EDUCARE
ALLA SALUTE, EDUCARE ALLA VITA
la
bioetica personalista:
principi
fondamentali
Mons. Elio Sgreccia *
*teologo, bioeticista,
presidente emerito della
pontificia
Accademia per la vita.
Fondatore del Centro
di Bioetica in Italia presso
l’Università
Cattolica a Roma,
Facoltà di Medicina e
Chirurgia “A. Gemelli”
1.
I
valori della corporeità
Per fondare la Bioetica in senso personalista occorre approfondire
il discorso e incentrarlo sul rapporto corpo-persona, poiché
l’intervento bioetico interessa il bios e cioè la corporeità.
D’altro canto si sa che la corporeità inerisce la persona e la
costituisce anche se non esaurisce la pienezza dei valori della persona:
lo spirito contiene il corpo e lo informa – lo anima- ma nello stesso
tempo lo travalica, lo tracende, da un punto di vista ontologico e
qualitativo.
“L’anima umana, che è il principio radicale della potenza
intellettiva, è il primo principio di vita del corpo umano e la forma
sostanziale di questo corpo. E l’anima umana non è soltanto una forma
sostanziale , come lo sono le anime delle piante e degli animali, secondo
la filosofia biologica di Aristotile: l’anima umana è anche uno
spirito, una sostanza spirituale capace di esistere separata dalla
materia, poiché l’anima umana è il principio radicale di una potenza
spirituale, il cui atto è intrinsecamente indipendente dalla materia.
L’anima umana è insieme un’anima e uno spirito e la sua propria
sostanzialità, la sua stessa sostanza ed esistenza vengono comunicate a
tutta la sostanza umana, per far ciò che essa è, per farla sussistente
ed esistente” ( J. Maritain, Metafisica
e morale, nel vol. Ragione e Ragioni, Ed. Vita e pensiero,
Milano 1982, pag. 90)
Nell’unione
personale corpo-spirito l’“atto esistenziale” è unico e, pertanto,
unifica lo spirito e il corpo e ne fa un unico esistente; quest’atto
esistenziale è l’atto esistenziale dello spirito, perché non è il
corpo che contiene lo spirito, ma è lo spirito che contiene, “anima”,
il proprio corpo: non è lo spirito che vive per mezzo del corpo, ma è il
corpo che riceve vita dallo spirito.
“L’anima umana è una sostanza attuatrice che, mediante la
sua unione sostanziale con la materia, dà esistenza e figura al corpo”
(J. Maritain, op. cit., pag. 91)
L’animazione del corpo, d’altro canto, non comprende soltanto
la vita razionale, ma anche la vita puramente vegetativo- sensitiva; non
ci sono tre anime nell’uomo, ma un’unica animazione sostenuta da
un’unica fonte energetica e informazionale, che è l’anima immortale,
lo spirito. La persona umana risulta così sussistente come tale dal
momento della sua “attualizzazione” nella individualità corporea:
l’unicità dell’atto esistenziale nel rapporto corpo-anima comporta la
simultaneità della vita individuale con la personalizzazione di essa.
Questo fatto, che qui viene semplicemente accennato, fonda di fatto tutta
l’etica relativa alla corporeità umana.
Il corpo , come hanno messo bene in luce la scuola esistenzialista,
quella fenomenologica, la filosofia del linguaggio, incarna nel
tempo e nella storia la persona nella sua totalità, anche se la persona
travalica, va oltre (trascende) la storia, lo spazio e il tempo e, nello
stesso tempo, è “nascondimento” e “velo” di una vita che è
avvolta nel mistero. La corporeità è veicolo di comunicazione
delle persone: “ogni elemento del corpo umano è umano, ed esiste
come tale, in virtù dell’esistenza immateriale dell’anima umana. Il
nostro corpo, le nostre mani, i nostri occhi esistono in virtù
dell’esistenza della nostra anima” (J.
Maritain, op. cit., pag. 91) . Nello stesso tempo la comunione
piena delle persone è velata e in parte ridotta a livello profondo in
quanto “inesprimibile” per mezzo del corpo che rivela e “vela” la
persona.
La corporeità è strumento dello spirito: strumento
energetico e informazionale – si veda tutta la riflessione che viene
fatta sulla mente umana da Eccles ad es. ( K. R. Popper –
J. C. Eccles, L’io e il suo cervello: materia, coscienza e cultura,
Roma 1981) –,
ma strumento insufficiente ad esprimere il tutto dell’energia racchiusa
nello spirito. La tecnologia, nel corso della sua evoluzione, non ha fatto
altro che potenziale lo strumento muscolare, con i vari tipi di utensili e
macchine, oppure lo strumento informazionale, il cervello, attraverso
l’informatica. Ma questa continua ricerca di strumenti più potenti dice
la superiorità dello spirito rispetto al mezzo corporeo e al mezzo
fisico.
Tutto il discorso dell’unità, unitotalità di anima
spirituale e corporeità biologica è fondamentale punto di partenza per
una riflessione bioetica.
L’intervento, ogni intervento, sulla corporeità è intervento
sulla persona; d’altro canto la persona nella sua spiritualità non
si esaurisce nella corporeità; ma il fatto che lo spirito trascende il
corpo fa sì che questo venga incluso in una vitalità e dignità più
grande, che non è quella propria della biologia, ma quella propria della
persona e dello spirito. Da questo punto focale ed essenziale
discendono i principi generali della Bioetica.
2.
I principi
fondamentali della Bioetica personalista.
Se la Bioetica come
scienza non deve accontentarsi di descrivere i comportamenti e le scelte
etiche di fronte ai problemi posti dalla biomedicina, ma deve offrire
delle linee normative di comportamento, allora occorre tenere presente
alcuni postulati o principi che discendono dal valore trascendente della
persona umana considerata nella sua unitotalità.
2.1.
Il
Principio della difesa della vita
fisica.
E’ il valore “fondamentale” con cui si realizza e s’incarna
nel tempo e nella storia, in maniera essenziale, la persona umana.
Si potrà discutere fin che si vuole su che cosa sia la persona
umana, sul momento dell’ “animazione
del corpo” da parte dell’anima spirituale (anche se, in base
all’unicità dell’atto esistenziale, non ci dovrebbero essere dubbi
nell’affermare la simultaneità con il momento della fecondazione): è
fuori dubbio in ogni caso, che senza la corporeità non si può realizzare
la persona, che la vita fisica è perciò il primo
diritto e il primo valore della persona, perché riguarda il suo
“esserci” e perché su tale valore si fondano gli altri valori,
compresa la libertà.
I problemi dell’aborto, dell’eutanasia, del suicidio, ecc.,
trovano in questo primo principio il punto decisivo di riferimento.
Se si leggono i documenti del Magistero della Chiesa su questi temi
si vede bene che il principio dell’inviolabilità sulla “vita umana
innocente” si basa su questa “fondamentalità” del valore che è
rappresentato dalla “vita fisica” e prescinde dalle discussioni
filosofiche sulla definizione di persona e di quelle – frequenti in
altri tempi ed ora strumentalmente richiamate – sul momento dell’
“animazione” del feto da parte dell’anima spirituale.
2.2.
Il
principio terapeutico
Su questi primo
principio si fonda quello che è definito come il principio cardine
dell’etica medica, il principio della globalità, o
meglio, il principio terapeutico. Questo principio ci dice
che è lecito intervenire sulla vita fisica della persona, intaccando
anche la sua integrità, soltanto a condizione che ciò risulti necessario
per la salvaguardia della stessa vita fisica del medesimo individuo nella
sua integrità.
E’ in base a questo principio che si giustificano gli interventi
chirurgici, la sterilizzazione terapeutica, e tutto ciò che rappresenta
come ordinato al bene della individualità fisica della persona, non
altrimenti raggiungibile se non con il sacrificio di una parte dello
stesso fisico.
E’ questo uno dei punti più delicati dell’etica medica, perché
non si può applicare in maniera estensiva ed “extra ordinem” tale
principio, come quando si parla di “aborto terapeutico”, in cui si
sopprime la vita di un individuo subordinandolo alla salute fisica o
psichica di un’altra persona. Oppure quando si vuol giustificare un
intervento demolitivo sul fisico per il “benessere” della persona
(sterilizzazione contraccettiva).
Tutta la medicina si giustifica su questo principio: la
medicina è essenzialmente terapeutica quando è ordinata a difendere la
vita, la sua integrità e la sua salute.
La
prevenzione delle malattie.
La stessa prevenzione delle malattie è prevenzione vera ed entra
legittimamente nell’ordine della medicina se è rivolta a prevenire le
malattie e se è orientata a difendere la vita e la sua globale integrità:
non è prevenzione, ed esempio, l’aborto eugenetico, come non lo è la
sterilizzazione volontaria; mentre è prevenzione il rispetto
dell’ecologia, dell’igiene, l’educazione fisica e così via.
A questo principio si connette anche il principio della “proporzionalità
delle cure”, per cui nel curare si deve ricercare ed accettare
il corrispondente e proporzionato risultato terapeutico: non si può
curare se si sa che la cura non dà risultato terapeutico.
2.3.
Il
principio della libertà e della
responsabilità.
Si sa che una civiltà e una società si caratterizzano a seconda
della concezione che hanno della libertà. Si sa che nella concezione
personalistica dell’uomo la libertà non si disgiunge dalla
responsabilità, così come non si concepisce l’amore senza la persona
amata o da amare.
In Medicina il principio di libertà implica il consenso
informato e la non coattività delle cure. La responsabilità comporta
che il paziente stesso nel porre le sue scelte libere deve tenere conto
dei beni in questione, per cui non può lecitamente rifiutare di difendere
la propria vita e la propria salute avendone la possibilità e i mezzi per
sostenerla. L’obbligo della difesa ella vita, della sua integrità e
della salute vige moralmente per ogni persona, anche nei confronti di se
stessi e anzitutto nei confronti di se stessi.
Il medico, che è in posizione di sussidiarietà, non ha obblighi
maggiori nei confronti del paziente rispetto a quelli che il paziente ha
nei confronti di se stesso.
Il paziente, qualora volesse trasgredire degli obblighi morali, non
potrebbe, d’altro canto, pretendere di vincolare nella trasgressione la
coscienza e la libertà del medico: una donna che chiede l’interruzione
di gravidanza non può obbligare il medico a collaborare quando questi –
come è suo dovere – ritiene illecito tale intervento. Lo stesso
ragionamento vale per la prescrizione della pillola abortiva.
Punti
chiave dell’etica medica.
La libertà suppone l’informazione e il consenso
informato; con questo punto si entra in momenti e fasi delicate
dell’etica medica.
Il consenso informato è necessario per la sperimentazione dei
farmaci, è necessario per l’applicazione delle terapie, specialmente se
non sono esenti da qualche rischio, è necessario per un intervento
chirurgico specialmente se non si prevedono tutte le conseguenze.
Il consenso può essere implicito nel momento in cui il paziente si
affida al medico, ma il consenso implicito non è sempre sufficiente per
un congruo esercizio della libertà–responsabilità nel rapporto
medico-paziente.
Si richiama su questo punto tutta la casistica: il caso di
impossibilità da parte di certi pazienti di dare il consenso, chi debba
rappresentare il paziente in questo caso, quando si possa presumere un
consenso, ecc.
E’ a questo proposito che si rifà anche tutta la casistica delle
terapie obbligatorie in ordine al bene pubblico (vaccinazioni) e delle
cure obbligatorie in casi di infermità mentale del oggetto che potrebbe
essere pericoloso a sé e agli altri. Si colloca su questa linea anche il
rifiuto delle cure, con conseguenze morali, per motivi religiosi (rifiuto
delle trasfusioni di sangue, ecc.).
Questo principio della libertà–responsabilità ha riflessi
peraltro anche in campo giuridico e medico-legale.
2.4.
Il
principio di socialità
E’ un altro punto
fondamentale della gestione della vita e della salute, nonché
dell’esercizio della medicina. L’esercizio della medicina è un fatto
eminentemente sociale in quanto il rapporto persona-società è rapporto
di reciprocità.: la persona non può crescere e maturare senza la società,
né la società può esistere senza la persona. E’ altrettanto chiaro
che il primato, in quanto rapporto reciproco, spetta alla persona: è la
società che nasce dalla persona e dalla relazione interpersonale. La
società esiste come fine in funzione della persona; è in ogni singola
persona che si concentra tutto il bene della società.
Si deve fermamente respingere l’applicazione del principio della
globalità alla società, come un corpo da salvare nella sua integrale
globalità, a costo del sacrificio del singolo membro (della singola
persona): questa concezione fisicista della società ha costruito i lager
e i gulag. A questo aberrante principio oggi si appella qualcuno per
giustificare, ad esempio, la sistematica eliminazione dei nascituri
malformati.
Il principio di socialità, considerato in senso positivo, è
capace di favorire l’esplicarsi
della medicina come servizio, ovvero l’accettazione dei necessari
sacrifici economici da parte della comunità per le spese richieste dalla
sanità e dalla cura delle malattie.
Applicazioni
peculiari del principio di socialità in medicina.
Il
principio di socialità in medicina ha delle applicazioni peculiari nella
donazione degli organi, dei tessuti, di sangue, nell’incremento del
volontariato, nelle adozioni, anche prenatali, e in tante altre forme
proprie dell’assistenza medica.
Non dobbiamo dimenticare che gli ospedali sono sorti come fatti di
generosità sociale, di volontariato e di servizio e tali sono rimasti per
diversi secoli, fino alla loro strutturazione in enti civili e pubblici a
cominciare dal tempo della Rivoluzione Francese.
Tutt’oggi la medicina sarebbe inconcepibile e impraticabile al di
fuori di una continua ricerca della giustizia sociale, senza una continua
sollecitazione della generosità sociale e senza una convinzione che la
salute è bene personale e bene sociale ad un tempo.
2.5.
Il
principio di sussidiarietà.
Anche questo è un principio basilare per la difesa della vita e
della salute. Questo principio implica due atteggiamenti da parte della
società politica: anzitutto chiede alla società politica di non
sopprimere le responsabilità personali e di non sostituirsi alle
responsabilità dei singoli e alle legittime iniziative dei gruppi
sociali. Richiede anzi, al contrario, alla società politica di orientare
tali responsabilità al bene comune e di sostenerle. Ciò comporta che la
società politica debba spendere di più dove è più richiesto, dove, cioè,
i singoli e i gruppi non possono aiutarsi da soli.
Tradotto in campo sanitario applicare questo principio significa
che lo Stato dovrà spendere di più per chi è più malato e non ha la
possibilità di aiutarsi da solo.
Su questo punto ci si viene a scontrare facilmente con un altro
principio – valido per altri versi ed in altri campi -, quello del
cosiddetto principio costi/benefici. In nome del
principio economico “costi/benefici” lo Stato è tenuto a spendere di
più laddove la spesa rende di più in termini economici ed è portato a
non spendere laddove tale spesa rappresenta una semplice perdita.
Poiché la sanità in tutto il mondo occidentale richiede un
assorbimento sempre più elevato di spesa, a causa della socializzazione
della medicina, che pone queste spese a carico dello Stato, si determina
un conflitto tra la gestione economica della spesa e il sostegno da dare
alla salute. In tal senso si prospetta l’ “eutanasia sociale” per i
soggetti inguaribili, cronici, perché l’assistenza a questi soggetti
richiede enormi spese.
Principio
delle cure proporzionali. Per i due principi,
quello della sussidiarietà, che finalizza all’uomo
più bisognoso la maggior spesa, e quello dei costi/benefici,
che invita ad evitare le spese improduttiva, si devono trovare e si
possono trovare delle composizioni e dei punti di incontro, fermo
restando l’obbligo di curare il malato in proporzione alle sue vere
necessità, di non praticare neppure per ragioni economiche forme di
eutanasia né terminale, né neonatale, né sociale.
Il principio delle cure
proporzionate sopra ricordato, l’educazione sanitaria rivolta
alla prevenzione delle malattie “volute” e al superamento di tanti
falsi bisogni sanitari, la formazione etica e permanente del medico,
possono essere punti necessari per la gestione etica della spesa sanitaria
quando si rendesse necessaria (ticket) anche allo scopo di evitare lo
spreco del denaro per medicine non necessarie.
Le applicazioni di questi principi in campo medico comportano
l’impiego di una adeguata metodologia.
3.
Metodologia
triangolare.
La storia della scienza da Galileo ai nostri giorni, specialmente
dopo l’impiego del metodo sperimentale, ha rivendicato la propria
autonomia dalla filosofia e dalla teologia.
Il dialogo tra scienza e fede è stato sempre invocato, almeno da
parte dei credenti, e a partire dal Concilio Vaticano II in poi è stato
sempre meglio delineato nei documenti del Magistero.
Oggi anche la scienza chiede un incontro con la filosofia, almeno
ciò si verifica per una gran parte degli scienziati e dei filosofi della
scienza. E’ sempre più urgente affrontare i problemi che toccano da
vicino gli essenziali equilibri della vita umana e la sua stessa
sopravvivenza.
Il punto delicato sta nello stabilire come debba avvenire questo
dialogo. La Bioetica ha un solo modo per condurre avanti correttamente la
sua ricerca. E’ il metodo triangolare, rivolto a
rispettare l’autonomia dei vari gradi del sapere e nello stesso tempo la
conclusività e normatività della norma etica.
Alla base di partenza del metodo triangolare vanno posti da una
parte il dato scientifico nella sua integrale ed esatta conoscenza (ad
esempio che cosa significhi e comporti il trapianto di un rene o una
fecondazione in vitro), dall’altro canto va esaminato il fatto sociale
nelle sue istanze e nella sua legislazione e situazione sociologica,
economica e politica. Al centro va posta tuttavia l’antropologia, ovvero
la scienza che riflette sui valori oggettivi della persona, perché la
persona umana è al centro sia della scienza che della società. Il dato
scientifico e la situazione sociologica troveranno il loro punto di
incontro e di misurazione nell’antropologia filosofica e sarà questa a
suggerire le conclusioni etiche sui singoli problemi.
Non è accettabile il principio che tutto ciò che è
scientificamente o tecnologicamente possibile sia ritenuto lecito
automaticamente, né è accettabile che sia ritenuto lecito tutto ciò che
la società nelle sue leggi e nei suoi comportamenti dichiara accettabile
o legale. Né il confronto si deve limitare ad una semplice e reciproca
informazione tra dati scientifici, dati sociologici e istanze filosofiche,
senza che si stabilisca un punto di soluzione e di conclusione orientativa.
La bioetica si pone così come voce e vaglio critico partendo
dal cuore dell’antropologia (scienza che studia i vari aspetti
dell’uomo) di fronte ai progressi della scienza e di fronte ai
comportamenti della società in tutti i problemi che concernono la
bio-medicina e la gestione della salute.