stata curata fino
alla fine, e in modo ammirevole, dalle suore di Lecco. Averla fatta morire
eutanasicamente, (cioè con asserita «dolcezza»!), è stato un modo di
rispettarne la volontà autentica e profonda o non piuttosto un modo di
assecondare formalisticamente alcune sue dichiarazioni, probabilmente «arbitrarie»
(per la maniera in cui furono formulate, per quella in cui sono state
ricostruite, per l’emotività che comunque le avrebbe contrassegnate,
per la stessa età che aveva Eluana, quando le avrebbe formulate)?
In questioni estreme, come quelle di cui stiamo parlando,
cioè di vita e di morte, è ancor più evidente che il solo porre tali
questioni (e spero che nessuno voglia negare che porre queste domande sia
legittimo) dovrebbe metterci tutti in allarme.
Chi si rallegra per la conclusione della vicenda Englaro,
pensando che attraverso di essa si sia dilatata la tutela dei diritti
umani fondamentali, dovrebbe riflettere seriamente se in realtà non si
sia ottenuta piuttosto la legalizzazione di una forma, particolarmente
tragica, di abbandono terapeutico.