EDUCARE
ALLA SALUTE, EDUCARE ALLA VITA
l'
educazione della
coscienza
morale
Gianni Colombo, teologo
morale *
*docente
di teologia morale presso la
Pontificia
Università Urbaniana . Roma
La formazione della coscienza morale è sempre stato uno degli
impegni prioritari dell’azione educativa in genere e della catechesi in
particolare. Oggi se ne avverte in modo nuovo l’urgenza, insieme della
necessità di ripensare gli opportuni itinerari educativi.
In un’epoca in cui si affermano con forza il valore della
autonomia e i diritti della soggettività, si avverte l’insufficienza di
atteggiamenti e di strumenti pedagogici che si rivelano sempre meno
efficaci.
1.
La
formazione della coscienza oggi.
Nell’attuale
contesto culturale il rischio è quello di perdersi in un vicolo cieco,
affermando l’esigenza di scoprire i valori morali e, nello stesso tempo,
eliminando ogni valido fondamento religioso e razionale nel discorso
morale.
Da una parte c’è il rifiuto generalizzato della morale
tradizionale, con i suoi schemi normativi rigidi, che ignoravano la
centralità della persona, con la sua intenzionalità e il suo progetto
globale di vita. Se ne contesta l’autoritarismo, l’eteronomia,
l’immobilismo conservatore, il legalismo … come fonti di alienazione,
esaltando invece l’autonomia personale e la creatività
nell’individuare valori alternativi e nuove norme che li interpretino.
Dall’altra parte c’è l’incertezza e la precarietà
avvertita nella proposta di una morale puramente soggettiva, che rischia
di esaurirsi nella ricerca di soddisfare i desideri e i bisogni immediati
secondo il criterio della gratificazione individuale, come criterio unico
nel discernere tra il bene e il male. L’esito di questa tendenza è il
dissolversi di ogni autentica proposta morale, con la dispersione
nell’indifferenza, nello spontaneismo e, in definiva, nel nichilismo.
Si pone perciò l’interrogativo: quale via percorrere
perché la proposta morale cristiana sia vera e nello stesso tempo
credibile e significativa nell’attuale clima culturale. ?
Individuo un punto di partenza valido nella indicazione
sintetica, ma decisiva, del Concilio Vaticano II, che assegna alla
teologia morale il compito di rinnovarsi, perché positivamente “ illustri
l’altezza della vocazione dei fedeli in Cristo e il loro obbligo di
apportare frutto nella carità per la vita del mondo “. (OT 16 ).
Ne deriva che il discorso della educazione morale sarà articolato
·
Sul fondamento della persona
“chiamata”, per aiutarla a scoprire le esigenze del suo essere e
della sua dignità, quale soggetto responsabile del proprio divenire,
nella sua essenziale relazionalità a Dio, alle altre persone e al cosmo;
·
Sull’impegno della formazione
della coscienza, per orientarla a sviluppare tutte le sue risorse di
cui la persona dispone, per realizzare il suo vero bene
In questa
prospettiva la coscienza morale si identifica con la persona, con tutte le
sue capacità di intelletto volontà e affettività, in quanto è soggetto
responsabile della risposta personale alla chiamata assoluta di Dio a
vivere la carità nella storia della propria vita.
Si comprende allora la profondità della coscienza e la complessità
del suo operare:
2.
Un
ambiente per l’educazione della coscienza.
Ogni progetto
educativo va collocato nell’ambiente socioculturale nel quale sono
immersi sia gli educatori che i destinatari dell’educazione. La
consapevolezza dei fattori e delle tendenze culturali che influenzano il
modo di pensare, di valutare, di vivere nella nostra società è
indispensabile per favorire la formazione della coscienza in una
prospettiva di libertà e di lucidità.
Questo è necessario soprattutto nell’attuale contesto culturale,
genericamente definito “post moderno”, caratterizzato dalla
fluidità e dalla frammentazione delle interpretazioni. Mi limito ad
alcuni accenni per delineare lo sfondo in cui si attua la nostra azione
educativa.
Alla crisi dei
valori e delle appartenenze forti, si accompagnano orientamenti che sono
all’origine dell’attuale disagio che investe ogni proposta educativa.
Ne segnalo alcuni, senza alcuna pretesa di completezza, in quanto mi
sembrano influire in modo particolare.
a)
Primato del “fare” sul
“contemplare”:
l’efficienza, l’utilità, la produttività diventano i criteri di ogni
scelta, chiudendo l’accesso a tutto ciò che si presenta come gratuito,
sorgente di stupore, meraviglia, sorpresa. Tutto è ridotto
all’ossessione del consumo, anche quando per sua natura dovrebbe essere
esente da ogni sfruttamento consumistico, come l’arte, il gioco e la
religione stessa. Ne deriva un continuo prevaricare dell’avere
sull’essere, delle cose, sulle persone, dei consumi sui valori.
b)
Primato della “tecnica”
sull’ “etica”:
tutto ciò che è tecnologicamente fattibile, è ritenuto valido o è
semplicemente sottratto ad ogni valutazione etica. L’uomo si ritiene
padrone di se stesso e del cosmo. Impegnato a tutto modellare a propria
immagine e somiglianza, con una volontà di dominio che rifiuta ogni
controllo o limite. Ogni normativa etica non sarebbe che un ostacolo al
libero dispiegarsi delle potenzialità della tecnica, considerata come
unica fonte di salvezza e di librazione da ogni male. Su questa via si
rischia non tanto la “morte di Dio”, quanto la morte dell’uomo e
della sua piena umanità.
c)
Primato dell’ “apparire”
sull’ “essere”:
assistiamo oggi alla frenesia nell’imporre la propria immagine. La
ricchezza e il potere, la bellezza e la forza fisica, il successo e il
riconoscimento sociale … sono gli obiettivi che assorbono ogni energia e
i “meriti” che annullano ogni riserva morale. La società
dell’immagine, che emargina e rifiuta quanti non hanno voce o apparenza
vincente, si riduce il più delle volte ad esaltare l’effimero e il
trasgressivo.
Da questi atteggiamenti non può derivare altro che
una pretesa “qualità della vita”, fonte di assurde
discriminazioni: “ La cultura dominante considera la “qualità
della vita” come valore primo e assoluto e la interpreta prevalentemente
o esclusivamente in termini di efficienza economica, di godibilità
consumistica, di bellezza e vivibilità della vita fisica, separata dalle
dimensioni relazionali, spirituali e religiose dell’esistenza. Una
simile cultura conduce, come suo esito ultimo, alla eliminazione di tutte
le vite umane che appaiono insopportabili, perché prive di quella pretesa
qualità della vita”. (CEI, Evangelizzazione e cultura della vita
umana”, n. 6: CEI 4/1996).
Si potrebbe continuare in questa descrizione dei caratteri della
cultura attuale, mai tratti accennati sono sufficienti per renderci
consapevoli dei condizionamenti negativi che possono ostacolare una
autentica educazione alla coscienza morale.
La nostra epoca, d’altra parte, pone in evidenza valori che non
possiamo ignorare, perché riguardano direttamente il nostro argomento. Si
tratta di valori fondamentali, che si presentano come segni del Regno e
che emergono al di là della complessità e frammentarietà del nostro
tempo. Avendo presenti le ambiguità e i possibili errori denunciati dalla
enciclica “Veritatis Spendor” di Giovanni Paolo II, mi sembra
importante sottolineare questo valori:
a)
la dignità della persona, che
richiede di essere riconosciuta nella sua originalità e unicità. Contro
ogni tentativo di massificazione si afferma la volontà di sviluppare la
propria autonomia nel comprendersi, nel possedersi, nel realizzarsi. Anche
le istituzioni (famiglia, scuola, chiesa …) sono viste e accettate per
quanto sono in grado di sostenere lo sviluppo della persona, rispettandone
l’individualità e promuovendone la socialità;
b)
il valore della soggettività,
che privilegia la presa di coscienza della responsabilità personale,
superando la tentazione della delega. Messo da parte il fatalismo passivo
di fronte agli avvenimenti, alle strutture e alle leggi di un preteso
ordine stabilito, si scopre l’esigenza di essere artefici creativi di un
nuovo ordine nelle relazioni interpersonali, familiari e sociali;
c)
il primato della coscienza,
ricollocata al centro del discorso morale, con la richiesta di una
rinnovata attenzione alla sua formazione, pr una educazione integrale
della persona. E’ significativa, in questo senso l’affermazione della Veritatis
Spendor: “ La Chiesa si pone solo e sempre al servizio della coscienza,
aiutandola a non essere portata qua e là da qualsiasi vento di dottrina
secondo l’inganno degli uomini (cfr. Ef 4,16) …” (VS 64).
Sono questi i valori che devono sostenere e orientare ogni
autentica formazione della coscienza, specialmente nel rapporto educativo
con le giovani generazioni. Sono infatti valori che si riferiscono
essenzialmente alla interiorità misteriosa della persona, dove opera
“ la legge dello Spirito che dà la vita in Cristo Gesù “
(Rom 8,2), che supera ogni nostra pretesa di lucidità razionale.
3.
Le
vie dell’educazione della coscienza.
Oltre alla
consapevolezza del clima culturale nel quale siamo immersi, è importante
per l’educatore individuare i percorsi che favoriscono una progressiva
formazione della coscienza. Ne segnalo quattro complementari, che mi
sembrano decisivi per avviare ad u corretto discernimento morale,
rispettoso della soggettività della persona e della oggettività del
bene, come via alla piena realizzazione della personalità secondo le sue
reali potenzialità.
a)
Favorire la consapevolezza della
identità e della dignità di ogni persona.
Consapevolezza di sé e senso di responsabilità
personale sono la base e accompagnano ogni attività della coscienza.
L’esortazione di Leone Magno “
Riconosci, o cristiano, la tua dignità “, posta all’inizio della
parte morale del Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC 1691), è il
primo passo per riconoscere la chiamata di Dio a vivere in pienezza una
vitadi comunione con lui e con i fratelli.
Aiutare
ogni persona ascoprire la propria identità morale, spirituale e
religiosa, significa aiutarla a mettersi nella verità di fronte a se
stessa e a Dio; significa metterla in condizione di riconoscere lealmente
le proprie risorse ei propri limiti per costruire la propria vita;
significa renderla soggetto attivo del proprio sviluppo morale.
b)
Promuovere la maturazione di una
scelta fondamentale, capace di dare unità e senso alla
vita della persona: nella frammentarietà che caratterizzala cultura
attuale, è urgente favorire la presa di coscienza del valore fondamentale
che unifica la proposta morale cristiana in Dio-Amore, che si è
manifestato nella persona di Cristo.
Solo una scelta radicale di seguire Cristo costituisce una
motivazione valida che consente di assumere gli impegni di una vita
cristiana coerente. D’altra parte anche dai frammenti di bene, presenti
nella esperienza di ogni persona, è possibile partire per comporre il
mosaico della globalità dell’immagine cristiana.
“Seguire Cristo” conduce a condividere la sua vita, fino alla
identificazione con lui: identificazione operata dallo Spirito nei segni
sacramentali, per cui “ tutto ciò che Cristo ha vissuto, egli fa sì
che noi possiamo viverlo in lui e che egli lo via in noi “ (CCC
521). La partecipazione alla esperienza di Cristo ci rende partecipi,
nelle fede-speranza-carità, della conoscenza, della fiducia e
dell’amore che Cristo ha vissuto nei confronti del Padre e dei fratelli.
Questa configurazione a Cristo porta a vivere secondo le beatitudini, che
“ dipingono il volto di Cristo e ne descrivono la carità; esprimono
la vocazione dei fratelli associati alla gloria della sua passione e della
sua Resurrezione “ (CCC 1717).
“Seguire
Cristo”, “vita teologale” e “beatitudini” non sono vie
alternative, ma modalità convergenti nell’unica scelta fondamentale di
accogliere il progetto di amore di Dio, rivelato in Cristo, nella propria
vita.
c)
Aiutare a leggere e interpretare
la situazione concreta: si forma efficacemente la coscienza
quando si sensibilizza la persona a cogliere le richieste e gli inviti che
sorgono dalla concretezza di ogni situazione. La fedeltà ai valori
evangelici richiede una loro traduzione nel contesto storico e nella
situazione singolare vissuta dalla persona.
Situazione
che è costituita dalle condizioni personali e ambientali, dagli
avvenimenti e dalle molteplici relazioni interpersonali. E’ lì che si
incontrano “la creatività e l’ingegnosità proprie della persona
“ ( cfr. VS 40), con l’universalità della sua morale (cfr. VS
53).
La
complessità della vita ci obbliga ad un cammino spesso faticoso per
leggere la chiamata di Dio, quale si manifesta nelle varie circostanze che
qualificano l’esperienza morale.
d)
Rendere capaci di utilizzare le
mediazioni,
che consentono e facilitano l’adeguarsi della valutazione morale al vero
bene della persona.
Nella
vita cristiana sono molti gli strumenti che ci sono offerti per mediare
tra la scelta fondamentale della fede-carità e la situazione concreta
dell’esperienza personale: dalla parola di Dio alla formulazione delle
leggi morali, dalla voce del Magistero al consiglio e alla correzione
fraterna, dall’esempio di Maria e dei santi alla reciprocità della
testimonianza nella comunità cristiana, dalla vita liturgica alla
preghiera personale.
Le esagerazioni
legaliste e casistiche del passato non devono annullare il necessario
riferimento ai criteri oggettivi che salvaguardano l’autentica libertà
e dignità della persona. Se questi dati sono posti a servizio della
coscienza nel suo discernere, diventano un aiuto insostituibile per
orientare la coscienza stessa verso la verità, che garantisce la libertà
(cfr. VS 40 e 85)
In questa
prospettiva coscienza e legge morale non solo non si contrappongono, ma
interagiscono positivamente: la coscienza ricercando il vero bene alla
luce di quanto Dio ci ha manifestato sul bene dell’uomo nella creazione
e nella redenzione; la legge illuminando il cammino della coscienza perché
non smarrisca la strada del bene che cerca.
Per questo è
stato detto giustamente chele leggi costituiscono la segnaletica stradale
che ci indica la direzione da seguire per raggiungere la meta, oppure con
un’altra immagine, le leggi sono state equiparate ai paracarri che
delimitano la carreggiata per procedere con sicurezza nel proprio cammino.
In sintesi: consapevolezza
dell’identità personale, della scelta fondamentale, della situazione e
delle mediazioni oggettive sono vie convergenti e interdipendenti, per
attuare un autentico discernimento morale.
Le
condizioni per la formazione della coscienza
La formazione della coscienza non può mai essere considerato un
compito esaurito. E’ un impegno che va continuamente svluppato,
rimanendo aperti al discernimento della voce e dell’azione dello
spirito, nelle situazioni sempre nuove che la sotria di ogni persona ci
propone.
Un’altra ragione che sollecita una continua formazione risiede
nel fatto che la maturazione morale della persona si attua nella gradualità,
in uno sviluppo progressivo, sempre aperto alla crescita, ma anche a
possibili regressioni. Pretendere di forzare le tappe o di imporre ritmi
di sviluppo rigidamente prestabiliti sarebbe una scelta pedagogica
destinata al fallimento.
Per procedere con fiducia e prudenza sapienziale è indispensabile
tener conto sia della complessità dei fattori che condizionano lo
sviluppo morale (fattori genetici, socio-culturali e psichici), sia della
gradualità che caratterizza lo strutturarsi della personalità morale di
ogni individuo.
Diviene sempre più necessario tenere conto dei risultati raggiunti
dalle scienze dell’uomo per comprendere meglio i processi che
accompagnano lo sviluppo della coscienza morale (genetica e medicina,
psicologia e sociologia, antropologia culturale ….).
Tutto questo non contraddice la gratuità della grazia che proviene
dallo Spirito e rende possibile inserire nella libertà umana la scelta
fondamentale di fede-carità. C’è una continua interazione tra le
disposizioni umane delle persona e l’azione dello spirito.
Ne deriva l’esigenza di una educazione della coscienza morale,
inserita nell’impegno della educazione globale della persona:
-
secondo la sua chiamata, con il
“nome” che Dio le ha dato;
-
secondo le sue modalità e i suoi ritmi
di risposta, in armonia con la sua concreta situazione;
-
secondo la sua storia personale di
crescita, tra successi e in successi, che rivel al’azione nascosta ma
potente dello Spirito.