EDUCARE
ALLA SALUTE, EDUCARE ALLA VITA
Etica
e bioetica: gli orizzonti
a cura di Olmo
Tarantino
1.
Introduzione
Nel corso degli ultimi decenni abbiamo assistito ad una vera
esplosione tecnologica sia nel campo delle scienze biologiche che nel
campo della medicina clinica. Il progresso tecnologico, se ha aumentato
considerevolmente le nostre possibilità diagnostiche e terapeutiche, ha
accresciuto in modo imprevedibile le responsabilità morali del personale
sanitario il quale si trova sempre più spesso a dover rispondere
all’interrogativo se sia moralmente lecito porre in atto ciò che è
diventato tecnicamente possibile.
Un’altra conseguenza del progresso tecnologico è stata
l’ampliarsi del concetto di etica medica. Essa è nata con
la medicina stessa che sempre è stata e sarà un’impresa morale. Ma, ad
un certo punto, l’etica medica ha preparato il terreno per la
costruzione di un’etica più generale, la bioetica, la
quale “designa un universo molto più inclusivo di quello rappresentato
dal regno della medicina” (Reich). L’etica medica ha perduto quindi la
sua posizione di protagonista ed è diventata un capitolo, sia pure molto
importante, della bioetica. Quest’ultima è diventata un movimento
intellettuale importante in tutti i Paesi, ha appassionato il pubblico, le
Università hanno istituito Centri o Cattedre di bioetica, e i problemi
bioetici come l’aborto, l’eutanasia, l’ingegneria genetica sono
frequente oggetto di discussioni nei mass-media e nella stampa quotidiana.
Ma, paradossalmente, lo sviluppo della bioetica ha messo un po’
in ombra l’etica clinica, l’etica “al letto del malato” che i
medici di due generazioni fa apprendevano in corsia dalla viva voce dei
loro Maestri.
Questo diminuito interesse per l’etica clinica si riflette anche
nella letteratura: negli ultimi decenni vi è stata nel nostro paese una
fioritura di eccellenti opere di bioetica scritte da illustri teologi
moralisti cattolici. Ma in tutte queste opere non è difficile rilevare
che gli aspetti filosofici e biologici hanno la meglio sugli aspetti
clinici.
Eppure l’etica clinica, anche se si voglia considerarla un
semplice capitolo della bioetica, merita attenzione particolare da parte
dei medici che incontrano ogni giorno, al letto del malato, i “se”, i
“ma” e i “forse” di quella che si potrebbe chiamare
“l’indecisione etica”.
1.
2.
L’etica
clinica
L’etica clinica studia i problemi etici concernenti le relazioni
fra i vari membri delle equipe sanitarie ospedaliere e le loro relazioni
col malato; e soprattutto i problemi ed i dilemmi etici che affiorano nel
corso della diagnosi e della cura dei singoli malati. Questi problemi e
questi dilemmi impongono al medico la necessità di risolverli.
Come comportarsi, ad esempio, di fronte ad un paziente che rifiuta
un intervento diagnostico o terapeutico essenziale per la sua
sopravvivenza ? Quale valore si deve attribuire ad un “testamento
biologico”? Quando è eticamente permissibile sospendere la ventilazione
meccanica, l’idratazione ? Si tratta di interrogativi angosciosi che
suscitano nel medico disagio e malessere in parte per la natura stessa dei
problemi etici che concernono talvolta la vita e
la morte, in parte perché il medico si accorge di non essere stato
preparato a risolverli.
Mentre la sua formazione tecnica gli consente, senza troppa
difficoltà nella maggioranza dei casi, di formulare la diagnosi e di
prendere le relative decisione terapeutiche, di fronte al problema etico
il medico si sente incerto nelle sue decisioni, teme di sbagliare e
interroga invano la sua coscienza.
Peraltro si deve registrare una scarsa simpatia per l’etica sia
da parte degli studenti in medicina che da parte dei medici.
I primi, non avendo ancora raggiunto responsabilità decisionali, e
presi come sono dagli aspetti tecnici della loro formazione, non hanno
dubbi o perplessità su ciò che si debba o non si debba fare
nell’interesse del singolo malato. Semplicemente essi “non vedono”
gli aspetti etici ed umani dell’assistenza. Soltanto con l’assunzione
delle prime responsabilità decisionali si renderanno conto
dell’esistenza di problemi alla soluzione dei quali non sono stati
preparati.
Molti medici poi sembrano provare un istintivo sentimento di
rigetto per l’etica, considerata a torto una indebita ingerenza esterna
nel campo della medicina. Temono che l’etica sia un cavallo di Troia
destinato ad introdurre nel campo della medicina, e ad imporre ai medici,
ideologie religiose o laiche. Altri medici ritengono che
il Codice di deontologia professionale sia sufficiente a risolvere
tutti i problemi. Altri pensano di risolverli con l’intuizione e con la
“coscienza morale”, ignorando che quest’ultima è basata
anche su elementi cognitivi che devono essere appresi.
Ma questo atteggiamento indifferente o ostile di fronte all’etica
clinica è destinato senz’altro a cambiare. Ci si renderà finalmente
conto che senza una adeguata formazione nel campo dell’etica, della
psicologia e delle altre scienze umane, il medico è un tecnocrate, poco
umano.
L’insufficiente formazione etica del personale sanitario è
responsabile di molte delle critiche che vengono risvolte dai malati e
dalle loro famiglie. I medici vengono accusati di essere diventati dei
tecnocrati, di depersonalizzare il malato ignorandone i valori, le attese,
i desideri, i bisogni. Li si accusa di scarsa compassione, la quale
richiede che ogni atto medico sia radicato nel rispetto della persona che
richiede aiuto.
Molte altre potenti influenze contribuiscono ad erodere o
addirittura ad estinguere la compassione dei medici per il malato: il
fascino della tecnologia, le influenze depersonalizzanti della medicina
statalizzata, la sostituzione delle cure effettuate dal singolo medico con
le cure effettuate da una équipe, la persistente concezione
scientifico-positivista di una scienza medica separata dai valori umani e,
finalmente, una educazione medica che fa ben poco per aiutare lo studente
a sviluppare la sua “humanitas”
2.
3.
L’arte di
curare.
La medicina non è solo scienza, ma è scienza ed arte: l’arte
di curare.
La
medicina, separata dall’humanitas delle cure, è una medicina
insufficiente. L’arte di curare, come era considerata nella Grecia
antica, ha come obiettivo sconfiggere la morte e la malattie, due cose che
hanno a che fare con l’essenza più profonda dell’uomo, con la sua
più intima fragilità, con ciò che, qualunque sia il suo grado sociale o
culturale, lo rende nudo di fronte alle domande più dolorose.
Anche la scienza ci dice di come per esempio un lutto o uno stress
profondo possano abbassare le difese immunitarie e favorire l’insorgere
delle malattie. Dunque il percorso terapeutico non può dimenticare la
cura globale della persona.
Possiamo bloccare con i farmaci molte patologie e i progressi della
medicina hanno aumentato a dismisura la sopravvivenza, per esempio, dei
malati di cancro anche solo rispetto a dieci anni fa. Ma vincere una
malattia non può significare per un uomo soltanto ripristinare alcune
funzioni vitali per l’organismo. E soprattutto curare un uomo non può
prescindere dalla cura, dall’accoglienza e dalle informazioni che sono
un suo diritto. Perché la parola ha un posto speciale nel cuore
dell’uomo, è la sua possibilità di comprendere, di fare in modo che il
dolore trovi una ragione che possa diventare un’esperienza umana e, per
chi ha fede, anche un tramite con Dio.
3.
4.
La
coscienza morale
Nel profondo di ogni
uomo esiste una voce che dice: “Così non va bene, non fare così …
puoi ingannare gli altri ma non me !”. E’ la voce della
coscienza che chiede di essere ascoltata per non trasformarci in robot
o animali che vivono guidati dal solo istinto.
La coscienza nell’accezione neurofisiologica è la
consapevolezza di sé e dell’ambiente che ci circonda, cioè della
realtà esterna a noi stessi. E’ costituita da una somma di elementi di
carattere percettivo, intellettivo e affettivo che definiscono e inducono
in un soggetto uno stato di consapevolezza e di organizzazione della
propria esperienza.
Mentre la coscienza, in senso neurofisiologico, rappresenta la
capacità di recepire e di integrare le informazioni esterne raccolte
attraverso gli organi di senso e di addizionarle, confrontandole con
quelle già deposte nella memoria, si sviluppa sempre e comunque quale
funzione superiore della mente umana, la “coscienza morale”
per svilupparsi necessita
di una adeguata formazione.
Le leggi morali insite nella natura umana, impalpabili, richiedono
di essere svelate con l’uso dell’intelligenza, dell’intuizione,
della razionalità, della riflessione, del buon senso,
dell’atteggiamento critico ed in tal modo esse diventano evidenti.
La capacità di prendere coscienza delle conseguenze delle
proprie azioni e sentire l’impegno interiore di non rifiutarle o
rinnegarle, prende il nome di responsabilità morale
Il termine responsabilità, nel senso morale, comporta il concetto
di valutazione (rem ponderare) dei beni in questione di fronte alla scelta
libera, e comporta anche l’esigenza di dover rispondere (rem-ponderare)
di fronte alla coscienza
E’ facile trovare persone che fanno professione di principi
etici, ma che per superficialità o per poca chiarezza e coerenza,
lasciano agli altri – alla famiglia, alle strutture, alla società
civile – il compito di portare il peso delle loro azioni.
Per il cristiano la
coscienza morale è il nucleo più segreto ed il sacrario
dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona
nell’intimità propria. Tramite la coscienza si fa conoscere in modo
mirabile quella legge , che trova il suo compimento nell’amore di Dio e
del prossimo.
Nella fedeltà alla coscienza i cristiani si uniscono agli altri
uomini per cercare la verità e per risolvere secondo verità tanti
problemi morali, che sorgono tanto nella vita dei singoli quanto in quella
sociale … (Concilio Vaticano II, Gaudium et
Spes, n.16)
4.
5.
Dalla morale medica alla bioetica
Nel campo dell’etica medica la Chiesa ha sviluppato su questa
materia tutto una dottrina morale rivolta non solo ai medici, ma anche a
tutti i cittadini ed autorità. Essa si è occupata di tutto ciò che deve
essere salvaguardato nel momento in cui l’uomo agisce sulla vita fisica,
sul corpo di un altro uomo, anche nel momento o con l’intento della
terapia.
C’è stato un periodo storico significativo in cui avvenne la
massima espressione della “morale medica” in campo cattolico: sono gli
anni del pontificato di Pio XII. Chi ripercorre gli insegnamenti dei Radiomessaggi
e Discorsi di Pio XII rivolti ai medici si accorge che due sono le
provocazioni che essi sottintendono: la presenza dei crimini nazisti,
perpetrati non soltanto nei campi di concentramento, e l’avanzare di un
progresso tecnologico che nella sua ambiguità poteva essere e può essere
volto alla oppressione o soppressione della vita umana.
Ed è proprio a questo crocevia storico che va collocata la nascita
della Bioetica. In seguito al processo di Norimberga si affermano due
linee di riflessione: l’una di natura giuridica in campo internazionale
che ha per scopo la formulazione dei “Diritti dell’uomo” e l’altra
filosofica, che si delinea sempre più nella ricerca di una fondazione
etica, razionale e filosofica, di tali diritti. Poiché i crimini peggiori
furono commessi contro la vita fisica dei prigionieri e delle persone in
genere, anche con la collaborazione dei medici, la riflessione ebbe
soprattutto per oggetto la rivendicazione di un’etica a favore del
rispetto della vita.
4.
a.
Riflessione
giuridica
Sulla prima linea si è sviluppata tutta una codificazione a
cominciare dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo,
pubblicata dall’O.N.U. (10 dic. 1948), e dalla Convenzione di
salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle linee fondamentali
(trattati di Roma del 4 novembre 1950) che contengono delle affermazioni
impegnative sulla difesa della vita e della integrità fisica insieme alla
difesa e salvaguardia di altre fondamentali libertà civili e politiche,
fino a tutta una serie di Dichiarazioni, Convenzioni, Carte, Codici
a carattere mondiale e regionale.
Tra questi il Codice di Etica Medica pubblicato a Ginevra
nel 1949, contenente il “Giuramento di Ginevra”, la Dichiarazione
di Helsinki del 1964 su la “sperimentazione” sull’uomo, e quella
di Tokio sulla tortura, la Risoluzione del VII Congresso
dell’Associazione Medica Mondiale di Psichiatria del 1977; le Raccomandazioni
del Consiglio d’Europa 1981/2 sulla Banca dei dati in Medicina, e 1978
n. 29 sul prelievo dei tessuti ed organi e altre Raccomandazioni del
Consiglio d’Europa che riguardano la commercializzazione dei farmaci, la
inseminazione artificiale, o diritti dei malati e dei morenti, ecc. Da
ricordare ancora la Dichiarazione di Alma Ata.
Successivamente questa legislazione è stata messa a confronto con
le enunciazioni della “morale religiosa” delle varie confessioni
(cattolica, protestante, musulmana, ebraica).
Questo filone di orientamenti deve essere tenuto presente nella
preparazione deontologica di medici ed infermieri.
4
b. Riflessione di filosofia morale
La riflessione di filosofia morale concernente l’intervento
sull’uomo in campo biomedico ha ricevuto un impulso successivo in
seguito alle scoperte scientifiche più recenti nel campo delle tecnologie
della riproduzione umana (inseminazione artificiale, fecondazione in
vitro) e in tema di trapianti,
sperimentazione farmacologica, tecniche di rianimazione, ecc. Tale
riflessione è stata stimolata in senso autonomo dalla rilevanza
innovativa in un periodo storico in cui le correnti maggiori del pensiero
filosofico, come la Filosofia della scienza, l’Esistenzialismo, La
Fenomenologia, la Filosofia personalista portano l’accento sui limiti
della scienza e sulla necessità di porre al vertice e a salvaguardia del
progresso umano i valori etici. Basti ricordare appena il richiamo di
filosofi della scienza come Popper ed Eccles sulla “provvisorietà”,
“falsificabilità” delle teorie scientifiche e sui limiti del metodo
sperimentale.
c.
La crisi di fiducia cieca nella
scienza.
Jaspers – medico, psicologo, filosofo – ha sottolineato
l’incapacità della scienza sperimentale a penetrare la conoscenza
del’essere, a scoprire il senso della vita e il significato stesso della
scienza. Si ricordi quanto hanno scritto Scheler e Hartmann sulla
filosofia dei valori, anche se con una fondazione talora emotivista e
intuizionale.
L. Wittgenstein, filosofo analista, scriveva: “ noi sentiamo
che sia pure tutte le possibili domande dalla scienza ricevessero una
risposta, i problemi della nostra vita non sarebbero nemmeno sfiorati”
Le scoperte
scientifiche nel campo dell’energia atomica e nel campo della
biomedicina hanno portato, d’altro canto, l’umanità al bivio tra la
capacità di produrre la vita e di cambiare il codice genetico della
specie (autopoiesi) e la capacità dell’autodeterminazione e di
provocare la scomparsa della specie umana dalla faccia della terra.
La ricerca biologica, sempre più pronunciata ed aggressiva
all’interno della medicina, può portare a cogliere le lontane origini e
le cause di malattie finora invincibili (forse anche il cancro, oltre che
le malattie genetiche), ma dischiude nel contempo possibilità enormi di
incidere sugli equilibri umani fondamentali.
L’equilibrio tra l’amore coniugale e la vita è chiamato in
causa dall’uso della contraccezione, dalla diffusione dell’aborto,
dalla fecondazione artificiale in vitro. L’equilibrio tra la natura
(ecologica e biologica) e la persona, l’equilibrio tra la persona e la
società, tra la tecnologia e i valori umani: tutto questo è messo in
giuoco dal progresso in campo biomedico, così che tale equilibrio può
essere promosso o compromesso a seconda delle opzioni etiche che vengono
fatte anche in questi campi di ricerca.
La stessa nozione di salute contiene e comprende una dimensione
etica: la salute infatti è da definire come equilibrio interattivo
all’interno del soma, tra il soma e la psiche, tra l’uomo e
l’ambiente: le decisioni e le responsabilità delle singole persone e le
scelte di politica sanitaria possono avvantaggiare la vita o contribuire a
comprometterla, emarginarla e sopprimerla.
La crisi di fiducia cieca nella scienza, come se tutto quello che
viene fatto in suo nome fosse automaticamente un bene e si risolvesse a
vantaggio dell’uomo, ha fatto aprire gli occhi. Era giunto il momento
del discernimento domandandoci quale tipo di vita vogliamo, interrogandoci
anche se tutti i poteri disponibili devono essere messi in opera.
Rispuntarono – siamo negli anni ’70 del secolo scorso - così le
parole essenziali su cui per secoli si è esercitata la riflessione etica
dell’umanità: “bene”, “male”, “giusto”, “ingiusto” …
Ne deriva che un’etica in campo biomedico s’impone come
un’etica fondata sulla ragione e sul valore obiettivo della vita e della
persona.
d.
La Bioetica
“Bioetica” è una parola composta da due radici di origine
greca: bios, vita, e ethikè, comportamento, abitudine, costume, uso (
quest’ultimo è il più antico termine ethos). Letteralmente significa:
etica della vita e investe la riflessione filosofica sul comportamento
umano di fronte alle grandi domande su ciò che è bene e ciò che,
invece, è male dal punto di vista morale.
Il neologismo bioetica viene coniato nel 1970
dall’oncologo australiano Van Rensselaer Potter nell’articolo
Bioethics: the Sciance of Survival, che diventerà poi, l’anno dopo, il
primo capitolo del libro: Bridge to the future. (Ponte verso il futuro)
Determinanti nella nascita della bioetica come scienza sono stati
da una parte lo sviluppo delle conoscenze scientifiche e tecniche e,
dall’altra, il ritardo della riflessione necessaria per il suo utilizzo.
Lo hiatus fra cultura scientifica e cultura umanistica faceva emergere la
legittima paura per la sopravvivenza stessa dell’umanità. Potter
utilizza nel titolo del suo libro la metafora del ponte, per auspicare un
collegamento fra le due culture scientifica e umanistica, e, nello stesso
tempo, per gettare un ponte che dal presente si proietti al futuro: “ il
proposito di questo libro è di contribuire al futuro della specie umana,
promuovendo la formazione di una nuova disciplina, la disciplina della
bioetica”.
La definizione classica è quella di W. T. Reich: “ Studio
sistematico della condotta umana nell’ambito delle scienze della vita e
della salute, in quanto questa condotta è esaminata alla luce dei valori
e dei principi morali.”
Pertanto possiamo definire la bioetica, come la scienza
che regola il comportamento umano nel settore della vita e della salute;
guidato da valori e da principi morali universali.. Il valore morale
è costituito dalla persona umana in sé, e quindi un bene oggettivo e
conoscibile …..Gli uomini non sono “qualcosa”, bensì “qualcuno”
e, in quanto tali, hanno una dignità in senso forte che li sottrae per
principio alla nostra disponibilità …..La forza della nostra cultura
sta principalmente nell’idea della dignità dell’uomo, di ogni uomo.
E’ grazie a quest’idea che l’universalità dell’umano si concilia
con la particolarità dei modi di attuarla, sia sul piano della vita
individuale, sia sul piano della vita dei popoli e delle nazioni ….
La bioetica così
si è autoimposta come filosofia morale che ha per oggetto e ambito
l’intervento dell’uomo sull’uomo in campo biomedico. Oggi nelle
Università la prospettiva etica viene posta a confronto sistematico con
le scienze biologiche, mediche, giuridiche, filosofiche e teologiche.
Centinaia sono ormai gli Istituti di Bioetica sorti in tutto il
mondo con ricercatori a tempo pieno che hanno prodotto centinaia di
volumi. L’Encyclopedia of Bioethics, è il frutto di una
collaborazione internazionale. Sono sorte pubblicazioni periodiche
specializzate come il Journal of Medical Ethics a Londra nel 1975; sulle
riviste scientifiche si trovano infatti i problemi di bioetica che si
pongono all’interno delle singole specialità con una insolita
frequenza.
Comitati etici con compiti consultivi vengono costituiti
all’interno dei grandi ospedali per dare il parere di fronte a
situazioni pratiche che vengono poste all’attenzione dei medici nella
esplicazione della loro attività professionale. Comitati etici o
etico giuridici sono istituiti come organi consultivi e di studio
da singole autorità governative e da organismi internazionali.
5.
6.
Quali fondazioni e quale etica
L’ambito della
bioetica comprende, lo ripetiamo, non soltanto la trattazione di temi
relativi ai recenti progressi della biologia – come la fecondazione in
vitro e l’ingegneria genetica -, ma abbraccia anche i temi tradizionali
di etica medica, quali l’aborto, la sterilizzazione, l’eutanasia, la
sperimentazione dei farmaci, il consenso del paziente, ecc.
Se si pone attenzione alla mentalità corrente con cui si
costruisce il giudizio etico su queste tematiche si possono individuare
tre modelli di valutazione.
a.
Il modello”radicale”
Il primo modello è quello che sottintende una filosofia radicale e
in definitiva nihilista. Il criterio di eticità per questa prospettiva
consiste unicamente nell’affermazione della libertà, propria e altrui;
di fronte alla libertà non esiste limite “oggettivo”. Così viene
difesa la libertà del suicidio (massima espressione della libertà per
alcuni), la libertà del living will e perciò dell’eutanasia,
libertà di abortire da parte della donna, libertà di sterilizzazione
volontaria e così via. Bisogna dire che in questo tipo di rivendicazione
della libertà, il concetto di libertà non è collegato con quello di
responsabilità, in quanto la libertà non si fa carico di alcun valore
oggettivo, ma soltanto di sé.
Soprattutto non si capisce se la libertà presupponga qualche altra
realtà, ad es. la vita (per essere liberi bisogna prima esistere
concretamente !) oppure la libertà è soltanto attività ludica e, perciò,
essa stessa vana. Possiamo dire che questa teoria più che un’etica è
una “non etica”: raramente la si trova sistematizzata, ma viene
vissuta e si rende presente soprattutto nelle scelte politiche e
legislative.
b.
Il modello “utilitarista”
Una seconda prospettiva è riconducibile ad una mentalità
pragmatica e utilitaristica a sfondo sociologico, propria della cultura
anglosassone, ma presente anche in altri contesti culturali: si parte dal
presupposto, più o meno esplicitato, che ogni epoca ed ogni cultura hanno
la loro etica e che, pertanto, questi problemi non possono essere
affrontati con posizioni di principio, ma piuttosto vanno risolti con
soluzioni empiriche in base ad un calcolo dei vantaggi ed evitando ciò
che è manifestamente urtante contro l’opinione della maggioranza.
Una volta, poi, che la legge abbia fissato dei criteri di
comportamento diventa automaticamente lecito – secondo questa posizione
– ciò che è legalizzato. In definitiva, quando nessun valore è
affermato come assoluto, il carico della definizione dei problemi etico-
sociali viene a cadere sulla legge positiva. Il positivismo giuridico
viene a sostituirsi alla trascendenza della legge morale.
Questa mentalità ha prevalso, ad es. nella redazione del Rapporto
Warnock per ciò che riguarda la F.I.V.E.T (Fertilizzazione in Vitro
con Embryo Transfer = procreazione assistita) in Inghilterra e si viene
affermando anche in altri Paesi: lo stesso criterio di compromesso
empirico è stato seguito in fatto di legalizzazione dell’aborto,
problema in cui non si riesce più a rintracciare un criterio obiettivo di
difesa della vita e della persona: praticamente si fa così, perché la
maggioranza ha così deciso !
Positivismo giuridico, empirismo e utilitarismo etico, compromesso
politico, si trovano in mistura e in alleanza, con palese prevaricazione
anche delle enunciazioni costituzionali di molti Stati.
c.
Il modello “personalista”
La
terza prospettiva con cui vengono affrontate le problematiche della
bioetica è rappresentata dal criterio “personalista”: la
persona umana viene a porsi come valore intangibile, trascendente ed
oggettivo. I valori della corporeità e della salute vengono collocati
all’interno della visione personalista dell’uomo. Gli stessi
interventi biomedici vengono considerati in relazione alla persona umana.
La società viene considerata a servizio della persona e come comunità di
persone.
La persona, valore trascendente sulla realtà mondana, viene ad
essere il fine di ogni agire ed è anche il soggetto che “scopre” il
vero. Nella ragione umana e nella coscienza morale che su di essa si
fonda, si rende presente la legge morale come superiore giudice rispetto
ai propri comportamenti liberi, rispetto ai comportamenti sociali e alle
stesse leggi civili.
Ciò che costruisce la persona, la rispetta, la aiuta venendo così
a configurarsi come eticamente positivo; ciò che depaupera o, peggio,
sopprime la persona diventa eticamente negativo. E’ su questa
impostazione, e a nostro avviso soltanto in questa prospettiva, che si può
costruire un’etica della vita, una Bioetica.