Patriarcato di Venezia - Ufficio per la Pastorale della Salute

    

Direttore:  Mons Dino Pistolato

 

 

11 febbraio 2011

XIX Giornata Mondiale

del Malato

La preghiera

 

 

La Chiesa al servizio dell’amore per i sofferenti”

             Tema della Giornata Mondiale del Malato – 11 febbraio 2010

 

 

1 Introduzione

2 sofferenza dei malati

3 Vangelo della sofferenza

4 strada dei feriti

5 educazione alla vita e alla salute

6 esempio di Gesù

7 buoni samaritani

8 relazione umana nella malattia

9 non autosufficienti e famiglie

10 rete per l'umanizzazione

11 relazione come stile di vita

12 comunità e scelte politiche

13 Chiesa veneziana

14 Va' e anche tu fa così

15 master sull'uomo persona

 

  La Chiesa al servizio dell’amore per i sofferenti”

             Tema della Giornata Mondiale del Malato – 11 febbraio 2010

 

La Chiesa nella sua storia ha sempre testimoniato la vicinanza a chi soffre. In maniera particolare la cura pastorale e le numerose istituzioni di accoglienza, assistenza e ricovero per gli ammalati, nascono dal mandato di Gesù ai suoi discepoli: “Predicate il Vangelo e curate i malati”.

   La presenza e l’azione della Chiesa oggi devono essere di ampia corresponsabilità e coinvolgimento. Non si tratta solo di curare le emergenze e di intervenire nei casi più drammatici. Bisogna anche analizzare la cause strutturali che provocano dolore, povertà e disagio e saper progettare interventi adeguati che mirino a rimuoverle, promuovendo sinergie e collaborazione con tutti coloro che sono sinceramente interessati al bene comune dell’uomo.

   In questa prospettiva, in particolare, alcune riflessioni riguardano le situazioni di sofferenza nel  territorio del Patriarcato di Venezia, le criticità nei servizi di assistenza, alcune iniziative e suggerimenti pratici “al servizio dell’amore per i sofferenti”.

 

1. Introduzione

  Il Signore Gesù nell’Ultima Cena, prima di ritornare al Padre, si è chinato a lavare i piedi agli Apostoli, anticipando il supremo atto di amore della Croce. Con tale gesto ha invitato i suoi discepoli ad entrare nella sua medesima logica dell’amore che si dona specialmente ai più piccoli e ai bisognosi (cfr Gv 13,12-17). Seguendo il suo esempio, ogni cristiano è chiamato a rivivere, in contesti diversi e sempre nuovi, la parabola del buon Samaritano, il quale, passando accanto a un uomo lasciato mezzo morto dai briganti sul ciglio della strada, “vide e ne ebbe compassione.” Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: «Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno»” (Lc 10, 33-35). ( Messaggio pontificio per la XVIII GMM).

   Predicate il Vangelo e curate i malati” è il mandato conferito agli apostoli da Gesù. L’ “amore che si dona ai più piccoli e ai bisognosi” – enucleata dal Vangelo di Giovanni e rammentata da Benedetto XVI -   è la modalità pratica con cui “la chiesa deve essere al servizio dell’amore per i sofferenti. “

 

2. La sofferenza dei malati oggi

   Il progresso indiscutibile della medicina che ha dato tante nuove possibilità di cura, ha creato però anche enormi aspettative, non sempre raggiungibili e problemi etici che, svincolati dal pensiero etico e da una prospettiva di fede, contribuiscono alla speranza fallace e alla solitudine del malato dei nostri giorni. Assistiamo, infatti, al moltiplicarsi non solo delle malattie, ma soprattutto della sofferenza e del disagio ad accettarle. Le malattie sono cambiate: prima erano prevalentemente acute e portavano a morte rapida, oggi sono sempre più croniche e psicologiche; prima c’era meno guarigione e più “prendersi cura” della persona, oggi c’è senza dubbio più guarigione ma certamente meno attenzione al malato nella sua globalità bio-psico-relazionale (familiare-sociale)-spirituale.

   Il diverso modo di intendere la salute e la malattia interpella anche la Chiesa e, dunque, la Comunità cristiana e le offre nuove opportunità di azione. Consapevole del mandato di Cristo, e allo stesso tempo di fare la propria parte per contribuire al bene della società, anch’essa si fa carico dei suoi malati e collabora a risanare l’intero corpo sociale.

   Centrale è la presenza della chiesa anche per rispondere alle esigenze spirituali nuove che provengono dai malati di altre confessioni e di altre religioni. L’ecumenismo è un perno importante in ospedale, crocevia di presenze e di sofferenze multiformi che comunque riconoscono come comune denominatore l’uomo.

   Come la Sanità pubblica esce progressivamente, con i nuovi orientamenti legislativi, dagli ambiti ristretti dell’ospedale per radicarsi e allargarsi nel territorio, là dove la gente vive e lavora, anche la stessa azione e presenza della Chiesa accanto ai sofferenti perde la sua limitata connotazione di “pastorale ospedaliera” e si configura come “pastorale della salute”. Il cui raggio d’azione si estende anche alleducazione alla tutela della salute, intesa come corresponsabilità, contrastando coraggiosamente l’idolatria della salute come valore unico e supremo. E’ questo un lavoro che si può svolgere adeguatamente solo sul territorio presso la famiglia, la scuola, gli ambiti educativi degli oratori, dei gruppi giovanili, delle associazioni ecclesiali, del mondo del lavoro, in una parola della vita degli uomini ovunque essa si svolga. Nel sito della “pastorale della salute” del patriarcato sono sviluppati diversi temi inerenti la tematica: www.pastoralesalutevenezia.it

 

3. Il Vangelo della sofferenza

   La nostra società oggi interpreta la  cosiddetta “qualità della vita” in modo prevalente o esclusivo come efficienza economica, consumismo disordinato, bellezza e godibilità della vita fisica, dimenticando le dimensioni più profonde – relazionali, spirituali e religiose – dell’esistenza. In un simile contesto la sofferenza, inevitabile peso dell’esistenza umana, ma anche fattore di possibile crescita personale, viene “censurata”, respinta come inutile, anzi combattuta come male da evitare sempre e comunque. Quando non la si può superare e la prospettiva di un benessere almeno futuro svanisce, allora pare che la vita abbia perso ogni significato e cresce nell’uomo la tentazione di rivendicare il diritto alla sua soppressione( Giovanni Paolo II, Evangelium vitae, n. 23 )

   Ma la sofferenza, che fa parte della natura umana, diventa disumana solo se la si considera un atto punitivo di Dio.

   Non è questo l’insegnamento di Gesù. Lo ha ribadito con forza e con la massima autorità Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica “Salvifici doloris” dell’11 febbraio 1984, di cui quest’anno celebriamo il 25° anno dalla sua pubblicazione ed alla quale si ispira il tema della Giornata Mondiale del Malato 2010. Oltre tutto il farne memoria rappresenta un commosso omaggio al grande Pontefice proprio nell’anno in cui si è felicemente concluso il processo di beatificazione.

   “ I testimoni della Croce e della resurrezione di Cristo – scrive  Papa Wojtila -  hanno trasmesso alla Chiesa e all’umanità uno specifico Vangelo della sofferenza. Il Redentore stesso ha scritto questo Vangelo dapprima con la propria sofferenza assunta per amore, affinché l’uomo “non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3, 16) .“ Il Vangelo della sofferenza significa non solo la presenza della sofferenza nel Vangelo, come uno dei temi della Buona Novella, ma la rivelazione, altresì, della forza salvifica e del significato della sofferenza nella missione messianica di Cristo e, in seguito, nella missione e nella vocazione della Chiesa. Cristo non nascondeva ai propri ascoltatori la necessità della sofferenza”. Ha profetizzato che la sofferenza, le  persecuzioni  avrebbero  contraddistinto  la  missione  del  discepolo impegnato nella testimonianza e nella diffusione  del Vangelo.

   Riconducendo la sofferenza nella prospettiva evangelica, non significa che chi vive e agisce al di fuori di tale prospettiva, possa presumere di porre fine alla sofferenza ponendo fine alla propria vita minata da male incurabile e da dolori insopportabili. E’ bene ricordarlo, dopo la tragica vicenda che ha profondamente scosso l’opinione pubblica nei mesi scorsi e in attesa che il Parlamento italiano vari una legge sulle Dichiarazioni Anticipate di fine vita (Testamento biologico)

   La bellezza ed insieme la vera difficoltà della fede non sta nella consapevolezza che il mondo è segnato dalla sofferenza, ma nel trovarvi in ciò un valore salvifico. La“Salvifici doloris”  è un testo fondamentale, che va al cuore del problema. In questa Lettera si dice che “nella sofferenza si nasconde una particolare forza che avvicina interiormente l’uomo a Cristo, una particolare grazia”, ma soprattutto il Papa afferma che “nel programma messianico di Cristo, che è insieme il programma del Regno di Dio, la sofferenza è presente nel mondo per sprigionare amore”. E’ difficile da credere constatando ciò che accade ogni giorno nella nostra società, ma ciò trova conferma nella testimonianza terrena e spirituale di Gesù, che ha vissuto il Suo calvario rispondendo amore a chi urlava il proprio odio.

    Il cuore del cristianesimo è tutto qui: “non l’opera che ti sei scelto, non la passione che ti sei autoimposto, ma ciò che ti sopraggiunge contro la tua scelta, contro il tuo pensiero, contro il tuo desiderio,  questo devi seguire,  questa è  la  tua  chiamata,  qui  devi  essere  discepolo,  questo è il  tuo tempo”, così scriveva Martin Lutero.

   Scrive ancora Giovanni Paolo II: “Con la sua sofferenza Cristo dischiude gradualmente gli orizzonti del Regno di Dio; lentamente ma efficacemente Cristo introduce in questo mondo del Regno del Padre l’uomo sofferente, attraverso il cuore stesso della sua sofferenza. Una sofferenza che non può essere trasformata e mutata con una grazia dall’esterno, ma dall’interno. E Cristo con la propria sofferenza salvifica si trova quanto mai dentro ad ogni sofferenza umana, ed invita ad agire dall’interno di essa”.

   Gesù Cristo, nell’abbassamento più estremo sul legno della Croce, ha dunque affermato una modalità di vita che consente all’uomo di veicolare, trasmettere, la forza creatrice di Dio, lo spirito di vita, pur nella condizione di estrema sofferenza, che è comunque una condizione permanente e presente nella vita umana.

   La sofferenza, dolore dell’anima, per poter essere accettata richiede prima di tutto un’attribuzione di significati, possibile solo quando sul piano relazionale scatta una condivisione di valori e di affetti. Diventa così il punto nevralgico di un crocevia in cui si incontrano tutti gli aspetti della formazione, da quelli prevalentemente scientifico-culturali a quelli relazionali e valoriali. La sofferenza la si comprende solo quando si è disposti a lasciarsi coinvolgere dalla sofferenza dell’altro, rinunciando al distacco puramente  razionale di  chi  contempla  un evento e  accettando  di condividerne, almeno in parte, il costo umano .

 

4. La strada in cui giacciono tanti feriti.

   La strada in cui giacciono tanti feriti e percossi dai traumi dolorosi della vita, si è spaventosamente allargata e tanto più c’è bisogno di nuovi samaritani”.  Questa espressione di Giovanni Paolo II, pronunciata nel 2004, riassume con efficacia le motivazioni, le finalità ed il riferimento etico- umanitario per cui la Chiesa, intesa come popolo di Dio, è a servizio dell’amore per i sofferenti nel corpo e nello spirito.

   La strada si è spaventosamente allargata non solo in senso quantitativo, ma anche in senso qualitativo; non solo in senso reale, ma anche in senso metaforico.

   In senso quantitativo: è di tutta evidenza che le nostre strade sempre più congestionate per la fitta circolazione di mezzi motorizzati, sono quotidianamente teatro di incidenti, nei quali numerose persone perdono la vita.

   Ma anche nella vita di tutti i giorni, sia quando ci troviamo tra le mura domestiche, sia quando siamo al lavoro o per strada da semplici pedoni, l’evento acuto traumatico è sempre in agguato, provocati spesso gli uni dal colposo o doloso non rispetto delle norme di sicurezza, gli altri da criminali pirati della strada. Non a caso la mortalità e la morbilità per causa traumatica rappresentano l’evenienza più frequente nella fascia di età compresa fra zero e 40 anni. Circa 60.000 persone all’anno muoiono, in Italia, per un mancato intervento sanitario tempestivo, il 20%  (circa 12.000) di queste muore sulle strade.

 

4.1 I sofferenti nel corpo e nello spirito

    La strada si è spaventosamente allargata non solo in senso quantitativo, ma anche in senso qualitativo. Si pensi in particolare a quella concezione consumistica della vita che marginalizza o censura il dolore, l’anziano, il malato in generale, quello in stato vegetativo in particolare.

   Se per salute intendiamo “una condizione di armonico equilibrio fisico e psichico della persona, dinamicamente integrato nel proprio ambiente naturale e sociale”, innumerevoli sono le situazioni di sofferenza nel corpo e nello spirito per la rottura di questo equilibrio, dovuto alle più svariate cause. Nell’impossibilità di rammentarle tutte, ne citiamo solo alcune: malattie fisiche o mentali; disabilità nelle strutture corporee e nelle funzioni corporee; disagio sociale per esclusione o autoesclusione (persone prive di affetto, senza dimora, senza mezzi di sostentamento),  per periodi di carcerazione più o meno lunghi, per esperienza di tossicodipendenza o alcol dipendenza, per assenza di diritti minimi di cittadinanza (stranieri irregolari); vittime del razzismo e della xenofobia.

Profughi per ragioni politiche, ambientali, fame.

   Si pensi a  tutti coloro che si sentono malmenati dal mondo del lavoro, sfruttati, mortificati, frustrati, e ignorati. Ai precari che anelano ad  un contratto di lavoro che dia garanzie e certezze di accedere a una qualità di vita che consenta loro di mantenere una famiglia. A quanti, soprattutto in questo periodo di crisi economico-finanziaria, hanno perduto il lavoro. Famiglie in grave difficoltà.

   Si pensi alle vittime di grandi calamità naturali o di disastri colposi o dolosi.

   Si pensi a tutti coloro che soffrono per carenza di affetto a cominciare dai bambini con famiglie problematiche, genitori separati, senza famiglia.

   Madre Teresa di Calcutta ammoniva: “ Noi crediamo che la povertà consista solo nell’aver fame di pane, nell’essere nudi per mancanza di vestiti, nell’essere privo di una abitazione di mattone e di cemento. Esiste una povertà più grande: quella di non sentirsi amati, non sentirsi desiderati; sentirsi emarginati. “

    Il concetto di povertà, dunque, non si deve restringere alla sola mancanza di cose. In realtà povero è chi manca di sé, di vita, di amore, di fiducia, di coscienza, di umanità, di speranza, di solidarietà; povero è chi non ha rapporti con sé, con la realtà, con gli altri. Povero è chi, vivendo in solitudine, soffre per  la mancanza di rapporti umani, di affetti.

 

   4.2  Danni alla salute che provengono dalle scelte libere.

    Si pensi ai danni alla salute che dipendono dalle scelte libere, per esempio quelli che provengono dalla tossicodipendenza, dall’alcolismo - nuova piaga tra i giovani -, dalle stragi  del sabato notte con tante giovani vite spezzate, dal libertinaggio sessuale, con correlative ricadute  negative psicofisiche individuali e conseguenze familiari. Tra queste, si pensi all’AIDS, la peste del secolo per niente debellata, anche se se ne parla poco.

   I dati epidemiologici mostrano che tra i ragazzi scolarizzati il 15-20% abusa abitualmente di sostanze alcoliche, il 29,2% ha fatto uso (almeno una volta nella vita) di cannabis; il 6,3% di cocaina; il 4,7% di stimolanti; il 4,4% di allucinogeni; il 2,2% di eroina (i dati sono tratti dalla Relazione annuale al parlamento sullo stato delle tossicodipendenze in Italia. Anno 2007). Accanto alle dipendenze fisiche, sono in forte aumento anche nuove forme di dipendenza psicologica, molte delle quali sono legate ad un uso compulsivo di internet e delle nuove tecnologie della comunicazione.

   Sempre in tema di scelte libere si pensi ai danni alla salute provocati dall’inquinamento doloso e colposo dell’ambiente, che si colloca all’ottavo posto fra le cause di morte, secondo uno studio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. La drammaticità del problema ecologico del nostro tempo, è evidenziata oggi dalla sempre più netta percezione della globalità dei problemi ambientali, come esemplificato da quello del cambiamento climatico, legato alla crescente concentrazione di emissioni di anidride carbonica e altri gas “serra” nell’atmosfera per effetto dell’uso industriali crescente di combustibili fossili, i cambiamenti climatici, la desertificazione, il degrado e la perdita di produttività di vaste aree agricole, l’inquinamento dei fiumi e delle falde acquifere, la perdita della biodiversità, l’aumento di eventi naturali estremi, il disboscamento delle aree equatoriali e tropicali

   Ma per ambiente ecologico non si deve intendere soltanto l’aria che respiriamo, le piante che sono necessarie e il verde che deve rimanere nelle città, i cibi che mangiamo e le acque che consumiamo e beviamo, ma anche il clima psicologico, il clima culturale e morale: l’inquinamento può ledere il bene della persona più profondamente sul piano dei mezzi di comunicazione che nell’eventuale scarico di un mefitico collettore di liquami.   Si pensi ai “cattivi maestri” nella politica che hanno creato un clima d’odio, foriero di tragedie. Nella comunicazione attraverso la stampa e la televisione con la trasmissione di delitti veri in diretta nei telegiornali tra l’indifferenza dei passanti, di film Tv in cui protagonista assoluta è la violenza più efferata.

   Contro questo declino, giorno 8 dicembre 2009  in piazza di Spagna a Roma,  nel rendere omaggio all’Immacolata, Papa Benedetto ha detto parole forti: “Ogni giorno, attraverso i giornali, la televisione, la radio, il male viene raccontato, ripetuto, amplificato, abituandoci alle cose più orribili, facendoci diventare insensibili e, in qualche maniera, intossicandoci, perché il negativo non viene pienamente smaltito e giorno dopo giorno si accumula. Così il cuore si indurisce ed i pensieri si incupiscono.

   Se ce ne fosse bisogno, la prova e la vastità  di questa intossicazione è riscontrabile nei 25.000 messaggi internet che hanno inneggiato alla recente aggressione al capo del governo italiano, e successivamente all’aggressione al Papa nella Basilica di S. Pietro la notte di Natale. Probabilmente sono  le stesse menti malate che hanno auspicato 100, 1000 stragi di soldati italiani come quella di Nassjria e che approfittano di ogni occasione per provocare tafferugli nelle pacifiche manifestazioni di piazza, scontri sanguinosi negli stadi.

   Ed è su questo terreno che ci si accorge come non sia possibile fare a meno di una responsabilità e di una educazione alla responsabilità, non solo del singolo, ma della comunità intera, non solo

sul piano sociale e volontaristico, ma anche sul piano politico e della legislazione.

   L’educazione alla responsabilità e alla salute a tutto campo rientrano in quell’ “emergenza educativa” sollecitata da Benedetto XVI in vari pronunciamenti e di cui la Conferenza Episcopale Italiana ha recentemente delineato un rapporto-proposta dal titolo “La sfida educativa”.

   Nella Salvifici doloris, altresì, viene sollecitata l’educazione alla solidarietà gratuita:“ La famiglia, la scuola e le altre istituzioni educative, anche solo per motivi umanitari, devono lavorare con perseveranza per il risveglio e l’affinamento della sensibilità verso il prossimo e la sua sofferenza, di cui è diventata simbolo la figura del Samaritano evangelico. La Chiesa ovviamente deve fare lo stesso, addentrandosi ancora più profondamente – in quanto possibile – nelle motivazioni che Cristo ha racchiuso nella sua parabola ed in tutto il Vangelo.” (SD, n. 29 )

 

5. L’educazione alla vita e alla salute

   Il principio di responsabilità ci dice che ciascuno di noi è responsabile anzitutto della propria vita, che è un bene fondamentale e prioritario e conseguentemente, anzi consecutivamente, anche della salute che suppone la vita. Pertanto, la salute non è soltanto un diritto a ricevere cure e assistenza, ma prima ancora un dono da custodire e rispettare. Per il credente è dono di Dio inerente al dono sacro e inviolabile della vita.

   La famiglia, la scuola, le altre istituzioni educative, anche solo per motivi umanitari, devono lavorare on perseveranza per il risveglio e l’affinamento di quella sensibilità verso il prossimo e la sua sofferenza, di cui è diventata simbolo la figura del Samaritano evangelico” (SD n. 29)

   L’educazione alla vita e alla salute è questione molto complessa e riguarda vari ambiti: se ai genitori è richiesta una presa di coscienza ancora maggiore delle responsabilità educative, tuttavia la famiglia oggi è troppo fragile per affrontare “da sola” tale responsabilità. Oggi è sempre più necessario il “concorso” di tutte le agenzie educative (scuola in generale e cattolica in particolare, comunità cristiana, associazioni e movimenti, centri di aggregazione giovanile, la presenza di insegnati, tra cui un ruolo particolare spetta agli insegnati di religione), le quali sono chiamate ad accompagnare gradualmente i giovani lungo le vie difficili della vita. C’è da chiedersi se in questi anni tutti si sono preoccupati di “educare” gli adulti a trasmette una visione “bella” della vita e a introdurre i giovani in quell’universo di senso che permette di superare un certo “permissivismo” nelle scelte libere.

   Buon Samaritano non è soltanto colui che soccorre, ma colui che porta aiuto nella sofferenza di qualunque natura essa sia. E’ colui che dà se stesso, il suo proprio “io”, aprendo quest’ “io” all’altro come dono di sé.

   In una società egemonizzata da una cultura di massa per niente religiosa, del tutto secolare, e moralmente miserabile, dove il dibattito rimane sul terreno dello scontro fra truppe acriticamente fedeli alla chiesa (cattolica) e indiscriminati combattenti per la laicità, c’è chi considera una indebita ingerenza l’intervento della Chiesa sui temi della vita e della salute. Si pensi ai tanti temi della bioetica, tra i quali l’aborto, l’eutanasia attiva e passiva, quest’ultima contrabbandata come “desistenza terapeutica”, la pillola abortiva Ru 486.  

   Pur essendo la salute un valore laico, la Chiesa  si è sempre occupata di questo valore  unitamente al valore salvezza: ha curato la salute soprattutto in coloro che la sentivano minacciata dalla malattia – in senso quindi prevalentemente e tecnicamente curativo – sin dalla sua origine. Lo testimonia il fiorire degli ospedali religiosi, degli ordini ospedalieri e delle opere di sollievo e di carità, non soltanto nei quindici secoli in cui l’assistenza al malato è stata opera esclusiva della Chiesa e delle sue istituzioni, ma anche in seguito, quando sorsero gli ospedali civili sino ai nostri giorni.

   Nello stesso tempo la Chiesa si  occupa nativamente e costantemente nell’offrire al mondo e ai suoi fedeli il dono della salvezza.

   Per i laici furiosi, ma anche per  gli attuali  “leviti” che, come quelli  della parabola evangelica, limitano la loro missione soltanto al servizio nel tempio - e “passano oltre”  davanti all’uomo sofferente -, occorre chiarire che tipo di legame ci sia fra questi due impegni della Chiesa e perché si continui a sentirli come coesistenti e collegati, soprattutto oggi in un mondo secolarizzato e laico, che può ben comprendere il valore della salute.

 

   6. L’esempio di Gesù: diaconia e soteria

    Dio infatti ha tanto amato il mondo che ha dato il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna”, Queste parole, pronunciate da Cristo, ci introducono nel centro stesso dell’azione salvifica di Dio. Esse esprimono anche l’essenza stessa della soterologia cristiana, cioè della teologia della salvezza.” (Salvifici doloris, n.14)

   Anche chi accosta i testi evangelici per semplice istruzione di fede, si accorge che Gesù impegna il Suo ministero – nel quale per altro si esprime tutta la Sua Persona – nella duplice dimensione o attività: l’annuncio della Salvezza e il compimento di “segni” che accompagnano la Sua testimonianza.

   Questi segni o miracoli hanno un duplice carattere: anzitutto esprimono la qualificazione messianico - salvifica di Gesù; dicono, cioè, che in Gesù “Dio salva” l’uomo, che Egli è il Salvatore; ed è questo il valore soteriologico, ovvero relativo alla concezione della salvezza proprio della Dottrina cristiana (soteria). Ma in questi segni è presente anche un altro valore: sono il segno, cioè, che Gesù si pone a servizio (diaconia), è il Servo di Jaweh, venuto a sollevare e guarire la miseria umana in senso integrale, la miseria del peccato e quella del male fisico. Queste due valenze di “segni”, che Gesù compie, non possono essere considerate separatamente ma fra loro unite: da una parte dicono che la Salvezza che Egli porta è una salvezza “posta a servizio” di tutto l’uomo, nella sua integralità, perciò anche nella sua corporeità; d’altro canto gli atti di guarigione e di sollievo umano che Gesù compie non sono fine a se stesso, ma orientano verso la fede e verso la salvezza, sono “segni” e appelli che orientano – senza costringere – verso la Salvezza.

   La unificazione della soteria e della diaconia nell’opera di Gesù si compirà poi nel “segno”ultimo e definitivo nel quale Gesù, con la Sua Morte e Resurrezione, compie la salvezza totale dell’uomo, chiamato ormai alla vita e alla resurrezione, e nello stesso tempo compie il Suo supremo atto di amore e di servizio, dando la vita per tutti.

   Occorrerebbe qui offrire un insieme di analisi  di dettaglio delle guarigioni operate da Gesù ( se ne contano 25 singole narrate nei Vangeli e 12 richiami a guarigioni molteplici e indeterminate), per delineare il Suo ministero terapeutico. La conclusione di coloro che hanno compiuto tali analisi è che in questi segni posti dall’attività di Gesù si attua una diaconia aperta alla soteria. Se si volesse togliere all’attività di Gesù la diaconia si sopprimerebbe la Sua umanità, se si togliesse la soteria si  sopprimerebbe la Sua divinità.

   Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10, 45), ricorda il Vangelo di Marco in modo lapidario e sintetico.

   Si comprende perché Gesù darà il comando ai suoi discepoli di “curare gli infermi”. “Guarite i malati che trovate e dite loro: il Regno di Dio è vicino” (Lc 10, 9); la guarigione è congiunta all’annuncio della salvezza e all’avvento del Regno. Si comprenderà ancora come Gesù, quando ha voluto esplicitare i criteri del giudizio finale, ha posto come motivo di beatitudine e di premio le opere di misericordia compiute e fra queste la cura dei malati (Mt 25, 1-46), affermando per altro che quanto viene fatto in questo senso e a questi destinatari viene fatto a Lui stesso. Questa motivazione ci porta ad approfondire il mistero della Incarnazione e del Corpo Mistico in modo concreto e storico.

   Così la Chiesa dovrà continuare l’opera di Gesù, donando i segni dell’annuncio della salvezza nel suo ministero di evangelizzazione e offrendo la testimonianza dell’ amore che serve attraverso la sua diaconia, verso tutti i bisognosi ed i malati in primo luogo.

   La Chiesa non sarebbe quella di Gesù, se non prolungasse nel tempo il dono della soteria e la testimonianza della diaconia: sono come le gambe che servono all’uomo per camminare. La Chiesa del solo annuncio sarebbe disincarnata: la Chiesa delle sole opere sociali rimarrebbe disancorata dalla salvezza soprannaturale e globale dell’uomo. Come il “ Verbo si è fatto carne ed abitò fra noi” (Gv 1, 14), così la Parola di Salvezza della Chiesa dovrà incarnarsi in mezzo agli uomini. Escatologia e incarnazione sono momenti inseparabili dell’unico dono della Redenzione.

   Per l’opera della Chiesa rimane, pertanto, l’impegno, nel campo della promozione della salute e della cura dei malati, di testimoniare l’istanza sociale congiuntamente all’annuncio della salvezza soprannaturale, rimane la missione di compiere un servizio aperto all’annuncio e di annunciare il Vangelo confermandolo con opere di fraternità e di promozione umana. Evangelizzazione e promozione umana ritornano così come due momenti complementari ed essenziali dell’opera della Chiesa.

   La Salvifici doloris non solo offre un orientamento unitario parlando di una chiesa che” è tenuta a cercare l’uomo in modo particolare sulla via della sofferenza” (n. 3), ma tracciando la linea pastorale sul profilo del Buon Samaritano, allarga la missione della chiesa e sgombra il campo dal pregiudizio secondo il quale, cessate alcune funzioni suppletive della chiesa nell’ambito civile, la sua presenza accanto a chi soffre sarebbe limitata ad un ruolo consolatorio e marginale.

 

7.  I buoni Samaritani

   Negli ultimi 50 anni lo sviluppo della medicina è stato enorme per la tutela della salute nell’evoluzione verso tecniche sempre più specialistiche e con l’avvento di una gamma infinita di specializzazioni, tra le quali la “medicina d’urgenza”

  In alcune situazioni, come nell’arresto cardio -respiratorio, quando pochissimi minuti fanno la differenza tra la vita e la morte, immediate manovre elementari di primo soccorso possono salvare una vita.

  Paradossalmente, mentre da un lato abbiamo una sanità ultraspecialistica in grado di intervenire con efficacia anche in casi estremamente gravi, il primo anello della “catena del soccorso” in caso di infortunio, di incidenti, di malori è pur sempre costituito dal buon samaritano di passaggio che, esattamente come descritto nella parabola di 2000 anni fa, mosso da compassione, si piega sull’uomo vittima del trauma. Oggi come allora tutta la sanità, almeno fino all’arrivo di soccorritori qualificati, è pur sempre rappresentata solo e soltanto dal cittadino soccorritore occasionale. Oggi come allora il soccorritore non ha alcuna attrezzatura, alcun presidio sanitario, alcun farmaco, se non il richiamo della propria coscienza, della propria responsabilità morale, del senso di solidarietà in forza della comune natura umana con l’infortunato ed il proprio coraggio, oltre alla competenza minima indispensabile, ma preziosissima, che può aver acquisito durante un corso di primo soccorso chi eventualmente vi ha partecipato.

  Ma non esistono soltanto le emergenze “fisiche” per l’improvviso venir meno delle funzioni vitali dell’organismo, esistono situazioni altrettanto gravi che provocano sofferenza dell’anima e tra queste la  sofferenza maggiore del nuovo secolo è la solitudine. Un’ idea di libertà assoluta, svincolata da ogni legame, identificata nella possibilità di attuare qualunque scelta purché ipotizzabile, ha condotto le persone a sperimentare la vertigine di una solitudine esistenziale sempre più isolante. Alla incapacità di aderire alla realtà è conseguita una maggiore fragilità esistenziale e morale. Un individuo isolato e inerme di fronte alla realtà è l’esito ultimo di un certo nichilismo moderno che, talora, sfocia nel suicidio.

    Nei quartieri, nelle parrocchie troviamo la solitudine delle persone anziane che nasce dall’abbandono del ruolo professionale, sociale e famigliare; solitudine relazionale per mancanza di affetti. Esiste una solitudine esistenziale di chi ha un bisogno disperato di confidarsi, di condividere la sua sofferenza con chi nella vita ha subito la stessa sorte; la solitudine dei bambini e degli adolescenti che genera paura e disagio.

   Studi statistici hanno permesso di rilevare che la solitudine interessa l’8,5 % della popolazione; una percentuale che aumenta fortemente nelle regioni settentrionali italiane dove raggiunge il 24%.

    Negli ospedali oggi non incontriamo più come problema principale, il dolore fisico, perché questo è efficacemente alleviato dai farmaci, incontriamo soprattutto la sofferenza, che è dolore dell’anima e la solitudine. 

  L’eloquenza della parabola del buon Samaritano, come anche di tutto il Vangelo, è in particolare questa: l’uomo deve sentirsi come chiamato in prima persona a testimoniare l’amore nella sofferenza. Le istituzioni sono molto importanti ed indispensabili, tuttavia, nessuna istituzione può da sola sostituire il cuore umano, l’iniziativa umana, quando si tratti di farsi incontro alla sofferenza dell’altro. Questo si riferisce alla sofferenze fisiche, ma vale ancora di più se si tratta delle molteplici sofferenze morali, e quando, prima di tutto, a soffrire e l’anima (Salvifici doloris, n. 29 )

   Cristo allo stesso tempo ha insegnato all’uomo a far del bene con la sofferenza e a far del bene a chi soffre( SD n. 30). Senso umano e senso soprannaturale della sofferenza si incontrano in questa duplice valenza (n. 31) che, da una parte, attinge al mistero divino della redenzione e, dall’altra, riconcilia l’uomo con il proprio soffrire, portandolo a non rassegnarsi passivamente ad esso, bensì ad accettarlo per superarlo redimendolo. E’ questa la chiave di lettura dell’intero documento.

 

         8. Importanza della relazione umana nel tempo della malattia

    Allorché  ciascuno di noi si trova di fronte alla malattia, come primo impatto prova  una sensazione di sgomento, se non di paura. Le reazioni personali successive dipendono dai valori, dalla fede, dalle risorse che ciascuno possiede e, ultimamente, anche dalle risorse economiche a sua disposizione per poter affrontare la situazione.

   Sicuramente la malattia rappresenta una realtà che non possiamo affrontare da soli. Per cui l’essere curati in caso di malattia, oltre ad essere un diritto dell’individuo ed interesse della comunità, sancito per legge (Costituzione italiana, art. 32), rappresenta un momento privilegiato di incontro, di relazione. Subentra la necessità non solo  di essere informati, curati, assistiti, ma anche di essere accompagnati in tutto ciò che può conseguire ad essa.

   L’approccio complessivo alla malattia ha come importantissima conseguenza la necessità di instaurare la relazione con gli altri e, dunque, con la società.

   Dovendo fare i conti con le scarse risorse economiche, con la burocrazia, con tutta una serie di problematiche, oggigiorno la sanità accosta il malato con estrema pragmaticità, per cui piuttosto che curare la persona nella sua globalità viene curata la malattia. Nascondendo dietro alla tecnologia, molto spesso dietro a problemi di tipo organizzativo il mancato “prendersi cura” integralmente  della persona  attraverso la relazione interpersonale.

   Ciò dimostra come il problema dell’umanizzazione nella gestione dei servizi socio-sanitari, e sociali non dipende soltanto da carenza di risorse o dalla mancata soluzione di problemi organizzativi, ma è un problema di ordine culturale. Che coinvolge non solo la sanità, il mondo della salute, ma la società tutta intera. Pertanto l’umanizzazione dell’assistenza auspicata non riguarda soltanto un modo di entrare in relazione, del “prendersi cura” da parte della sanità, del mondo della salute, ma riguarda anche tutti i cittadini, le comunità.

   L’impellente necessità di cambiamento, di un approccio culturale umano e umanizzante è reso ancor più manifesto ai nostri giorni dalla mentalità egoistica e distorta creata dalla cultura dominante nella nostra società, dove l’aspirazione suprema è il proprio tornaconto ed il proprio  benessere individuale ed esclusivo come se questo fosse l’unico scopo della vita, negando attenzione all’altro soprattutto quando è in situazione di bisogno. Ne consegue tra l’altro l’occultamento della morte, il disagio con cui vengono affrontate la disabilità, e le diversità.

   E’ giocoforza  che l’elaborazione di tale cambiamento culturale debba nascere e svilupparsi in seno alle comunità, curando al suo interno la relazione, il formarsi di unarete per l’umanizzazione o rete di prossimità, intesa come connessione interumana, come rapporto vivo interpersonale”  nel territorio dove la gente vive e lavora.

   L’elaborazione culturale non può essere delegata alla televisione o all’informatica. Sono sicuramente validi strumenti di supporto, ma non sono in grado di creare connessioni interumane, la relazione appunto come rapporto vivo interpersonale.

 

9.      La situazione delle persone non autosufficienti e delle loro famiglie

    L’elevato numero di persone disabili, in particolare di anziani non solo della terza, ma anche della quarta età, rende difficile la gestione della vita quotidiana per molte famiglie.

   I costi che gravano su chi assiste in modo continuativo un malato sono molti: si limita la vita relazionale sociale, si vive un elevato livello di stress; si subiscono vari svantaggi fisici (notti insonni, tensione emotiva, stanchezza ed anche stati di malattia, ...). In termini tecnici  tali svantaggi prendono il nome di carico assistenziale che andrebbe valutato secondo alcuni criteri fondamentali: il carico di lavoro che comprende i carichi del compito assistenziale e i carichi socio-emotivi; le risorse che comprendono le strategie adottate da chi assiste per far fronte alle difficoltà, le caratteristiche di personalità, la salute, le disponibilità economiche; la crisi di declino: vissuto emotivo che accompagna chi cura persone in particolari condizioni cliniche e riguardano la consapevolezza del declino e della morte, la loro imprevedibilità, la mancanza di tempo, la relazione con l’assistito, la famiglia e il restringersi della libertà di scelta.

   Con carichi di tale entità la richiesta di aiuto diventa pressante perché la presenza, in famiglia, di una persona non autosufficiente comporta la revisione completa di tutti i ritmi interni ed esterni della famiglia stessa. C’è bisogno di poter avere, nell’arco della giornata, qualche momento di sollievo dall’impegno di assistenza attraverso la possibilità, offerta all’anziano, di frequentare centri diurni, partecipare ad attività di animazione o ricreative e culturali organizzate. Per questo si richiede la creazione o il potenziamento di attività volte ad una migliore gestione del tempo libero, anche avviando un servizio di trasporto per coloro che non sono in grado di recarvisi autonomamente per trascorrere un po’ di tempo in compagnia.

   Le richieste delle famiglie, legate alle singole situazioni concrete, variano da caso a caso e vanno dalla distribuzione di pasti a domicilio all’assistenza domiciliare post-degenza ai non autosufficienti, alla necessità di interventi preventivi, curativi e riabilitativi per contrastare l’insorgenza o l’aggravamento dei processi infettivi, debilitanti o letali ai quali l’anziano può essere soggetto, ma spesso ci si trova di fronte all’inadeguatezza delle risposte, soprattutto tenendo presente che le esigenze della persona sono di tipo relazionale, affettivo, socio-assistenziale, sanitario, economico e di rispetto della sua identità, compreso il vissuto religioso e culturale.

10.   La “rete per l’umanizzazione o rete di prossimità”

   Appare indispensabile ritrovare una solidarietà comunitaria che crei senso di appartenenza e condizioni di vicinanza. Solo la solidarietà tra persone che abitano in uno stesso luogo, una forma di responsabilità condivisa potrà consentire la costruzione di forme nuove di comunità. E non si tratta di creare comunità ideali, autarchiche o svincolate dal contesto, ma di rinforzare e potenziare tutti gli elementi comunitari che questa società continua a portare al suo interno, sapendo che solo procedendo in questa direzione si potrà ricreare una realtà umana e sociale vivibile; anche per gli anziani.

   È necessaria un’interazione fra la comunità locale e persone bisognose d’aiuto: il prendersene cura è una dimensione naturale della vita, il riceverla offre sicurezza in momenti delicati dell’esistenza.

   Occorre l’organizzazione di una rete atta a collegare le diverse unità operative, i diversi servizi ed Enti, per sviluppare processi, formulare scelte strategiche in rapporto alle dinamiche dei bisogni, una rete composta da più entità organizzate, ciascuna dotata di una propria autonomia.

   Non è necessaria la creazione di servizi nuovi, ciò che deve caratterizzare la “rete” sono le connessioni esistenti tra le varie unità, legami che consentono di aumentare i vantaggi della propria attività e di ridurne i rischi. Nelle configurazioni a rete le competenze dei servizi non sono rigide, ogni servizio può allargare o restringere la propria competenza a seconda della situazione particolare; nel rispondere alle esigenze dell’anziano un Ente potrà andare ad intersecare gli spazi di altri servizi ma, nello stesso tempo, dovrà lasciare intersecare il proprio da altre unità assistenziali. Il nuovo sistema che ne deriva è un’organizzazione flessibile che permette di rispondere in maniera adeguata alle esigenze sempre più differenziate in relazione alla complessità dell’attuale società.

   Condizione indispensabile per l’esistenza della “rete” è la presenza di obiettivi comuni a tutti i servizi. Deve esistere un obiettivo generale, valido per tutti gli Enti formanti la rete: l’obiettivo primario è la salute della persona , alla cui tutela concorrono in pari misura la famiglia, i servizi domiciliari, il volontariato, i servizi sociali e sanitari. Tutti i servizi concorrono, senza alcuna priorità gerarchica, al raggiungimento di tale obiettivo, nessun servizio può considerarsi responsabile esclusivo della salute, anche se il peso delle varie dimensioni, di cui la salute si compone, non è costante né uniforme.

   A questo punto è chiaro che la funzione della formazione degli operatori a qualunque titolo impegnati, cioè sia tecnici sia volontari, non potrà limitarsi soltanto alla trasmissione di conoscenze tecniche o culturali, ma dovrà sviluppare la capacità di gestire situazioni costantemente nuove, incrementando le attitudini alla valutazione critica, promuovendo doti di adattabilità socio-relazionale, prima ancora che professionale e lavorativa. Solo così la formazione promuoverà la riflessione e l’interiorizzazione di una conoscenza di cui si possa fare uso sempre e dovunque: ne deriva che tale percorso formativo privilegia il momento creativo ed innovativo dell’operatore, prepara soggetti autonomi, capaci di sviluppare le proprie ed altrui potenzialità, esperti nella dimensione relazionale.

11.      La relazione come stile di vita 

    L’importanza della relazione umana nel tempo della malattia non è soltanto un fatto culturale, un abito mentale, ma deve estrinsecarsi in uno stile di vita umano e umanizzante nei rapporti interpersonali,

   Va altresì  messo in evidenza  il rapporto tra salute e stili di vita sia per quanto riguarda la prevenzione delle malattie, sia per quanto riguarda il nostro atteggiamento nei confronti dell’handicap, dei disagi, dei diversi, degli immigrati, sia per quanto riguarda il nostro comportamento circa la guida spericolata al volante, l’uso e abuso di sostanze alimentari, di alcol, di droghe stupefacenti.

   Tutto ciò riguarda non solo il singolo cittadino, ma anche l’intera comunità in quanto è suo interesse il bene di tutti e di ciascuno, come tra l’altro prescrive la già citata Legge di Riforma Sanitaria del 1978.

12.   La partecipazione della comunità  nel determinare le scelte politiche della salute e nel mondo della salute.

    La comunità locale non  può considerarsi e atteggiarsi come  soggetto passivo per quanto concerne il mondo della salute e le politiche della salute, ma deve assumere un ruolo attivo nel determinarne le scelte  attraverso la partecipazione espressa dal volontariato, dalle Associazioni dei malati e dei loro familiari, dal Tribunale dei malati, dalle Consulte, dai gruppi di lavoro, da tutte le realtà che devono e vogliono confrontarsi con il mondo della salute.

    In seno alla comunità oggigiorno è indispensabile la costituzione di una “rete per l’umanizzazione dell’assistenza o rete di prossimità ”, organizzata facendo “sistema”, fatta cioè di associazioni, di persone, famiglie, piccole comunità, imprese profittevoli e non, volontariato, cooperative, che collaborano intelligentemente insieme onde alimentare il senso di responsabilità civile, la fiducia e la solidarietà reciproca. 

   Una “rete di prossimità” come luogo di aggregazione di  veicolo - sportello- volàno   di informazioni e di campagne di sensibilizzazione e di prevenzione nel proprio territorio, che sappia rispondere ai bisogni locali, integrandosi con i servizi socio-sanitari e sociali nel fare “sistema”. Che funga da “antenna”, “sensore” nel territorio; che registra i meccanismi, le iniziative con cui il mondo della salute affronta le difficoltà in loco e le faccia presenti alle Istituzioni, talora suggerendo anche soluzioni.

   Una “rete di prossimità” che si faccia portatrice di interessi diffusi che riguardano la comunità locale, come luogo di incontro per superare le difficoltà che il singolo da solo non riesce ad affrontare, come luogo di aiuto concreto per trovare sbocchi risolutivi anche con modalità innovative.   L’ammalato, l’anziano, ad esempio, hanno necessità di incontrare persone che sappiano indirizzarle e accompagnarle verso strutture sanitarie dove trovare risposte adeguate ai loro bisogni

   La“rete per l’umanizzazione o di prossimità” nel territorio fatta di tante associazione e di tante persone che hanno disponibilità di tempo e di risorse, occasione e fonte di aggregazione delle stesse per assommare risorse aggiuntive a quelle esistenti. Da qui può svilupparsi il passo successivo con la fondazione di comunità, l’incontro con il mondo dell’industria per la elargizione di risorse economiche di sostegno alla comunità sul territorio. Altri spazi espressivi possono essere offerti dal privato non profit che, partendo da esperienze di autoaiuto, sa creare strutture che riescono a produrre servizi, risorse sul territorio.

   A monte di tutto, fondamentale rimane pur sempre il richiamo all’approccio essenziale all’uomo-persona nella sua globalità, alla sua inviolabile dignità, al rispetto della vita umana dal concepimento alla morte naturale, alla solidarietà. Sono questi i cardini attorno ai quali  si ha la possibilità di creare una “rete di prossimità umana e umanizzante”, richiedendo l’impegno personale, di aiuto, sostegno, conforto, vicinanza ad integrazione del servizio di assistenza pubblico o del privato sociale non profit.

 

13.      La Chiesa veneziana al servizio dell’amore per i sofferenti.

    Nella vita che nasce come nella vita che volge al termine, l’uomo è fragile, ma lo è anche e comunque in itinere, cioè nella malattia, nell’handicap, nella disabilità, nelle condizioni di povertà, nel disagio. Il Convegno Ecclesiale di Verona ci ha proposto di riflettere sulla fragilità come risorsa, ossia “ragione” e “motore” per riscoprire la grandezza della vocazione cristiana. Gesù, infatti, ha agito trasformando le situazioni umane di limite e sofferenza nella forza della Sua autentica e peculiare amicizia, in un singolare tipo di relazione interpersonale, fonte di guarigione e di salvezza eterna.

   Indubbiamente la Chiesa che è in Venezia, nel solco di una tradizione plurisecolare, anche recentemente ha costruito e gestisce eccellenti strutture per l’accoglienza, l’assistenza e il ricovero dei malati: si pensi al Centro Nazaret di Zelarino, a S. Maria del Rosario, all’hospice del Fatebenefratelli ed a quello di prossima apertura, al Gabbiano, ai numerosi Centri “don Vecchi” per anziani soli, agli ospedali gestiti da religiosi siti agli Alberoni, ed altro ancora. Ma oggi “ il mondo dell’umana sofferenza invoca, per così dire, senza sosta un altro mondo: quello dell’amore umano(Salvifici doloris, n. 29) , per cui più che di strutture di ricovero, ha bisogno, come descritto, di una “rete di prossimità o per l’umanizzazione dell’assistenza” diffusa nel territorio, che abbia un punto di riferimento  strutturato come la parrocchia.

    Esiste bensì nel territorio un concreto e diffuso supporto ai singoli casi, gestito dalle famiglie, da gruppi organizzati o, talvolta, dai medesimi soggetti interessati. Si tratta naturalmente di reti informali, non collegate e scarsamente strutturate, che gestendo localmente delle risorse limitate e, per lo più soltanto umane, possono garantire una assistenza minimale ma essenziale.

   Tale rete è costituita proprio dai familiari, dai vicini di casa e dal contesto amicale, dalla figura delle badanti o, comunque, dalle collaboratrici domestiche, dalle associazioni di volontariato,  talora dalla parrocchia e da altre aggregazioni spontanee. Questa rete, adeguatamente supportata e coordinata, è normalmente in grado di gestire efficacemente l’ordinario e, pur mantenendo  una caratteristica di precarietà e spesso di sporadicità, di soddisfare alcune esigenze minimali dei soggetti.

    Diversa è la situazione quando subentrano seri problemi di salute o di autonomia personale. In tal caso la rete informale di assistenza è messa in crisi e la situazione deve essere affrontata attraverso una molteplicità di interventi che prevedono una integrazione di tipo socio-sanitario ed assistenziale.

     Le situazioni di fragilità descritte, sono inevitabilmente destinate ad aumentare dato l’allungamento della vita media e l’ingravescente aumento di persone affette da malattie croniche non completamente invalidanti e di anziani  non autosufficienti a domicilio.

     La gestione di malati anziani cronici, non autosufficienti, oncologici, in fase terminale, psichiatrici, portatori di disabilità invalidanti e gravi, il malato privo di mezzi e, infine, gli immigrati post-traumatici e post-ictus, è difficilmente gestibile dalle sole famiglie, che spesso non ricevono dallo Stato un adeguato aiuto economico.

   A tutto ciò bisogna aggiungere che i  parenti lavorano tutti, vivono in abitazioni non idonee e in genere hanno meno attitudine alla disponibilità. Le famiglie sono sempre più mononucleari – con un futuro non roseo in termini di assistenza da parte dei figli verso i genitori – disgregate dal divorzio e minate dalla instabilità della coppia. La società modificata nei suoi valori presenta una scarsa accettazione della sofferenza

   C’è una consapevolezza diffusa tra i cittadini della rilevanza del problema assistenziale, ma al contempo c’è una generalizzata tentazione di estraniarsi dal problema e di deresponsabilizzarsi, alla luce delle naturali e, peraltro, legittime esigenze personali e delle innegabili problematiche individuali.

    Benedetto XVI nel Messaggio pontificio per la Giornata Mondiale del Malato 2010 è stato estremamente esplicito: “Con l’annuale Giornata Mondiale del Malato la Chiesa intende, in effetti, sensibilizzare capillarmente la comunità ecclesiale circa l’importanza del servizio pastorale nel vasto mondo della salute, servizio che fa parte integrante della sua missione, poiché si inscrive nel solco della stessa missione salvifica di Cristo. “

 

14.   “ Và e anche tu fa così “

   A conclusione della parabola, Gesù dice: “Va’ e anche tu fa’ così” (Lc 10,37). Con queste parole si rivolge anche a noi. Ci esorta a chinarci sulle ferite del corpo e dello spirito di tanti nostri fratelli e sorelle che incontriamo sulle strade del mondo; ci aiuta a comprendere che, con la grazia di Dio accolta e vissuta nella vita di ogni giorno, l’esperienza della malattia e della sofferenza può diventare scuola di speranza.” (Messaggio pontificio per la XVIII GMM ).

   Se la pastorale è l’azione della Chiesa intera, di tutta la Chiesa e di tutti nella Chiesa, per nessuno l’azione pastorale deve essere atto individuale. Questo in ogni ambito, anche in quello sanitario. Tutti devono prendersi cura dei malati nel corpo e nello spirito con efficienza ed efficacia. Naturalmente l’efficacia non va ritenuta fine a se stessa, ma una condizione da non trascurare nell’azione caritatevole.

   L’efficientismo – scrive il Card. Giacomo Biffi,  arcivescovo emerito di Bologna – non è una virtù evangelica, ma non sta scritto da nessuna parte che l’inefficienza sia dono dello Spirito Santo. Senza dubbio le nostre opere non sono gradite al Signore a misura della loro perfezione esecutiva e del successo mondano; ma è difficile ritenere che Dio si compiaccia dell’impreparazione, del pressapochismo, della trascuratezza”. Questo ammonimento del card. Biffi è in sintesi un richiamo alla qualità delle nostre azioni come “buoni samaritani”.

   Sappiamo che i presbiteri sono in numero sempre più ridotto e molti avanti con l’età, che i parroci asseriscono di essere sovraccarichi di lavoro e che considerano ancora la pastorale della salute non rientrante nella pastorale ordinaria, ma compito delegato ai cappellani ospedalieri. I quali, peraltro, dati i ricoveri sempre più brevi, a mala pena riescono ad incontrare una sola volta il singolo malato ricoverato, laddove occorrono ripetuti incontri per instaurare un dialogo rassicurante, rasserenante, costruttivo che sfoci poi nella proposta religiosa. Per chi non ha più speranze di vita quaggiù, potrebbe essere l’ultima occasione per ravvedersi davanti al Crocifisso.

   Inoltre, come deve essere assicurata una continuità della cura del fisico nel passaggio dall’ospedale al territorio al momento della dimissione dall’ospedale, altrettanto dovrebbe essere assicurata la cura pastorale in questo passaggio, instaurando un’efficiente comunicazione tra cappellania ospedaliera e parrocchia. 

   Benedetto XVI raccomanda:“ In quest’Anno Sacerdotale, il mio pensiero si dirige particolarmente a voi, cari sacerdoti, “ministri degli infermi”, segno e strumento della compassione di Cristo, che deve giungere ad ogni uomo segnato dalla sofferenza. Vi invito, cari presbiteri, a non risparmiarvi nel dare loro cura e conforto. Il tempo trascorso accanto a chi è nella prova si rivela fecondo di grazia per tutte le altre dimensioni della pastorale.”  ( Messaggio pontificio per la XVIII GMM)

   Sappiamo altresì – ed è questo il punto più difficile -  che i presbiteri sono abituati ad assommare in sé le decisioni finali e fanno fatica a fidarsi di collaboratori laici. Questi ultimi hanno spesso una mentalità clericale povera di discernimento e piuttosto affidataria per cui a volte si limitano a eseguire il poco che in passato veniva loro richiesto.

   Ma è tempo di crescere nella fiducia reciproca fra battezzati per lavorare corresponsabilmente, con l’opportuna formazione di tutte le persone, in compiti partecipati e condivisi per testimoniare veramente l’amore cristiano verso i sofferenti.

   Coniugando insieme il vangelo della sofferenza con quello della carità, si aprono strade creative di ulteriore impegno nel territorio, facendo “sistema” tra le cappellanie ospedaliere e le parrocchie, le parrocchie tra di loro,  per vivere l’integrazione pastorale, come componente indispensabile della continuità della cura e del “prendersi cura”, dell’attenzione ai malati e ai sofferenti.

   Non dovrebbe essere impossibile alla comunità cristiana esprimere cristiani convinti, che accettino la fatica di farsi, come cristiani e come cittadini, corresponsabili dell’attenzione ai sofferenti del proprio territorio parrocchiale, ricordando che    l’assumersi un impegno concreto, una precisa responsabilità è la modalità moderna di declinare la solidarietà. Che “ non è un sentimento di vaga compassione e di superficiale intenerimento per le sofferenze di tante persone, vicine e lontane. Al contrario è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune, ossia per il bene di tutti e di ciascuno, poiché tutti siamo veramente responsabili di tutti.(Giovanni Paolo II, Solecitudo rei socialis, n. 29, 1987).

 

15.     Un “master in direzione d’azienda socio-sanitaria” centrato sull’uomo-   persona

    Per le numerose famiglie che  assistono in casa i propri anziani non autosufficienti, o disabili,  alle pesanti difficoltà interne del  “carico assistenziale”, precedentemente descritto, che può prolungarsi per anni, si assommano le difficoltà esterne frapposte da servizi frazionati, autoreferenziali, fortemente burocratizzati, poco disposti  a mettere in atto percorsi agevolati come potrebbe essere lo “sportello unico per l’anziano”, senza far perdere tempo prezioso fuori casa a chi ha la preoccupazione costante di cosa possa accedere a  chi, non autosufficiente, ha lasciato solo in casa.

    Finora gli ospedali ed i servizi sanitari nel territorio sono stati progettati e hanno funzionato in base alle esigenze degli operatori: medici in primo luogo, ma anche infermieri, tecnici, gestori, burocrati, economisti, spesso con un modesto senso del servizio e del dovere e alto senso del proprio ruolo e dei propri diritti.

   Ne consegue che oggi il territorio è presidiato da istituzioni sparse, e separate dal punto di vista organizzativo: medici generali, pediatri di libera scelta, guardia medica, medicina dell’emergenza, centri d’igiene mentale, servizi pubblici di prevenzione, specialisti ambulatoriali, servizi infermieristici territoriali, medicina dei servizi, servizi di assistenza sociale, case di cura private, residenze sanitarie assistite, laboratori e studi radiologici privati, volontariato.

   Questa situazione, ricca di opportunità in sé, rende tuttavia difficile l’assistenza di un cittadino che, dimesso precocemente, necessita d’assistenza domiciliare integrata, monitoraggio clinico e strumentale dell’evoluzione della malattia, controllo dell’efficacia delle cure, ed eventuali cure e controlli specialistici ambulatoriali programmati. Ne consegue che il cittadino non riesce a trovare nelle strutture pubbliche o private del territorio, neppure coordinate funzionalmente tra di loro, la soluzione ai suoi problemi.

   Si avverte così la improrogabile necessità di istituire team, composti da medici ospedalieri e del territorio, e dalle altre professioni sanitarie e non sanitarie (informatici ed economisti), deputati a progettare “per obbiettivi”, insieme alle Direzioni Aziendali, una gestione della malattia integrato ospedale/territorio dei percorsi clinico-assistenziali delle patologie croniche più rilevanti, e l’assunzione da parte di ognuno della responsabilità che corrispondono al suo ruolo riconosciuto, a competenze prevedibili, e a soluzioni che tengano conto della  realtà fattuale.

   La gestione della malattia non è prerogativa di questo o quel settore e comparto, o di questa o di quella disciplina, ma è la cultura di un “sistema” di gestione integrata, complessiva, della malattia alla quale devono potere e volere contribuire tutti i settori e i comparti, le discipline specialistiche dedicate ed altre professioni. Il tutto contribuisce alla realizzazione dell’assistenza domiciliare intesa come complesso di prestazioni mediche, infermieristiche, riabilitative e di supporto psico-sociale realizzate al domicilio del paziente o dell’anziano. Integrata quando vengono fornite contemporaneamente, se necessario, prestazioni proprie del comparto sanitario e del comparto sociale.

     Davanti ad una tale situazione disaggregata  nel territorio, per non dire disumana, che si protrae da anni e di cui non si intravedono soluzioni, non è più tempo di “pannicelli caldi”, ma urge una umanizzazione” della Sanità non solo negli ospedali, ma anche nei servizi territoriali. Che significa curare l’uomo- persona nella sua globalità all’interno di un contesto di sempre maggior frazionamento e specializzazioni.

   Per la sua valenza evangelizzatrice, l’umanizzazione entra tra le funzioni specifiche dell’azione della chiesa. Promuovendo progetti intesi a rendere più umani gli ambienti di salute e cooperando a quelli in atto, non solo gli operatori sanitari e pastorali, ma anche l’intera comunità cristiana sono chiamati ad offrirvi il contributo specifico della loro visione cristiana dell’uomo, al servizio dell’uomo sofferente.

   Non si tratta solo di curare le emergenze e di intervenire nei casi più drammatici. Bisogna anche analizzare le cause strutturali che provocano dolore, povertà e disagio e saper progettare interventi adeguati che mirino a rimuoverle, promuovendo sinergie collaborazione con tutti coloro che sono sinceramente interessati al bene comune.

   Se si vuole veramente che i servizi socio-sanitari agiscano con “buon senso”, riacquistino il piacere di un lavoro ben fatto e condiviso, recuperando in pieno il significato ed il valore della loro “missione”, occorre addivenire ad una umanizzazione dell’assistenza nella Sanità ponendo al centro dell’attenzione l’uomo sofferente. Occorrono professionisti di diverse discipline (medici, informatici, economisti, amministratori, politici, giuristi, ecc.) che abbiano conseguito un “master in direzione d’azienda”, precipuamente preparati attraverso una formazione non solo tecnica, ma anche etica e deontologica per orientare i servizi sanitari verso la centralità dell’uomo-persona, vera stella polare di riferimento. Anche i consacrati che verranno delegati a governare la pastorale della salute nelle varie regioni ecclesiastiche sarebbe bene che, prima di essere incaricati, conoscessero più a fondo i tanti problemi del vasto mondo della salute per un’azione più incisiva, rapida, mirata, efficace.

    Lo “Studium Generale Marcianum”, fiore all’occhiello della Chiesa veneziana – inserito tra l’altro nella città più umana del mondo -, potrebbe egregiamente offrire una tale opportunità istituendo corsi adeguati. Utopia ? Tale vocabolo italiano assume un diverso significato a seconda che la si faccia derivare dall’uno o dall’altro vocabolo greco: u “non” e tòpos “luogo” , un’aspirazione ideale che non può realizzarsi; oppure “bello” e tòpos “luogo”, un’impresa bella degna di essere realizzata al servizio dell’uomo, per l’uomo, con l’uomo sofferente.

    Ancora una volta Giovanni Paolo II ci indica la scelta da compiere: L’amore per i sofferenti è segno e misura del grado di civiltà e di progresso di un popolo ( Giovanni Paolo II, Messaggio pontificio per la I^ GMM, 21.10.1992).

 

 (O.T.)

 

 

 

 

 

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Aggiornato il: 17 gennaio 2010