Cari
fratelli e sorelle!
Ogni
anno, nella ricorrenza della memoria della Beata Vergine di Lourdes, che
si celebra l’11 febbraio, la Chiesa propone la Giornata Mondiale del
Malato. Tale circostanza, come ha voluto il venerabile Giovanni Paolo II,
diventa occasione propizia per riflettere sul mistero della sofferenza e,
soprattutto, per rendere più sensibili le nostre comunità e la società
civile verso i fratelli e le sorelle malati. Se ogni uomo è nostro
fratello, tanto più il debole, il sofferente e il bisognoso di cura
devono essere al centro della nostra attenzione, perché nessuno di loro
si senta dimenticato o emarginato; infatti “la misura dell'umanità si
determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente.
Questo vale per il singolo come per la società. Una società che non
riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire mediante
la compassione a far sì che la sofferenza venga condivisa e
portata anche interiormente è una società crudele e disumana” (Lett.
enc. Spe
salvi, 38). Le iniziative che saranno promosse nelle singole
Diocesi in occasione di questa Giornata, siano di stimolo a rendere sempre
più efficace la cura verso i sofferenti, nella prospettiva anche della
celebrazione in modo solenne, che avrà luogo, nel 2013, al Santuario
mariano di Altötting, in Germania.
1.
Ho ancora nel cuore il momento in cui, nel corso della visita
pastorale a Torino, ho potuto sostare in riflessione e preghiera
davanti alla Sacra
Sindone, davanti a quel volto sofferente, che ci invita a meditare su
Colui che ha portato su di sé la passione dell'uomo di ogni tempo e di
ogni luogo, anche le nostre sofferenze, le nostre difficoltà, i nostri
peccati. Quanti fedeli, nel corso della storia, sono passati davanti a
quel telo sepolcrale, che ha avvolto il corpo di un uomo crocifisso, che
in tutto corrisponde a ciò che i Vangeli ci trasmettono sulla passione e
morte di Gesù! Contemplarlo è un invito a riflettere su quanto scrive
san Pietro: “dalle sue piaghe siete stati guariti” (1Pt 2,24).
Il Figlio di Dio ha sofferto, è morto, ma è risorto, e proprio per
questo quelle piaghe diventano il segno della nostra redenzione, del
perdono e della riconciliazione con il Padre; diventano, però, anche un
banco di prova per la fede dei discepoli e per la nostra fede: ogni volta
che il Signore parla della sua passione e morte, essi non comprendono,
rifiutano, si oppongono. Per loro, come per noi, la sofferenza rimane
sempre carica di mistero, difficile da accettare e da portare. I due
discepoli di Emmaus camminano tristi per gli avvenimenti accaduti in quei
giorni a Gerusalemme, e solo quando il Risorto percorre la strada con
loro, si aprono ad una visione nuova (cfr Lc 24,13-31). Anche
l’apostolo Tommaso mostra la fatica di credere alla via della passione
redentrice: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto
il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco,
io non credo” (Gv 20,25). Ma di fronte a Cristo che mostra le sue
piaghe, la sua risposta si trasforma in una commovente professione di
fede: “Mio Signore e mio Dio!” (Gv 20,28). Ciò che prima era
un ostacolo insormontabile, perché segno dell'apparente fallimento di Gesù,
diventa, nell'incontro con il Risorto, la prova di un amore vittorioso:
“Solo un Dio che ci ama fino a prendere su di sé le nostre ferite e il
nostro dolore, soprattutto quello innocente, è degno di fede” (Messaggio
Urbi et Orbi, Pasqua 2007).
2.
Cari ammalati e sofferenti, è proprio attraverso le piaghe del Cristo che
noi possiamo vedere, con occhi di speranza, tutti i mali che affliggono
l'umanità. Risorgendo, il Signore non ha tolto la sofferenza e il male
dal mondo, ma li ha vinti alla radice. Alla prepotenza del Male ha opposto
l'onnipotenza del suo Amore. Ci ha indicato, allora, che la via della pace
e della gioia è l'Amore: “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi
gli uni gli altri" (Gv 13,34). Cristo, vincitore della morte,
è vivo in mezzo a noi. E mentre con san Tommaso diciamo anche noi: “Mio
Signore e mio Dio!”, seguiamo il nostro Maestro nella disponibilità a
spendere la vita per i nostri fratelli (cfr 1 Gv 3,16), diventando
messaggeri di una gioia che non teme il dolore, la gioia della
Risurrezione.
San
Bernardo afferma: “Dio non può patire, ma può compatire”. Dio, la
Verità e l'Amore in persona, ha voluto soffrire per noi e con noi; si è
fatto uomo per poter com-patire con l'uomo, in modo reale, in carne
e sangue. In ogni sofferenza umana, allora, è entrato Uno che condivide
la sofferenza e la sopportazione; in ogni sofferenza si diffonde la con-solatio,
la consolazione dell'amore partecipe di Dio per far sorgere la stella
della speranza (cfr Lett. enc. Spe
salvi, 39).
A
voi, cari fratelli e sorelle, ripeto questo messaggio, perché ne siate
testimoni attraverso la vostra sofferenza, la vostra vita e la vostra
fede.
3.
Guardando all’appuntamento di Madrid, nel prossimo agosto 2011, per la
Giornata Mondiale della Gioventù, vorrei rivolgere anche un particolare
pensiero ai giovani, specialmente a coloro che vivono l’esperienza della
malattia. Spesso la Passione, la Croce di Gesù fanno paura, perché
sembrano essere la negazione della vita. In realtà, è esattamente il
contrario! La Croce è il “sì” di Dio all'uomo, l’espressione più
alta e più intensa del suo amore e la sorgente da cui sgorga la vita
eterna. Dal cuore trafitto di Gesù è sgorgata questa vita divina. Solo
Lui è capace di liberare il mondo dal male e di far crescere il suo Regno
di giustizia, di pace e di amore al quale tutti aspiriamo (cfr Messaggio
per la Giornata Mondiale della Gioventù 2011, 3). Cari giovani,
imparate a “vedere” e a “incontrare” Gesù nell'Eucaristia, dove
è presente in modo reale per noi, fino a farsi cibo per il cammino, ma
sappiatelo riconoscere e servire anche nei poveri, nei malati, nei
fratelli sofferenti e in difficoltà, che hanno bisogno del vostro aiuto (cfr
ibid., 4). A tutti voi giovani, malati e sani, ripeto
l'invito a creare ponti di amore e solidarietà, perché nessuno si senta
solo, ma vicino a Dio e parte della grande famiglia dei suoi figli (cfr Udienza
generale, 15 novembre 2006).
4.
Contemplando le piaghe di Gesù il nostro sguardo si rivolge al suo Cuore
sacratissimo, in cui si manifesta in sommo grado l'amore di Dio. Il Sacro
Cuore è Cristo crocifisso, con il costato aperto dalla lancia dal quale
scaturiscono sangue ed acqua (cfr Gv 19,34), “simbolo dei
sacramenti della Chiesa, perché tutti gli uomini, attirati al Cuore del
Salvatore, attingano con gioia alla fonte perenne della salvezza" (Messale
Romano, Prefazio della Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù).
Specialmente voi, cari malati, sentite la vicinanza di questo Cuore
carico di amore e attingete con fede e con gioia a tale fonte, pregando:
“Acqua del costato di Cristo, lavami. Passione di Cristo, fortificami.
Oh buon Gesù, esaudiscimi. Nelle tue piaghe, nascondimi” (Preghiera
di S. Ignazio di Loyola).
5.
Al termine di questo mio Messaggio per la prossima Giornata Mondiale del
Malato, desidero esprimere il mio affetto a tutti e a ciascuno, sentendomi
partecipe delle sofferenze e delle speranze che vivete quotidianamente in
unione a Cristo crocifisso e risorto, perché vi doni la pace e la
guarigione del cuore. Insieme a Lui vegli accanto a voi la Vergine Maria,
che invochiamo con fiducia Salute degli infermi e Consolatrice
dei sofferenti. Ai piedi della Croce si realizza per lei la profezia
di Simeone: il suo cuore di Madre è trafitto (cfr Lc 2,35).
Dall'abisso del suo dolore, partecipazione a quello del Figlio, Maria è
resa capace di accogliere la nuova missione: diventare la Madre di Cristo
nelle sue membra. Nell’ora della Croce, Gesù le presenta ciascuno dei
suoi discepoli dicendole: “Ecco tuo figlio” (cfr Gv 19,26-27).
La compassione materna verso il Figlio, diventa compassione materna verso
ciascuno di noi nelle nostre quotidiane sofferenze (cfr Omelia
a Lourdes, 15 settembre 2008).
Cari
fratelli e sorelle, in questa Giornata Mondiale del malato, invito anche
le Autorità affinché investano sempre più energie in strutture
sanitarie che siano di aiuto e di sostegno ai sofferenti, soprattutto i più
poveri e bisognosi, e, rivolgendo il mio pensiero a tutte le Diocesi,
invio un affettuoso saluto ai Vescovi, ai sacerdoti, alle persone
consacrate, ai seminaristi, agli operatori sanitari, ai volontari e a
tutti coloro che si dedicano con amore a curare e alleviare le piaghe di
ogni fratello o sorella ammalati, negli ospedali o Case di Cura, nelle
famiglie: nei volti dei malati sappiate vedere sempre il Volto dei volti:
quello di Cristo.
A
tutti assicuro il mio ricordo nella preghiera, mentre imparto a ciascuno
una speciale Benedizione Apostolica.
Dal
Vaticano, 21 Novembre 2010, Festa di Cristo Re dell'Universo.
BENEDICTUS
PP. XVI
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